di Emanuele Gallotti
Socio Fondatore e Componente del Comitato Madonna di Piazza Grande
Ci sono giornate in cui la cronaca si fa storia, e la storia si trasforma in grazia visibile. Il recente passaggio di Papa Leone XIV nella nostra Pavia ha segnato uno di questi momenti indimenticabili. Quando, al termine del vibrante incontro con la cittadinanza in Piazza della Vittoria, il nostro Vescovo, Monsignor Corrado Sanguineti, ha elevato la sua voce per recitare l’Atto di Affidamento alla Madonna di Piazza Grande, il tempo è sembrato fermarsi. Accanto a lui, il Santo Padre partecipava in un raccoglimento profondo, quasi a voler fare scudo e corona, con la sua preghiera universale, a un gesto squisitamente e intimamente pavese.
In quel silenzio solenne, gli occhi di tutti si sono levati verso l’alto, verso la grande monofora del Palazzo del Broletto. Lì, protetta nella sua nicchia, si affaccia la nostra Vergine. Una statua speciale, impastata secoli fa anche con la sabbia del nostro fiume Ticino, quasi a voler sancire che la carne e le ossa di questa città sono legati indissolubilmente alla Madre di Dio.
Come membro che ha visto camminare il Comitato nato per difendere e onorare questa sacra effigie, sento il dovere e la gioia di mettere nero su bianco il significato profondo di questo evento. Esso unisce il passato travagliato della statua alla preghiera profetica pronunciata davanti al Papa, tracciando la rotta per il futuro di Pavia.
Una storia impastata di fede, popolo e sabbia del Ticino
Per comprendere l’emozione profonda di quella piazza, bisogna fare un passo indietro e riascoltare il battito della storia. La Madonna di Piazza Grande (il nome storico dell’attuale Piazza della Vittoria) non è una semplice opera d’arte, ma il simbolo vivente dell’anima di Pavia.
Tutto ebbe inizio nel 1600. La città sentiva il bisogno di una protezione celeste sulla piazza del mercato, il cuore pulsante dei commerci e della vita quotidiana. Fu il fervore di un predicatore domenicano, Padre Amanzio, a dare la spinta decisiva. La prima effigie fu realizzata in legno, ma ben presto il Comune volle qualcosa di più monumentale e duraturo. Nel 1604, il maestro Pietro Lobbia realizzò l’attuale statua, alta 2 metri e 10 centimetri, utilizzando un impasto di materiali locali e la sabbia del Ticino. Nacque così una Madonna nata dalla terra stessa di Pavia, legata per secoli alle “erbiventole”, le storiche venditrici del mercato, che con amore filiale ne curavano l’altare, le candele e le processioni.
La storia, però, conosce anche le stagioni del conflitto. Nell’ottobre del 1872, in pieno clima di tensioni post-unitarie e fervore anticlericale, il Comune decise di rimuovere la statua dalla facciata del Broletto. Per la Madonna iniziò un lungo esilio nel vicino Duomo: prima nel silenzio della cripta, poi accanto all’altare maggiore. La piazza perdeva visibilmente la sua custode, ma i pavesi non ne dimenticarono mai lo sguardo.
Il “Sogno” del Comitato e il ritorno a casa
Il legame non si era spezzato, andava solo risvegliato. Nel 1991 nacque il primo nucleo del Comitato promotore per il restauro, che portò a termine il recupero a regola d’arte dell’effigie. Successivamente, il 14 settembre 1999, abbiamo fondato ufficialmente il Comitato Madonna di Piazza Grande ONLUS.
Eravamo un gruppo di amici e cittadini uniti dalla medesima passione. Ai fondatori – Anna Maria Garofoli de Paoli, Italo Carnevale Arella, Sandro Bruni, Loredana Crotti, Gabriele Diegoli, il sottoscritto, Pio Michele Marcato, Luciana Priori e Mario Vigorelli – si sono aggiunti nel 2007 Mariaclaudia Moretti Rondi e Marco Vigoni. Successivamente, nel 2021, la compagine si è arricchita con l’arrivo di Daniela Gatti, Cinzia Piccini e Maurizio Preda, tre figure storiche dell’I.S.S.M. “Franco Vittadini” in veste di docenti e direttori.
Il nostro scopo statutario era chiaro e ardito: riportare la Madonna là dove era nata, sulla facciata del Palazzo del Broletto. Alla guida di questa missione c’era la nostra prima e indimenticabile Presidente, la professoressa Anna Maria Garofoli de Paoli. Donna di rara intelligenza, acuta, determinata e dotata di un’elevata spiritualità, Anna Maria ci ha lasciati prematuramente il 19 giugno 2000. Non ha potuto vedere con gli occhi terreni il compimento del suo “sogno”, ma la sua eredità è rimasta il motore del nostro impegno.
Nel nome di Anna Maria, il Comitato ha stretto i denti e continuato a lavorare sotto la guida dei presidenti succedutisi negli anni: Italo Carnevale Arella (dal 2000 al 2013), Mariaclaudia Moretti Rondi (dal 2013 al 2021) e oggi Daniela Gatti, eletta nel maggio 2021, che prosegue l’opera legando la tutela della statua alla solidarietà concreta, collaborando strettamente con il Centro Aiuto Vita (CAV) e il Consultorio.
