Le Filippine nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina: il Mar Cinese Meridionale come epicentro del confronto indo-pacifico


L’Indo pacifico rappresenta da decenni la zona di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, ma negli ultimi anni le Filippine hanno assunto una rilevanza sempre più crescente, dato anche dalla loro posizione geografica, che si colloca tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar delle Filippine, rendendo l’arcipelago importantissimo per gli equilibri e la sicurezza regionale. 

In particolare, le continue dispute territoriali tra Manila e Pechino nelle acque del Mar Cinese Meridionale, hanno messo il paese al centro dello scontro della competizione tra Stati Uniti e Cina, impegnati a preservare la libertà di navigazione e l’ordine marittimo basato sulle norme del diritto internazionale.

Le principali dispute riguardano alcune aree della Zona Economica filippina, tra cui Scarborough Shoal e Second Thomas Shoal, rivendicate dalla Cina nell’ambito della cosiddetta “Nine-Dash Line”. Nonostante l’AIA, attraverso il Tribunale Permanente di Arbitrato nel 2016 abbia respinto le pretese storiche di Pechino, le presente cinese è aumentata notevolmente negli ultimi anni nelle aree contese, con episodi frequenti di incidenti tra unità della guardia costiera cinese e filippina.

Contemporaneamente, l’amministrazione filippina guidata dal presidente Ferdinand Marcos Jr. ha promosso una politica volta ad un significativo aumento e rafforzamento della cooperazione strategica con Washington, l’espansione dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA), consolidando il paese come punto di riferimento all’interno della politica di sicurezza americana nella regione. 


Il Mar Cinese Meridionale in questo contesto non rappresenta solo le ambizioni cinesi e la disputa tra i due paesi, ma il catalizzatore delle trasformazioni delle Filippine in uno degli attori strategici centrali della competizione tra le due grandi potenze. 

Queste continue tensioni nel medio termine possono ridefinire gli equilibri regionale, aumentando al contempo il rischio di escalation nelle aree marittime contese.

La disputa nel Mar Cinese Meridionale come già affermato costituisce une dei principali fattori di instabilità nell’Indo-pacifico, coinvolgendo non solo Cina, Stati Uniti e Filippine, ma anche altri attori regionali come Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan.

La “Nine-Dash Line” è il punto focale di queste tensioni, in quanto Pechino ne rivendica il 90% dell’intero bacino marittimo, sovrapponendosi alle Zone Economiche Esclusive (ZEE) riconosciute dal diritto internazionale agli Stati rivieraschi.

Le zone maggiormente interessate alla contesa per le filippine sono Scarborough Shoal e Second Thomas Shoal (Ayungin Shoal), entrambe situate all’interno della propria ZEE secondo quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Nello specifico, Second Thomas Shoal è diventato negli ultimi anni il maggior punto di attrito tra Manila e Pechino, e dal 1999 le Filippine mantengono una presenza militare permanente con la nave BRP Sierra Madre, posizionata direttamente sulla secca per consolidare le proprie rivendicazioni territoriali.


Dal 2022, la marina cinese ha incrementato le sue attività coercitive nell’area, attraverso l’utilizzo della guardia costiera e della milizia marittima impegnate in manovre di interdizione nei confronti delle missioni di rifornimento filippine. 

L’uso di cannoni ad acqua, collisioni intenzionali tra barche e diverse tattiche da “gray zone warfare” ha decisamente aumentato il livello di tensioni, portando Manila ad accusare un certo grado di vulnerabilità.

Ma la contesa del Mar Cinese Meridionale trascende la dimensione territoriale a discapito di quella strategica, in quanto oltre un terzo del commercio mondiale marittimo transita in queste acque, che inoltre ospitano importanti risorse ittiche e potenziali giacimenti energetici. 

Controllare queste rotte e i punti di accesso rappresenta un elemento cruciale nella competizione tra Cina e Stati Uniti per l’influenza nell’Indo-Pacifico.

