Sei strutture ospedaliere non praticano alcun tipo di interruzione volontaria di gravidanza mentre cinque offrono solo l’Ivg chirurgica. Il tasso di obiezione totale scende al 46 per cento, ma in cinque ospedali rimane al 100 per cento. L’analisi dei dati sull’applicazione della legge 194 nella Regione
Mentre i dati del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194 sono arrivati in parlamento con oltre un anno di ritardo, e con una fotografia vecchia di 3 anni, in Lombardia il monitoraggio annuale prosegue senza intoppi. Da dieci anni la consigliera regionale del Partito democratico Paola Bocci raccoglie ed elabora i dati sull’applicazione della legge in regione, che ha presentato stamane in conferenza stampa al Palazzo Pirelli di Milano.
Cinque strutture non praticano aborti
Il primo dato presentato riguarda le interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) nel 2025, che sono state 10.630 – allineate con le 10.515 del 2024 – a cui si aggiungono 900 aborti terapeutici, effettuati dopo la dodicesima settimana. Su 10.630 interruzioni di gravidanza, quelle effettuate da persone minorenni nel 2025 sono state circa il 3 per cento del totale. Nella fascia d’età tra i 18 e i 25 anni sono state invece il 27 per cento del totale delle Ivg. La fascia over 25 è al 70 per cento sia per le donne italiane che per quelle migranti. Su 10.630 Ivg, il 28 per cento riguarda «donne con cittadinanza straniera. Facendo un confronto tra i due gruppi anagrafici di riferimento, le donne con background migratorio hanno una percentuale di interruzioni pregresse più alte delle italiane».
C’è poi il tema delle strutture ospedaliere che offrono la prestazione di Ivg, che nel 2025 sono state 44, una in meno rispetto al 2024. Alcuni presidi individuati dalla ricerca risultano essere in ristrutturazione, altri hanno riorganizzato le prestazioni concentrandole in una sola struttura dell’Azienda socio-sanitaria territoriale (Asst). Rimangono da segnalare sei strutture mediche che non offrono nessun tipo di Ivg. Le prime tre sono Sant’Anna (Como), Piario (Bg), Cernusco sul Naviglio (Mi) che, «per scelta organizzativa della Asst, hanno concentrato l’offerta in altre strutture», lasciando scoperta un’ampia parte del territorio. A queste tre si aggiungono, nella Città metropolitana di Milano, gli ospedali di Rho e Sacco, che dovrebbero riprendere quest’anno le Ivg. Manca, infine, anche l’operatività dell’ospedale di Stradella, in provincia di Pavia.
Ivg farmacologica e obiezione di coscienza
Il metodo farmacologico, in Lombardia, è erogato solo nelle strutture ospedaliere, che somministrano in due tempi i due principi farmacologici. Solo il consultorio di via Pace eroga la prestazione con il secondo farmaco a domicilio, «ma come fosse in regime ospedaliero, equiparando alcuni spazi a stanze ospedaliere del Policlinico Mangiagalli». In linea con i dati nazionali, cresce la media regionale del metodo farmacologico, che si attesta al 60 per cento, anche se ci sono differenze sensibili tra province nell’utilizzo del metodo: Mantova e Lecco sono quelle più virtuose (4 Ivg su 5 sono di tipo farmacologico); buone percentuali a Lodi e Varese (68 per cento); mentre Como è in coda alla classifica con solo una Ivg farmacologica su 3.
La ricerca di Bocci, negli scorsi anni, aveva segnalato che la possibilità di scelta era negata in ben 12 strutture ed era stato chiesto al settore e all’assessorato di provvedere. Il risultato è che quel numero si è effettivamente ridotto, limitando a 5 le strutture ospedaliere che offrono solo la prestazione chirurgica: Legnano e Magenta (Mi), e poi Romano di Lombardia (Bg), Merate (Lc) e Busto Arsizio (Va).
In controtendenza, dal 2025, i presidi di Cantù (Co) e Chiari (Bs) hanno introdotto anche l’Ivg farmacologica. Si nota poi una piccola diminuzione della media regionale dell’obiezione, che passa dal 50 al 46 per cento. I ginecologi non obiettori, in Lombardia, sono la maggioranza: nel 2025 i non obiettori erano 432 su 798 (nel 2024 i ginecologi non obiettori erano 391 contro 387 obiettori). Ma le criticità permangono: l’incidenza più bassa si trova negli ospedali di Cremona (21 per cento), Como (26 per cento) e Lodi (31 per cento).
Purtroppo i dati registrano ancora il 100 per cento di obiezione in alcuni presidi ospedalieri come in quelli di Oglio Po (Cr), Saronno (Va) e Asola (Mn). Quest’ultima effettua ivg nella sua sede ma con personale medico inviato dall’ospedale di Mantova. Per quel che riguarda i presidi di Gardone (Bs) e Iseo (Bs), entrambi non hanno fornito i dati in merito all’obiezione di coscienza e non hanno effettuato in loco la prestazione medica – unendosi ai primi tre – ma hanno evidenziato che che «centralizzano la prestazione di Ivg a Brescia»; lasciando comunque scoperte le due strutture. Aumentano le certificazioni fatte in consultorio, che arrivano al 57 per cento del totale, ma rimangono sempre più basse rispetto ad altre regioni. «In Lombardia manca una direttiva amministrativa, come invece esiste in Campania e in Emilia-Romagna, che autorizzi la somministrazione in consultorio e inserisca la prestazione di Ivg comprensiva di somministrazione del farmaco e di assistenza, nel nomenclatore tariffario».
Una direttiva regionale sull’ Ivg farmacologica
La consigliera Bocci ha elencato una serie di richieste alla regione, a partire dal potenziamento del personale nei consultori pubblici per «la fase di anamnesi per l’Ivg farmacologica a domicilio, per progetti di prevenzione e informazione sulla salute riproduttiva per donne con background migratorio e azioni mirate per la fascia under 25».
«Ringrazio la consigliera Bocci che ogni anno si prende cura di monitorare la situazione lombarda – commenta Federica di Martino, psicologa e psicoterapeuta che si occupa di accompagnamenti all’aborto attraverso il progetto Ivg, ho abortito e sto benissimo – notiamo sì dei piccoli miglioramenti, ma manca ancora omogeneità in tutta la regione». C’è poi il tema legato all’obiezione di coscienza, «ancora troppo alta».
La telemedicina si sta espandendo in Europa e anche sul nostro territorio nazionale ma per di Martino «la Lombardia, come altre regioni, deve assolutamente migliorare la situazione perché l’accesso alla pratica dell’Ivg, inserita nei Lea, non debba più essere una concessione ma un diritto accessibile per tutte». Anche la consigliera Bocci sottolinea che sull’applicazione della legge 194 e sull’utilizzo del metodo farmacologico, «la regione Lombardia è indietro rispetto ad altre regioni. Lo dimostrano i numeri».
Proprio per questo, conclude Bocci, «chiediamo una direttiva regionale che estenda la possibilità di Ivg farmacologiche anche a domicilio, gestite dai consultori. Questa scelta, oltre a dare valore a questi presidi, consentirebbe una presa in carico complessiva e multidisciplinare con un risparmio per la regione da reinvestire in interventi e progetti di prevenzione».
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Federica Pennelli
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