Ci sono luoghi che si attraversano. E poi ce ne sono altri che, anche quando li si lascia, continuano ad attraversare noi. Per Davide Vigore la provincia siciliana non è mai stata semplicemente un’ambientazione cinematografica. È il luogo da cui nasce il suo sguardo. È la grammatica emotiva con cui continua a leggere il mondo. Per questo, osservando la sua filmografia, si ha la sensazione che ogni film sia un ritorno, anche quando racconta storie diverse. Da Chi vuoi che sia a Fuorigioco, da La Compagna Solitudine a La Viaggiatrice, fino a Dream e al recente Nella mia zona, il suo cinema sembra muoversi sempre lungo la stessa domanda: che cosa succede quando il luogo in cui sei nato smette di essere una casa e diventa un confine? Non è un caso che i suoi personaggi siano spesso giovani sospesi, uomini e donne che guardano l’orizzonte senza sapere se attraversarlo o restarne prigionieri. Non racconta eroi. Racconta persone che cercano un varco. Anche il suo passaggio alla produzione sembra nascere dalla stessa esigenza. Negli ultimi anni Davide Vigore ha scelto di accompagnare storie che non portano la sua firma registica, ma che appartengono allo stesso universo umano. Isole senza mare, esordio di cinque giovanissime registe dell’entroterra siciliano, e Amore, diretto da Riccardo Cannella, sono due opere molto diverse tra loro, eppure condividono la stessa convinzione: il cinema può diventare uno spazio in cui un territorio finalmente prende la parola. Produrre, in questo senso, non significa rinunciare al proprio sguardo, ma permettere ad altri di trovare il proprio. È forse il gesto più maturo che un autore possa compiere. Eppure ridurre Davide Vigore al “regista della Sicilia” sarebbe un errore. La sua Sicilia non coincide quasi mai con quella che il cinema e la televisione hanno trasformato in immaginario collettivo. Non ci sono cartoline, folklore da esportazione o paesaggi costruiti per rassicurare lo spettatore. C’è invece una terra interna, spesso invisibile, dove il mare esiste soltanto come nostalgia. Una Sicilia fatta di nebbia, di neve, di inverni lunghi, di estati torride, di paesi che sembrano sospesi fuori dal tempo. Una Sicilia che molti siciliani stessi conoscono poco. Ed è forse questa la vera intuizione del suo cinema. Vigore racconta un’isola che contiene al proprio interno un’altra isola. L’entroterra diventa una periferia geografica ma anche esistenziale. È il luogo in cui le opportunità sono poche, i sogni sembrano troppo grandi e il desiderio di partire convive continuamente con il senso di colpa di chi lascia. Non sorprende allora che i suoi protagonisti siano quasi sempre giovani. Perché è nell’adolescenza e nella prima età adulta che questa tensione raggiunge il suo punto più doloroso: restare significa rinunciare? Partire significa tradire? L’intervista esclusiva a Davide Vigore per Virgilio Notizie che segue prende avvio proprio da qui, ma finisce per raccontare molto di più del cinema. A un certo punto dell’intervista, parlando di Enna, Vigore pronuncia una frase che forse contiene l’intero senso del suo percorso: «Enna è come una donna bellissima che si ama, ma che a volte non si lascia raggiungere». È una dichiarazione che sembra riguardare una città e che, invece, parla di tutti i rapporti importanti della nostra vita. Dell’amore che non coincide mai con l’idealizzazione. Del legame che continua a esistere anche quando genera frustrazione. Della nostalgia che non cancella il conflitto. È qui che il regista lascia spazio all’uomo. Scopriamo allora che il cinema, prima ancora di essere un mestiere, è stato una forma di sopravvivenza. Non nasce da una vocazione romantica, ma dalla necessità di riempire il vuoto. Gli inverni interminabili dell’entroterra, la nebbia, il silenzio, la sensazione che il mondo accadesse sempre altrove. Mentre altri trovavano rifugio nei bar o nella musica, lui entrava in sala. Il cinema, racconta, era il modo per vedere oltre quella nebbia. Una frase semplice, ma potentissima. Perché suggerisce che ogni autentica vocazione nasce quasi sempre da una mancanza prima ancora che da un talento. Forse è questo il filo invisibile che lega tutti i suoi lavori, sia quelli firmati come regista sia quelli sostenuti come produttore. Non il desiderio di raccontare la Sicilia, ma quello di dare voce a chi vive nei margini, ai territori dimenticati, alle esistenze che raramente occupano il centro dell’inquadratura. In fondo, il cinema di Davide Vigore sembra ricordarci una cosa molto semplice. Le periferie non sono luoghi. Sono domande. E finché continueranno a esistere ragazzi costretti a scegliere tra il bisogno di partire e quello di restare, quelle domande continueranno a riguardare tutti noi.
