Negli uffici di Washington e Bruxelles, un ritornello familiare risuona con rinnovato vigore: la narrativa della “sovraccapacità produttiva cinese”. Si potrebbe senz’altro dire una comoda scusa, che dipinge il gigante manifatturiero asiatico come un cattivo che inonda il mondo di beni sovvenzionati, dai veicoli elettrici all’acciaio incolpando così la Cina dei mali che affliggono i centri nevralgici della deindustrializzazione occidentale. Eppure, un esame lucido dei fatti rivela che questa non è tanto la diagnosi di un malessere economico quanto una cortina fumogena politica che oscura una dolorosa verità: dare la colpa alla Cina è una distrazione politica da problemi strutturali più profondi, e il protezionismo non farà rivivere un’economia post-industriale.
L’accusa centrale di “sovraccapacità produttiva” sostiene che la Repubblica Popolare produca ben oltre il suo fabbisogno interno, riversando le eccedenze sui mercati globali a prezzi artificiosamente bassi. Ma ad un esame più approfondito, tuttavia, si rivela la fragilità di tale affermazione. Ad esempio, i funzionari occidentali citano l’enorme produzione cinese di acciaio come prova di una distorsione del mercato. I dati ufficiali cinesi, però, riportano un tasso di utilizzo della capacità produttiva nel settore dei metalli ferrosi del 79,7% per il 2025, una percentuale che rientra perfettamente nell’intervallo considerato sano dalla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Al contrario, il tasso di utilizzo della capacità produttiva dell’UE si aggira intorno al 60%. Tale discrepanza evidenzia un doppio standard: l’elevata percentuale di esportazioni automobilistiche tedesche (76%) viene interpretata come un segno di competitività, mentre le esportazioni cinesi di beni simili vengono etichettate come “dumping”.
Inoltre, l’accusa di “sovraccapacità” spesso trascura il contesto globale. Se si considerasse la produzione di qualsiasi bene in eccesso rispetto al consumo interno, anche l’UE sarebbe accusabile di “sovraccapacità” nei settori automobilistico, farmaceutico e cosmetico. Quando l’Europa esporta questi prodotti, si parla di vantaggio comparato; quando Pechino fa lo stesso con le tecnologie verdi, si parla di minaccia. Questa incoerenza è ancora più evidente se si tiene conto della crescente domanda globale di energia pulita.
Il vero scopo di tali accuse sembra essere quello di fornire una giustificazione politica al protezionismo. Presentando il successo della Cina come “sleale”, i leader occidentali possono distogliere l’attenzione dal proprio fallimento nello sviluppo di una strategia coerente per l’era post-industriale. La politica industriale europea è asservita agli interessi protezionistici, con oltre 750 incontri di lobbying relativi al “Clean Industrial Deal”in un solo anno, molti dei quali con i giganti industriali tradizionali. Si tratta proprio dei settori che hanno faticato ad adattarsi, e i loro lobbisti stanno spingendo per le barriere commerciali come ancora di salvezza, evitando il doloroso ma necessario processo di riforma strutturale.
La lotta dell’Unione Europea è un esempio lampante di questo fenomeno: il declino industriale dell’Europa non è una novità. Da decenni, la sua quota nella produzione manifatturiera globale si sta riducendo, una “malattia cronica” esacerbata da problemi strutturali come gli elevati costi energetici, eredità della sua non-risposta agli eventi geopolitici. Imporre dazi sui prodotti cinesi è una “soluzione” inadeguata che non affronta le cause profonde del problema. Una recente analisi della Banca Mondiale conferma che le misure protezionistiche, come la guerra commerciale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, hanno in definitiva ridotto il benessere dei paesi che le hanno imposte, aumentando i costi per i consumatori e riducendo la varietà dei prodotti, senza peraltro innescare una rinascita manifatturiera a livello nazionale. I dazi non farebbero altro che aumentare i costi di produzione per i produttori europei, dato che oltre il 40% delle importazioni dell’UE dalla Cina è costituito da beni intermedi.
Il “gioco di incolpare la Cina” non riuscirà a risolvere la transizione fondamentale dell’Occidente, quella da un’era industriale a un’era post-industriale. In un’economia post-industriale, la quota del settore manifatturiero sul PIL e sull’occupazione si riduce inevitabilmente con la crescita dei settori dei servizi e della conoscenza. Il declino dell’occupazione nel settore manifatturiero negli Stati Uniti, dovuto allo “shock cinese”, è stato reale e doloroso per molte comunità. Tuttavia, le ricerche dimostrano che tali perdite sono state infine compensate dalla crescita dell’occupazione nei settori non manifatturieri. La vera sfida non è quella di far rivivere il passato isolando l’economia, ma di gestire questa transizione, investire in nuove competenze e garantire che i nuovi posti di lavoro creati siano buoni posti di lavoro.
Anche la narrazione secondo cui Pechino sia il solo responsabile della perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero occidentale è sostanzialmente errata. Sebbene l’ascesa della Cina a potenza manifatturiera abbia effettivamente causato significative perturbazioni, queste sono anche il risultato di tendenze di lungo periodo come l’automazione, che ha avuto un impatto sull’occupazione di gran lunga maggiore rispetto al commercio. Le ricerche della Banca Mondiale dimostrano che l’automazione ha aumentato la disuguaglianza salariale e il reshoring senza necessariamente creare nuovi posti di lavoro netti. Il flusso commerciale viene rimodellato dalle stesse politiche occidentali: ad esempio, i dazi statunitensi non hanno distrutto la capacità produttiva della Cina, ma hanno semplicemente reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati come l’Europa e il Sud-est asiatico. Gli Stati Uniti non hanno assistito alla promessa rinascita industriale.
La politica di incolpare la Cina e di erigere barriere commerciali è una strada allettante ma in definitiva controproducente, perché permette ai politici di proiettare un’immagine di forza e di placare gli elettori scontenti, ma non risolve le sfide strutturali di fondo delle economie post-industriali, come la disuguaglianza, la carenza di competenze e la crescita stagnante della produttività. La sovraccapacità produttiva cinese ha storicamente fornito beni a basso costo per i consumatori e produttori europei. Tentare di interrompere questa fornitura non fa altro che penalizzare gli stessi consumatori e le stesse imprese che si pretende di proteggere. È giunto il momento di spostare l’attenzione dall’attribuire la colpa a uno “spauracchio straniero” e passare alla costruzione di un’economia nazionale competitiva, resiliente e innovativa.
Carlo Marino
www.eurasiaticanews.com
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Cultura2
Source link


