’Ndrangheta in Lombardia, il “trequartino” e gli Alvaro di Sinopoli nel racconto del pentito. «Filippo è Filippo, noi siamo noi»


MILANO Il Locale di Legnano, le doti, le affiliazioni e i rapporti con la ’ndrangheta calabrese. Dopo il racconto sui “veterani”, sulla “carta bianca” e sul progetto di Massimo Rosi, nel verbale reso da Francesco Bellusci ai pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane emerge un altro filone del processo Hydra: quello dei legami, delle appartenenze e delle distanze interne tra la struttura lombarda e i riferimenti calabresi. Al centro ci sono i nomi di Cristian Sesto e Filippo Sergi. Il primo, secondo Bellusci, avrebbe avuto «senza dubbio la dote di trequartino della società maggiore». Il secondo viene indicato come soggetto collegato agli Alvaro di Sinopoli. Un passaggio che porta il racconto del collaboratore dentro la grammatica interna della ’ndrangheta: doti, copiate, autorizzazioni, “fibbia”, appartenenze e rapporti tra locali diverse.

Uno dei passaggi riguarda Cristian Sesto. Bellusci conferma davanti ai pm che Sesto avrebbe avuto «senza dubbio la dote di trequartino della società maggiore». In un primo momento, secondo il collaboratore, Sesto si sarebbe legato molto a Giacomo Cristello, per il quale avrebbe commesso diverse rapine. Poi, però, sarebbe stato «portato avanti» da Filippo Sergi. Bellusci spiega che Sergi sarebbe appartenuto agli Alvaro di Sinopoli e che, proprio attraverso lui, Sesto avrebbe finito per collocarsi fuori dal perimetro formale della Locale di Legnano. Per questa ragione, secondo Bellusci, Sesto non avrebbe fatto parte formalmente della Locale, pur conservando con lui e con Tony Esposito «un forte legame di natura criminale mafiosa». Il punto, nel racconto del pentito, non è soltanto nominale. Bellusci prova a distinguere le appartenenze, i livelli di riconoscimento e i rapporti tra soggetti che, pur muovendosi nello stesso ambiente criminale, non sarebbero stati tutti riconducibili allo stesso circuito interno.

Filippo Sergi è uno dei nomi che ricorre più volte nel verbale. Bellusci riferisce di avere appreso da Tony Esposito che Sergi avrebbe fatto una nuova affiliazione senza informare Pasquale Rienzi, detto Paki. Quando Bellusci racconta di averne parlato con Rienzi durante un pranzo a Mesero, quest’ultimo si sarebbe arrabbiato perché, in quanto «capo società», avrebbe dovuto esserne informato. Secondo il collaboratore, Sergi rivendicava una propria autonomia. Bellusci riferisce ai pm che Sergi avrebbe detto di avere «un’autonomia per un’appartenenza propria», deliberata dalla cosca Alvaro, ma «non sul nostro territorio». Il passaggio è delicato perché mostra, nel racconto del pentito, una frizione tra il riferimento calabrese e la struttura di Legnano. La sintesi di Bellusci è netta: «Quello che si doveva fare si doveva sempre dare conto alla Locale di Legnano». È in questo contesto che il collaboratore colloca anche Cristian Sesto: «Cristian appartiene a Filippo Sergi». Alla richiesta di chiarire il significato di quella espressione, Bellusci spiega che Sesto sarebbe stato «sotto la fibbia di Filippo Sergi», non sotto quella della Locale di Legnano.

Il verbale restituisce anche una divergenza di lettura interna. Secondo Bellusci, Filippo Sergi tendeva a considerare le diverse appartenenze come parte di un unico sistema. «Noi siamo tutti uguali», avrebbe ragionato Sergi secondo il collaboratore. E ancora: «Apparteniamo tutti alla Locale di Legnano, poi tu lascia stare che io sono con gli Alvaro». Una visione che Bellusci contrappone a quella di Rienzi. Paki, invece, avrebbe distinto i piani: «Filippo è Filippo, noi siamo noi». È una frase che, nel racconto del pentito, dice molto più di una semplice distanza personale. Rappresenta la necessità di separare ambiti, competenze, appartenenze e autorizzazioni. Da una parte, dunque, l’idea di un’appartenenza comune. Dall’altra, la linea di Rienzi: la Locale di Legnano avrebbe dovuto essere informata e rispettata nelle decisioni che riguardavano il territorio e le affiliazioni.


Il tema ritorna quando i pm chiedono a Bellusci di chiarire un episodio di affiliazione legato all’ex marito dell’attuale moglie di Cristian Sesto. Il collaboratore spiega di non sapere chi avesse dato la “copiata”, perché non era presente. Ma ricostruisce il modo in cui la notizia gli sarebbe stata comunicata. Secondo Bellusci, Filippo Sergi e Tony Esposito gli avrebbero passato la cosa come una “novità”: «Lo sai che comunque hanno fatto Picciotto a quel figliolo?». Quando Bellusci ne parla con Rienzi, quest’ultimo si sarebbe risentito: «Prima di fare una cosa dovete passare da me». Il passaggio è utile per comprendere, nel racconto del collaboratore, il peso delle autorizzazioni interne. Non bastava, secondo questa ricostruzione, procedere a un’affiliazione o annunciare una dote. Occorreva rispettare gerarchie, ruoli e competenze. E Rienzi avrebbe rivendicato proprio questo: nessuna iniziativa senza passare dalla Locale di Legnano.

Nel verbale Bellusci parla anche dei rapporti tra Sergi e Giacomo Cristello. Secondo il collaboratore, Sergi avrebbe avuto con Cristello alcuni rapporti legati alla droga. Si sarebbe trattato, nella ricostruzione di Bellusci, di quantitativi non enormi: 50 o 100 grammi di cocaina per volta, consegnati a Cristello, che poi li avrebbe dati ai figli perché li vendessero. Alla domanda dei pm, Bellusci ridimensiona il volume del traffico: «Poca roba». Ma il dettaglio resta rilevante perché inserisce i rapporti tra Sergi e Cristello non soltanto nella sfera delle doti e delle appartenenze, ma anche in quella degli affari criminali concreti. È un altro tassello del mosaico Hydra: non solo ritualità, riconoscimenti e linguaggio di ’ndrangheta, ma anche traffici, contatti, rapporti personali e gestione delle relazioni sul territorio. (g.curcio@corrierecal.it)

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 Redazione Corriere

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