Nella mia zona è uno degli ultimi film che ha diretto, mentre Isole senza mare e Amore sono due progetti che ha prodotto. Si tratta di opere diverse, ma accomunate dalla volontà di raccontare una Sicilia lontana dall’immagine stereotipata delle cartoline. Quando ha capito che proprio quella Sicilia sarebbe diventata la materia del suo racconto, sia come regista sia come produttore?
“Un regista deve raccontare ciò che conosce. Quando si realizza un film non si va alla ricerca dell’altrove: si scava dentro se stessi. Provengo dalla provincia, da una realtà molto particolare come quella di Enna, e raccontarla è stato del tutto naturale. Si rimane sempre visceralmente legati ai luoghi d’origine, soprattutto quando ci si allontana, quando si esce dall’acquario. Per questo raccontare la provincia non è stata una scelta dettata dalla ricerca dell’originalità o da una strategia commerciale. È semplicemente il racconto della realtà che conosco. Inoltre, l’entroterra siciliano, che descrivo perché è la mia terra, possiede caratteristiche davvero uniche”.
Quali sono queste peculiarità?
“Innanzitutto siamo isolani che non vedono il mare, e già questa è una grande contraddizione. È un territorio dove gli inverni sono rigidissimi, con nebbia e neve. Allo stesso tempo, fino al 1998 il record italiano di temperatura più alta, con 48 gradi, apparteneva a Catenanuova. Significa convivere con un’escursione termica di circa cinquanta gradi. È anche un luogo in cui bisogna coltivare con determinazione le proprie passioni e i propri sogni, perché, in fondo, le opportunità sono poche. La mia infanzia si divideva tra qualche campetto di calcio e due bar. Se immaginiamo la Sicilia come una terra ricca di turismo, con città dinamiche come Palermo e un’offerta continua di attività, la nostra provincia rappresenta invece il volto più appartato, più silenzioso. Credo che questo modo di vivere sia davvero peculiare. Non riguarda soltanto Enna, ma, in generale, tutte le aree interne. In una Sicilia baciata dal sole, dove per gran parte dell’anno sembra quasi che si viva in un clima di festa, noi siamo un’isola nell’isola”.
È una riflessione condivisa da molti. Quando attraversiamo il tratto tra Enna e Caltanissetta ci chiediamo spesso che cosa rappresenti davvero quel territorio, perché restituisce un’immagine della Sicilia diversa da quella a cui siamo abituati. Oggi che rapporto ha con quei luoghi? Vive a Roma da quasi dieci anni e, prima ancora, ha trascorso cinque anni a Palermo. Immagino che il suo sia un legame fatto, allo stesso tempo, di amore e di conflitto.