Quel sogno si è fatto realtà il 21 dicembre 2002, il giorno del trionfale ritorno della sacra effigie nella sua monofora sul Broletto. E oggi, vedere Papa Leone XIV presenziare sul palco allestito ai piedi del palazzo — una scelta logistica necessaria che ha sostituito l’iniziale idea del loggiato —, è stato il compimento perfetto di quel cammino iniziato nel 1991. Sentire la sua vicinanza e raccogliere i frutti di tanto lavoro è stato per noi del Comitato il regalo più grande.
Commento all’Atto di Affidamento: una bussola per la Pavia di oggi
Le parole pronunciate dal vescovo Sanguineti non sono state una formula di rito, ma una radiografia spirituale e sociale della nostra comunità. Analizzare quel testo significa riscoprire gli impegni che, come cittadini e come credenti, dobbiamo assumerci.
1. Uno sguardo che attraversa i secoli
«Santissima Madre che da secoli, nella tua immagine vegli su questa piazza: in questo giorno di gioia Ti affidiamo la città e la Chiesa di Pavia».
L’incipit stabilisce una continuità storica. La piazza è il luogo dell’incontro, della politica, del commercio e del quotidiano. Affidare la città e la Chiesa insieme significa riconoscere che non esiste separazione tra la vita civile e la dimensione spirituale: entrambe camminano sullo stesso ciottolato, sotto il medesimo sguardo materno.
2. Una benedizione che abbraccia ogni generazione
«Benedici i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate, tutti i fedeli; benedici le famiglie, soprattutto quelle più provate dalla vita, i bambini, i ragazzi e i giovani, i genitori, gli anziani».
La preghiera scende nel tessuto vivo della società. Non c’è un elenco astratto, ma una cura attenta per ogni stagione dell’uomo. Spicca l’accento sulle famiglie «più provate dalla vita»: la povertà materiale, la solitudine, la crisi del lavoro sono entrate direttamente nell’orizzonte della preghiera davanti al Papa. C’è poi il passaggio generazionale: dai bambini agli anziani, un richiamo forte a non spezzare il filo della memoria e del futuro.
3. La Chiesa degli ultimi e la vocazione all’accoglienza
«Prenditi cura dei poveri, dei malati, degli ultimi, dei carcerati; insegna a tutti noi a essere una comunità attenta, accogliente, ospitale per tutti».
Questo è forse il passaggio più politico – nel senso più alto del termine – dell’intero atto. Pavia è invitata a guardare le proprie periferie esistenziali. Citare espressamente i carcerati (pensando alla realtà del nostro accogliente ma complesso territorio) e gli ultimi, significa chiedere alla Madonna non una protezione sterile, ma una spinta all’azione. La supplica si trasforma in un esame di coscienza per la città: saper essere ospitali in un mondo che spesso alza muri.
4. Le tre virtù teologali come pilastri cittadini
«Custodisci la nostra fede nel tuo amato Figlio Gesù, la nostra speranza nella vita che non muore, la nostra carità, amore commosso che si china sul fratello».
Monsignore ridefinisce la carità con un’espressione bellissima: «amore commosso che si china sul fratello». Non un assistenzialismo freddo, ma l’emozione del cuore che si traduce in gesto concreto. Una città senza questa commozione diventa un’azienda fredda; Pavia, invece, deve rimanere una comunità.
5. L’identità cristiana e il dono della pace
«Madonna di Piazza Grande, come hai faito sempre nei secoli, volgi il tuo sguardo di madre alla nostra città di Pavia, perché sia fedele alla sua identità cristiana; perché cresca come comunità di uomini e donne amanti della pace, cultori della vita, capaci di tessere fraternità e amicizia».
Il finale è un manifesto programmatico. L’identità cristiana di Pavia non è una clava identitaria da esibire, ma una radice da cui far fiorire tre frutti urgenti: la pace, il culto della vita in ogni sua fase, e la capacità di «tessere fraternità e amicizia». L’immagine del tessere evoca pazienza, artigianato sociale, fatica quotidiana.
Conclusione: un cammino che continua
«Con cuore di figli, ci affidiamo a Te e Ti chiediamo: mostrati madre per tutti! Amen».
L’Atto si chiude invocando Maria come “madre per tutti”, senza esclusioni, senza distinzioni di anagrafe, provenienza o credo. È lo spirito con cui la statua fu pensata nel Seicento, lo spirito con cui le “erbiventole” la veneravano, ed è lo spirito con cui il nostro Comitato continua a custodirla.
La presenza attenta e commossa di Papa Leone XIV ha sigillato questo legame antico e sempre nuovo. Come Comitato, sentiamo che il nostro compito non si esaurisce nella pur doverosa conservazione e manutenzione della pietra e dei materiali locali che compongono l’effigie. Il nostro compito, oggi più che mai, è fare in modo che quel “sogno” di Anna Maria Garofoli de Paoli continui a parlare al cuore dei pavesi.
La Madonna è tornata sul Broletto. Il Papa l’ha guardata e ha pregato con noi. Ora tocca a Pavia dimostrarsi, ogni giorno, all’altezza di quel bellissimo, commosso sguardo d’amore.
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Giada Bigardi
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