Già a partire dal 2013 il governo filippino avviò un processo arbitrale contro la Cina presso la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, contestando la validità delle rivendicazioni marittime cinesi nel Mar Cinese Meridionale. 


La decisione arrivò tre anni dopo, nel 2016 che rappresentò un’importante vittoria diplomatica e giuridica per Manila. Il tribunale ai sensi dell’UNCLOS riconobbe che le pretese storiche di pechino per la Nine-Dash Line non avevano nessuna base legale e riconobbe che diverse attività cinesi avevano violato i diritti sovrani delle Filippine all’interno della propria Zona Economica Esclusiva.

Ma nonostante la decisione della corte, la Cina ha rifiutato interamente il verdetto mantenendo ancora oggi una presenza costante nelle aree contese, anzi aumentando sempre di più la propria presenza e capacità di proiezione di controllo marittimo.

Il rifiuto cinese alla sentenza della corte segno un divario tra legittimità giuridica e realtà strategica, evidenziando molti limiti dell’attuale ordine internazionale, soprattutto in assenza di strumenti coercitivi adeguati a garantire l’applicazione delle norme. Per Manila, la sentenza arbitrale è divenuta pertanto un importante strumento diplomatico e politico, ma non una garanzia sufficiente per la tutela dei propri interessi marittimi.

La politica estera filippina ha avuto una progressiva evoluzione sotto la presidenza di Rodrigo Duterte (2016-2022), data anche dall’intensificarsi delle pressioni cinesi, ma che inizialmente preferì perseguire una strategia accomodante nei confronti di Pechino, privilegiando le relazioni e cooperazione economica lasciando le tensioni territoriali a sentenze arbitrarie come strumento di pressione economica.

Soltanto l’arrivo al potere di Ferdinand Marcos jr ha segnato un totale cambio di tendenza. Le continue e crescenti schermaglie con Pechino nel Mar Cinese Meridionale ha portato il governo di Manila a rafforzare progressivamente la cooperazione strategica con Washington, rilanciando il Mutual Defense Treaty del 1951 e ampliando l’applicazione dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA).


Questo trattato firmato tra i due paesi nel 2014 consente alle forze armate americane di accedere a infrastrutture militari filippine per eseguire attività di addestramento, logistica e risposta a emergenze regionali. Dal 2023 l’accordo è stato ulteriormente ampliato attraverso l’individuazione di nuovi siti militari accessibili alle forze statunitensi, alcuni dei quali localizzati nel nord dell’arcipelago e particolarmente rilevanti in relazione a possibili crisi nello Stretto di Taiwan.

L’allargamento dell’EDCA non deve essere visto come un rafforzamento bilaterale tra i due paesi o l’allargamento strategico americano nella regione, ma come l’inserimento delle Filippine nella più ampia strategia di contenimento di Washington nell’area dell’indo-pacifico, che comprende anche Giappone, Australia e altri partner regionali. 

Di conseguenza il Mar Cinese Meridionale non rappresenta solo una disputa territoriale tra due paesi ma come uno dei principali teatri della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.

Gli Stati Uniti per contenere la Cina nell’Indo pacifico devono osservare le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e assicurarsi che le Filippine abbiamo un ruolo più centrale all’interno della loro strategia. L’espansione dell’EDCA, il rafforzamento della cooperazione militare bilaterale e la crescente frequenza degli incidenti nelle acque contese indicano infatti una progressiva integrazione dell’arcipelago nella rete di sicurezza regionale guidata da Washington.

In questo contesto, si può ipotizzare che nei prossimi cinque anni Manila posso diventare il principale hub avanzato americano sotto il profilo militare nel sud-est asiatico. 


Questa ipotesi non comporterebbe la presenza permanente di forze americane sul territorio filippino, ma determinerebbe una crescente interoperabilità tra le due forze armate, l’espansione delle infrastrutture logistiche e una maggiore rilevanza strategica delle basi situate nel nord dell’arcipelago.