“Sì, assolutamente. Se continuo a scrivere e a raccontare quel territorio è proprio perché ne sono profondamente legato. Per me Enna è come una donna bellissima che si ama, ma che a volte non si lascia raggiungere. È un rapporto fatto di fascinazione e, allo stesso tempo, anche di insofferenza. L’amore nasce innanzitutto dal fatto che lì è custodita la mia infanzia, e con essa anche la nascita della passione per questo mestiere. Credo che, se oggi faccio il regista, sia proprio perché sono nato e cresciuto a Enna. Probabilmente, se fossi cresciuto in un’altra città, non avrei mai intrapreso questa professione. Da questo punto di vista mi sento debitore nei confronti di quella città. L’altra faccia della medaglia è che continuo a vedere un territorio che, ancora oggi, offre poche opportunità. Non scorgo un vero sviluppo e soffro pensando ai giovani che vivono lì, perché molto spesso sono costretti a rinunciare ai propri sogni oppure, se desiderano inseguirli, devono necessariamente andarsene. È un luogo fatto di contraddizioni e di sfumature. E credo che siano proprio queste contraddizioni e queste sfumature gli aspetti più interessanti da raccontare”.
Enna è anche il motivo per cui oggi fa il regista. Mi viene in mente una frase di Nietzsche: «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante». Quel caos era soltanto Enna oppure c’era anche un’inquietudine interiore che cercava di colmare attraverso il cinema?
“Non faccio il regista perché racconto Enna. Faccio il regista perché Enna era un luogo in cui, di fatto, non c’era molto da fare. Gli inverni erano rigidi, c’era la nebbia e, per trovare un proprio spazio, bisognava aggrapparsi a qualcosa. Alcuni miei amici, molto più furbi di me, trascorrevano il tempo nei bar: quello era il loro modo di evadere. Per altri è stata la musica, per altri ancora un’altra forma d’arte. Io mi sono aggrappato al cinema. Per me il cinema rappresentava un’evasione. Quella nebbia costante, quella sorta di cecità permanente, facevano sì che lo percepissi come uno strumento capace di vedere oltre ciò che avevo davanti. E poi, durante quegli inverni così freddi, rifugiarsi in sala e trascorrervi qualche ora era anche un ottimo modo per combattere il freddo”.
È una risposta ironica, ma credo anche molto sincera. Se mettiamo insieme questi tre progetti, qual è l’interrogativo che continua a porsi come autore e produttore e al quale non è ancora riuscito a dare una risposta?
“Mi chiedo se la felicità si trovi lontano dalla casa del padre oppure al suo interno. Non ho ancora fatto pace con il fatto di avere lasciato la Sicilia. Ci sono momenti in cui, quando sono a Roma, desidero profondamente tornare; altre volte, quando rientro in Sicilia, sento il bisogno di essere altrove. È come se non riuscissi ancora a trovare una collocazione. Uno dei miei dolori più grandi è sempre stato il rapporto con gli affetti. Ho capito molto presto che sarebbero stati il mio limite principale. In quella città ci sono la mia famiglia, gli amici e i ricordi più felici. Se ci penso, i ricordi della felicità, almeno per come la vivo oggi a trentasette anni, appartengono soprattutto al periodo precedente all’età adulta. C’è chi dice che poi arrivano altre forme di felicità, come la nascita di un figlio, ma sono esperienze che non ho ancora vissuto. Se dovessi definire la leggerezza, quella autentica, la assocerei alle infinite chiacchierate nel campetto di sabbia di Enna, quando eravamo ragazzi. Eravamo felici, ma non ce ne rendevamo conto”.
La casa del padre: com’era quella casa? In quale ambiente è cresciuto?
“Era una casa molto semplice. Provengo da una famiglia altrettanto semplice: mio padre era un dipendente regionale e mia madre era casalinga. È stata una famiglia assolutamente normale, senza particolari eccessi né situazioni straordinarie. Sono cresciuto in un contesto sereno e ordinato e, da questo punto di vista, mi ritengo fortunato. Proprio perché era una realtà così lineare, quando cercavo entusiasmo finivo inevitabilmente per rifugiarmi nella fantasia. D’inverno, quando faceva freddo e spesso non si poteva nemmeno uscire, trascorrevo moltissimo tempo sul grande tappeto di casa con i miei soldatini. In realtà non giocavo nel senso tradizionale del termine. Inventavo storie. Mi interessava molto di più costruire i personaggi, immaginare che cosa facessero e quali rapporti avessero tra loro, piuttosto che mettere in scena una semplice battaglia. Credo che proprio quell’abitudine abbia alimentato, fin da bambino, il desiderio di raccontare storie”.
Mi fa sorridere perché quello che allora sembrava un gioco, in fondo, era già il suo lavoro.
“Infatti c’è una domanda che mi sono posto tante volte nella vita: non ho mai capito se ho sempre lavorato oppure se, in fondo, non abbia mai lavorato davvero. Il cinema non l’ho scelto nel senso classico del termine. E non perché fossi particolarmente interessato all’industria cinematografica, allo star system o all’ambiente del cinema in quanto tale. Sono aspetti che non mi hanno mai affascinato. A me interessava raccontare storie. Dopo il periodo dei soldatini è arrivata la fotografia. Mio nonno, che era direttore di banca, ne era un grandissimo appassionato e aveva una camera oscura al tredicesimo piano di un palazzo nel centro storico di Enna. Quando scoprii che potevo scattare una fotografia e svilupparla con le mie mani, mi sembrò qualcosa di magico. Cominciai così, a quattordici anni. Poi i miei genitori, giustamente un po’ preoccupati perché trascorrevo ore chiuso in quella camera oscura, quando ne avevo sedici mi regalarono la mia prima telecamera. Da quel momento iniziai a riprendere praticamente tutto: andavo alla Torre di Federico, filmavo gli anziani, le feste di compleanno, la vita della città. Senza rendermene conto stavo costruendo una sorta di archivio storico di Enna. Documentavo tutto ciò che mi circondava. Da lì il percorso si è sviluppato quasi naturalmente: i primi cortometraggi, poi il Centro Sperimentale, gli incontri professionali e, infine, i film. Non c’è mai stato un momento in cui abbia deciso razionalmente di fare questo mestiere. Se però devo individuare un ricordo preciso, ce n’è uno che i miei genitori ricordano ancora oggi. Dopo aver visto per la prima volta E.T. di Spielberg dissi loro: «Da grande voglio fare quello che fa i film». A casa mia c’era una bellissima abitudine che purtroppo oggi si è un po’ persa. Ogni sera ci sedevamo tutti insieme sul divano e guardavamo un film. Credo che anche quella consuetudine abbia avuto un ruolo importante. Quando vidi E.T. non ebbi più alcun dubbio: quella sarebbe stata la mia strada”.
C’è però una differenza interessante. Lei ha iniziato da solo, con la sua telecamera, osservando e raccontando la realtà che aveva intorno. In Isole senza mare, invece, sceglie quasi di fare da guida a cinque giovani registe. Non è ancora molto giovane per assumere quel ruolo?
“Assolutamente sì. Se pensiamo al mondo del cinema, dove spesso gli esordi importanti arrivano anche intorno ai quarant’anni, sono ancora un regista giovane. Quel progetto, però, non è nato dal desiderio di sentirmi un punto di riferimento. Non era affatto questo lo spirito. È nato perché, in quel periodo, insegnavo cinema in un liceo grazie a un progetto promosso dal Ministero e dalla Regione. Durante quelle lezioni continuavo a riflettere su un tema che per me è ancora aperto: la provincia. Sono convinto che la provincia sia il luogo in cui i sogni nascono ma, allo stesso tempo, anche quello che rischia di soffocarli. Per diventare adulti e provare davvero a realizzare le proprie aspirazioni, molto spesso bisogna andarsene. A quel punto mi sono chiesto se avesse davvero senso raccontare ancora una volta questa storia attraverso il mio sguardo, con la distanza di chi ormai ha lasciato da anni quella condizione. Mi sembrava molto più interessante affidare quel racconto a cinque ragazze dell’ultimo anno di liceo che stavano vivendo esattamente quel momento della loro vita. Per questo ho preferito che fossero loro a raccontarsi, attraverso la propria sensibilità e il proprio punto di vista. Il mio compito è stato semplicemente quello di accompagnarle e di evitare che perdessero la direzione del progetto, senza mai sostituirmi a loro. Mi sembrava un’operazione molto più autentica. C’è anche un’altra ragione. I temi che ci stanno più a cuore e che non abbiamo ancora elaborato fino in fondo sono anche i più difficili da raccontare. Probabilmente anch’io non ho ancora la giusta distanza da quella materia”.