Inoltre, la vicinanza con Taiwan conferisce alla Filippine un’importanza che si estende oltre la disputa nel Mar Cinese Meridionale, in quando un possibile conflitto nello stretto di Taiwan, porterebbe Washington a considerare le installazioni prevista dal EDCA come elementi fondamentali per il supporto logistico, l’intelligence e le operazioni di risposta rapida. 

Di conseguenza, le Filippine potrebbero diventare da semplice attore regionale a snodo essenziale dell’architettura di sicurezza indo-pacifica.

Ma il rafforzamento della deterrenza potrebbe nel breve periodo portare a possibili incidenti o provocazioni nelle aree contese da parte di Pechino che potrebbe interpretare il rafforzamento della cooperazione tra i due paesi come minaccia diretta ai propri interessi strategici nella regione, intensificando le attività della Guardia Costiera e della milizia marittima nelle acque rivendicate dalle Filippine.

Il miglior scenario possibile che possa realizzarsi è che il rafforzamento della cooperazione tra Filippine e Stati Uniti produca un effetto deterrente così forte da scoraggiare ulteriori iniziative stabilizzanti da parte della Cina, in quanto l’espansione dell’EDCA e la crescente cooperazione con Giappone e Australia porterebbe a una rete di sicurezza regionale evitando i rischi di escalation. 


Pechino in tale caso, nonostante continui a rivendicare le aree contese ridurrebbe le attività più aggressive nei confronti delle unità filippine, privilegiando strumenti diplomatici ed economici rispetto alle operazioni di pressione marittima, anche sviluppando nel tempo meccanismi di comunicazione per la gestione delle crisi.

Le filippine in tutto ciò, consoliderebbero il ruolo di partner strategico con gli Stati Uniti senza essere coinvolti in un conflitto regionale, ma allo stesso tempo Manila manterrebbe margini di cooperazione economica con la Cina, adottando una strategia di bilanciamento che consente di massimizzare i benefici derivanti dai rapporti con entrambe le potenze.

Caso opposto, gli scenari peggiori che potrebbero capitare sono incidenti gravi nelle aree contese, in particolare presso Second Thomas Shoal o Scarborough Shoal, dato dall’intensificarsi delle attività aggressive della marina militare cinese. 

Azioni che potrebbero portare alla morte di cittadini o militari filippini, innescherebbero una crisi diplomatica e militare di ampia portata.

L’eventuale intervento militare americano a supporto delle Filippine aumenterebbe il rischio di escalation, ma le dichiarazioni americane negli ultimi anni giustificherebbero l’intervento nel Mar Cinese Meridionale con l’attivazione delle clausole previste dal Mutual Defense Treaty del 1951. 


In tale contesto le Filippine cesserebbero di essere un semplice attore coinvolto in una disputa territoriale e diventerebbero uno dei principali fronti della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, con rilevanti conseguenze per la sicurezza dell’intero Indo-Pacifico.

Per valutare al meglio lo scenario descritto è necessario monitorare una serie di indicatori strategici in grado di influenzare il ruolo delle Filippine nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

In primis, bisognerà osservare le attività della guardia costiera cinese nelle aeree contese. Un aumento delle operazioni coercitive potrebbe indicare una volontà di Pechino di contrastare il rafforzamento dell’alleanza tra Manila e Washington.

Un secondo elemento riguarda l’implantazione dell’EDCA, con attenzione allo sviluppo delle nuove infrastrutture militari e alla frequenza delle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Filippine.

Infine, sarà inoltre rilevante monitorare l’evoluzione della politica estera dell’amministrazione Marcos Jr. e il grado di consenso interno nei confronti della cooperazione con Washington, soprattutto in vista delle future scadenze elettorali.



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 Alessandro Gianluppi

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