Forse perché non l’ha ancora attraversata fino in fondo. Alcune esperienze si riescono davvero a raccontare soltanto quando si è fatta pace con esse.
“Esattamente. Bisogna sentirle profondamente, ma non esserne più completamente coinvolti. Altrimenti il rischio è che prevalgano soltanto la rabbia o l’emozione del momento. Sono pienamente d’accordo. Non è un caso, per esempio, che Federico Fellini abbia realizzato Amarcord intorno ai cinquant’anni. C’è bisogno di tempo perché un’esperienza diventi davvero racconto”.
Nella mia zona ha come protagonisti un trapper siciliano e un giovane nigeriano che sogna di diventare pugile. Sono due figure che, almeno in apparenza, sembrano molto lontane tra loro e anche da ciò che ci si aspetterebbe di trovare in un racconto sulla Sicilia. Perché questa scelta?
“Mi interessava mettere al centro due personaggi che, all’apparenza, sembrano lontanissimi, ma che in realtà sono profondamente simili. Chi vede il film se ne accorge: il percorso narrativo dell’uno alimenta quello dell’altro. Per tutta la durata del film seguiamo due persone che non si conoscono, appartengono a mondi completamente diversi, hanno esperienze, storie e persino luoghi d’origine differenti. Eppure, poco alla volta, scopriamo che le loro vite si riflettono l’una nell’altra. Sono quasi due personaggi speculari. Alla fine ci rendiamo conto che, pur essendo così distanti, vivono la stessa identica condizione”.
Un altro aspetto che mi ha colpito è la scelta di evitare qualsiasi forma di pietismo nei confronti di chi vive ai margini. Quanto è importante, secondo lei, sottrarsi alla retorica del disagio?
“In realtà ero già abituato a questo tipo di sguardo. Anni fa ho realizzato Fuorigioco, un documentario dedicato alla storia di Maurizio Schillaci. È il cugino di Totò Schillaci. Quando Totò giocava in Serie A con la Lazio, anche Maurizio vestiva la maglia biancoceleste. Zdeněk Zeman ha detto di lui che era il più grande talento che abbia mai allenato. A ventisei anni aveva un contratto importante, fama, successo e denaro. Poi un infortunio allo scafoide lo ha fatto precipitare nella depressione e negli eccessi. Oggi vive a Palermo, in un vagone ferroviario abbandonato nella zona di via Oreto. Quando realizzai quel film, nel 2014, era senza fissa dimora e divideva le sue giornate tra la stazione e Piazza Garraffello. In quel caso il rischio di cadere nella compassione era ancora più forte. Non ho mai affrontato questi progetti con l’intenzione di suscitare pietà nello spettatore o di raccontare qualcuno soltanto perché vive una condizione di difficoltà. Quello che mi interessa è la straordinaria umanità racchiusa in queste storie. Non racconto gli ‘ultimi’ in quanto tali. Li racconto perché custodiscono una forza drammaturgica che mi colpisce profondamente. E, anche se questi personaggi sembrano lontanissimi da noi, basta poco per comprendere che, con scelte diverse, circostanze differenti o un destino meno favorevole, anche noi avremmo potuto trovarci nella loro stessa situazione”.
Un’altra caratteristica che sembra attraversare il suo cinema è l’interesse non tanto per ciò che accade, quanto per ciò che potrebbe accadere. Quanto conta, ancora oggi, l’immaginazione nel suo modo di raccontare la realtà?
“Conta tutto. Nasco soprattutto come scrittore e sceneggiatore. Ho realizzato molti film di finzione, come La viaggiatrice, La bellezza imperfetta e Dream. Il mio approccio parte sempre dalla scrittura. Anche quando realizzo cinema del reale, il punto di partenza rimane lo stesso: studio il personaggio, lo costruisco, ne immagino il percorso. Non mi entusiasma limitarmi a raccontare la realtà così com’è. Questo metodo trova naturalmente spazio nella finzione, ma lo porto anche nei documentari. Cerco sempre di andare oltre il dato oggettivo. I miei lavori non sono reportage né documentari puramente osservativi. Mi interessa molto di più esplorare la soggettività dei personaggi che l’oggettività dei fatti che li circondano. Credo che questa sia diventata una cifra del mio cinema. Non è una scelta del tutto consapevole. Mi accorgo semplicemente che è il metodo di lavoro che mi restituisce maggiore soddisfazione. Per me un film è anche una forma di ricerca personale. Prima ancora di diventare un’opera cinematografica, è un percorso attraverso il quale provo a comprendere qualcosa”.
A un certo punto, però, sceglie anche di diventare produttore. Da dove nasce questa esigenza?
“Le ragioni sono diverse. La prima è molto semplice. Fare questo mestiere è estremamente difficile. All’inizio non mi ha aiutato nessuno e ho dovuto costruire tutto da solo. Mi ero promesso che, se un giorno mi fossi trovato in una posizione più favorevole, avrei cercato di sostenere altri autori e altre autrici con un universo espressivo da raccontare. Questo è un lavoro che richiede una grandissima ostinazione. Se non si ha la testa dura e una vera ossessione, molto spesso si finisce per abbandonarlo. Per questo, più che limitarmi a investire risorse economiche, cerco di essere un facilitatore: qualcuno che aiuti concretamente le persone a realizzare un film. La seconda ragione è che esistono storie che considero bellissime e importanti, ma che so di non essere la persona più adatta a raccontare. Sono lontane dal mio immaginario e dalla mia poetica. In quei casi credo sia giusto lasciare spazio ad altri autori”.
Quanto conta, oggi, trovare un distributore come Kinèa che creda davvero in un film e lo accompagni fino al pubblico?
“La distribuzione, oggi, è fondamentale. Vale per il cinema indipendente, ma anche per quello più strutturato. Si può affermare tranquillamente che la vita di un film dipenda, in larga misura, dal distributore. Basta guardare ai casi più recenti. Le città di pianura, ad esempio, ha potuto contare su un distributore importante come Lucky Red. Oggi il distributore è decisivo. Talvolta arriva perfino a influenzare le scelte artistiche. È il mercato della distribuzione a indicare quali storie suscitano interesse e quali, invece, faticano a trovarlo. Il produttore, inevitabilmente, è chiamato a confrontarsi anche con queste dinamiche. Non saprei dire se sia un bene o un male. Di certo credo che, con un sistema come quello attuale, persino Fellini farebbe molta più fatica a realizzare i propri film. Senza un buon distributore molti progetti oggi non avrebbero alcuna possibilità di esistere. Anzi, spesso non arrivano nemmeno alla fase produttiva. Paradossalmente, oggi è più semplice produrre un film che distribuirlo. Anche un produttore importante, senza un distributore forte alle spalle, molto spesso rinuncia a realizzare un progetto. Per questo la distribuzione è determinante nella vita di un film”.
La speranza è che il distributore non si limiti ad accumulare titoli in catalogo, ma accompagni davvero le opere e dia loro la visibilità che meritano.
“È proprio questo l’aspetto interessante del lavoro che in Kinèa stanno portando avanti. Cercano di costruire una distribuzione dal basso, dando visibilità a progetti che difficilmente riuscirebbero a trovarla. Quando si realizza cinema indipendente, e ancora di più quando si tratta di documentari, avere un distributore significa poter accedere ai festival, ottenere visibilità e creare occasioni come questa intervista. Altrimenti molti film rimarrebbero conosciuti soltanto da chi li ha realizzati”.
Restando tra i progetti che ha prodotto, Amore è un film ambientato durante la Settimana Santa di Enna. Perché raccontare un sentimento universale attraverso un contesto così profondamente rituale e radicato nel territorio?
“Perché credo in un principio molto semplice: più si è personali e specifici, più si diventa universali. Amore nasce dalla Settimana Santa ennese, una manifestazione profondamente legata a quel territorio. È un contesto estremamente specifico. Eppure, quando si raccontano l’amore, l’attaccamento ai valori, i sentimenti e la memoria, si affrontano temi universali. Per questo penso che si debba partire proprio dallo specifico per arrivare all’universale. Il percorso del film lo dimostra. Lo abbiamo proiettato a Berlino e a Parigi, in contesti completamente lontani dall’entroterra siciliano. Eppure, dopo le proiezioni, durante gli incontri con il pubblico, gli spettatori hanno mostrato un coinvolgimento profondo. La domanda che ci veniva rivolta era sempre la stessa: com’è possibile che una storia così profondamente radicata nella provincia di Enna riesca a parlare anche al pubblico di Berlino o di Parigi? La risposta è che, quando si toccano temi universali, gli spettatori trovano sempre un punto di immedesimazione, anche se il contesto culturale è completamente diverso”.
Nei lavori, emerge sempre la stessa tensione tra tradizione e cambiamento. Se dovesse rispondermi d’istinto, oggi la tradizione è una bussola direzionale oppure un peso con cui bisogna confrontarsi continuamente?
“È una domanda bellissima: mi servirebbero ventiquattr’ore per darle una risposta davvero soddisfacente. Così, d’istinto, direi che la tradizione sono le radici. E le radici sono fondamentali, perché rappresentano ciò che ci ha formati. Viviamo però in un’epoca che cambia a una velocità impressionante. La tecnologia, la connessione globale e i continui mutamenti del mondo ci costringono a ridefinire costantemente il nostro modo di stare nella realtà. Per questo oggi avverto un conflitto molto forte tra ciò che siamo stati, ciò che ci ha costruiti come persone, e il mondo contemporaneo. Spesso provo anche una sensazione di smarrimento, perché il tempo di comprendere una trasformazione e quella trasformazione è già cambiata. Se dovessi riprendere la sua immagine della bussola, direi che è come avere una carta nautica che indica il nord mentre, durante la navigazione, il mare cambia continuamente, mutano le correnti e la bussola sembra impazzire. L’eredità della tradizione continua così a confrontarsi con un mondo in costante trasformazione e questo, inevitabilmente, ci destabilizza”.
Prima, quasi di sfuggita, ha detto qualcosa che mi ha colpito. Mi è sembrato di capire che lei partecipi al sistema cinema, ma senza sentirsi davvero parte di quel mondo. Che tipo di sogno cinematografico sta inseguendo?
“In realtà non posso dire di essere ai margini dell’industria cinematografica. Anzi, il film che sto preparando nasce proprio all’interno del sistema. Lo sto realizzando con Indigo Film, la casa di produzione che ha prodotto tutti i film di Paolo Sorrentino (Vigore ha lavorato come aiuto regista in Loro, ndr), insieme a Tramp, la società di Ficarra e Picone. Faccio quindi parte del sistema cinema, perché è l’unico strumento che ho per realizzare i film. Ciò che cerco di evitare è di farmi condizionare da quel sistema. A me piace il cinema, non il sistema del cinema. Continuo a sentirmi un ragazzo di provincia. Non seguo il mondo cinematografico nel suo modo di stare al mondo, nelle sue dinamiche, nella sua rappresentazione. Cerco di restare libero. Cerco di sottrarmi a tutte quelle logiche che inevitabilmente accompagnano questo mestiere: le domande sul pubblico di riferimento, le strategie di mercato, le richieste dei distributori, gli aperitivi romani, le terrazze, il continuo tessere relazioni. Tutta quella macchina che ruota attorno al cinema non mi appartiene particolarmente. Cerco di starne il più possibile alla larga, pur facendone parte, perché vorrei continuare a essere quel ragazzo che giocava con i soldatini. Mi piacerebbe che fosse il mio modo di guardare il mondo a influenzare il cinema, e non il contrario”.
Però il cinema è fatto anche di premi, festival e riconoscimenti. Che cosa rappresenta, per lei, il successo?
“Ho avuto la fortuna di vincere molti premi. Ho ricevuto il Nastro d’Argento, ho vinto il Festival di Los Angeles, sono stato in concorso a Venezia e a Cannes. Quel mondo lo conosco. Prima di parlare di successo, però, bisognerebbe chiedersi che cosa significhi davvero questa parola. Per me il successo è poter realizzare i film che desidero e sapere che quei film vengono visti dal pubblico più ampio possibile. Questo è il mio concetto di successo. Naturalmente non sono ingenuo. So benissimo che i riconoscimenti aiutano, perché danno autorevolezza e fanno sì che la propria voce venga ascoltata con maggiore attenzione. Ma ogni volta che vinco un premio o partecipo a un festival importante non provo mai la sensazione di avere raggiunto un traguardo. Al contrario, mi sento investito di una responsabilità ancora più grande. Mi dico: se sono arrivato fin qui, adesso devo fare ancora meglio. Per me ogni riconoscimento diventa un motivo in più per migliorarmi”.
Se ci ritrovassimo tra dieci anni a leggere la sua biografia, che cosa le piacerebbe trovarvi scritto?
“Mi piacerebbe che ci fosse scritto qualcosa di molto semplice: che sono stato un intrattenitore di sogni. Vorrei che si potesse dire che i miei film hanno regalato sogni, suggestioni, emozioni. Mi piacerebbe soprattutto che fossero stati utili a chi li ha visti. Utili nel senso più bello del termine: capaci di muovere qualcosa dentro le persone, di costringerle a fare i conti con se stesse. Il mio desiderio è instaurare un dialogo con il pubblico attraverso i film”.
Se potesse trovare risposta a un solo grande interrogativo, destinato poi ad attraversare tutto il suo cinema, quale sarebbe?
“È una domanda alla quale, sinceramente, non avevo mai pensato. Ci sto riflettendo mentre glielo dico… Forse vorrei riuscire a dire sempre la verità senza fare soffrire nessuno”.
La verità, purtroppo, qualche ferita la lascia quasi sempre. C’è qualcosa che avrebbe voluto raccontarmi e che non le ho chiesto?
“No. Credo di essere molto più bravo a riflettere sugli altri che su me stesso. Mi incuriosiscono le persone che mi stanno attorno, perfino gli sconosciuti. Mi interessano molto più gli altri di quanto interessi me stesso. Con me sono abbastanza indulgente. Non faccio quasi mai autoanalisi. L’unico momento in cui la faccio davvero è quando realizzo un film. Infatti scherzo spesso dicendo una frase che probabilmente farà arrabbiare gli psicologi: invece di pagare uno psicologo, mi faccio pagare e realizzo un film”.
Vista così, però, sembrerebbe quasi un modo per autoassolversi.
“Può sembrare che lo sia. In realtà credo che parlare direttamente di se stessi sia sempre molto difficile. A parte Fellini, che riusciva a farlo come nessun altro, non mi sento così egocentrico. Quando racconto qualcosa di personale preferisco sempre nascondermi dietro altri personaggi. Non esiste mai un mio alter ego evidente. Scelgo persone che apparentemente sono molto lontane da me e, dentro di loro, inserisco qualcosa che mi appartiene. È un modo di procedere che sento più naturale. Mi viene molto più spontaneo indagare l’umanità degli altri piuttosto che la mia”.
Rimane comunque una bella via di fuga.
“Sì, forse lo è. Però fare davvero i conti con se stessi non è mai semplice. E poi mi sembra sempre un gesto un po’ goffo, quasi presuntuoso, mettersi a raccontare direttamente se stessi. È come quando si conosce una persona al bar e si trascorre mezz’ora parlando soltanto di sé, lasciando l’altro ad ascoltare in silenzio. Se invece racconti le storie degli altri, ma attraverso il tuo sguardo, quasi sempre il tuo interlocutore si interessa di più. Credo che questo principio valga anche per il cinema”.
US Kinea: Licia Gargiulo
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
VirgilioNotizie
Source link





