Le vite degli altri per comprendere la propria


Esistono persone che imparano molto presto a convivere con il silenzio. Non perché abbiano poco da dire, ma perché alcune esperienze insegnano che le parole hanno un peso. Ogni frase pronunciata diventa una scelta, ogni confidenza un piccolo atto di fiducia. Così si cresce osservando più che parlando, ascoltando più che intervenendo. Si impara a leggere gli altri prima ancora di raccontare se stessi. Forse è proprio da questa disposizione che nasce una certa idea di recitazione. Prima ancora della tecnica, della voce, della presenza scenica o del talento, esiste uno sguardo. La capacità di fermarsi davanti a un essere umano e domandarsi quali ferite custodisca, quali paure lo abitino, quali sogni continui a difendere nonostante tutto. Per alcuni attori il personaggio nasce dal copione. Per altri nasce dalle persone. Angelo Conforti appartiene a questa seconda categoria. Nel suo modo di raccontarsi emerge una convinzione che attraversa l’intera intervista esclusiva per Virgilio Notizie: nessuno diventa ciò che è per caso. Ogni gesto, ogni scelta, perfino ogni errore affonda le proprie radici in una storia che merita di essere compresa prima ancora che giudicata. È un pensiero che sembra riguardare soprattutto gli altri, ma che finisce inevitabilmente per riflettersi su se stesso. Dietro il desiderio di interpretare vite diverse si intravede infatti in Angelo Conforti il tentativo di dare un significato anche alla propria. Non per cancellare il dolore, ma per trovargli un posto. Perché esistono ferite che non guariscono mai del tutto; imparano semplicemente a convivere con chi le porta. In questa intervista il dolore non viene mai esibito. Rimane sullo sfondo, come una corrente silenziosa che attraversa ogni pagina. È la forza invisibile che alimenta l’ambizione, che rende necessario mettersi continuamente alla prova, che trasforma ogni traguardo raggiunto nel punto di partenza per quello successivo. Colpisce soprattutto una caratteristica. In un’epoca in cui il successo viene spesso raccontato come una successione di traguardi, qui il centro del discorso è altrove. Tornano continuamente parole come fiducia, famiglia, autenticità, condivisione, responsabilità. Il lavoro dell’attore non viene descritto da Angelo Conforti come un percorso verso la celebrità, ma come uno strumento per comprendere meglio gli esseri umani e, attraverso di loro, comprendere anche se stessi. È probabilmente questa la ragione per cui il racconto professionale finisce spesso per intrecciarsi con quello personale. Non esistono due percorsi separati. L’uomo alimenta l’attore e l’attore restituisce significato all’uomo. Ne emerge il ritratto di una persona ancora all’inizio del proprio cammino artistico, ma già consapevole che il talento, da solo, non basta. Servono studio, disciplina, capacità di cadere e, soprattutto, il coraggio di restare fedeli alla propria identità in un mestiere che, per definizione, chiede continuamente di diventare qualcun altro. Forse è proprio questa la contraddizione più affascinante della recitazione. Indossare cento maschere diverse per riuscire, alla fine, a conoscersi un po’ di più.


Lei è un attore che ha già intrapreso un percorso importante e continua a crescere costantemente. Se dovesse immaginare la sua carriera come un palazzo e indicarmi a quale piano si trova oggi, quale sarebbe la sua risposta?


“Le direi che ho appena aperto il portone del piano terra”.

Perché sente di essere ancora all’inizio?

“Più che sentirmi all’inizio in senso assoluto, credo che dipenda dal mio carattere. Un’altra persona, con un temperamento diverso dal mio, probabilmente le risponderebbe: «Mi guardo indietro e sono soddisfatto. Ho fatto un bel percorso, ho camminato molto rispetto al punto da cui sono partito e nella mia vita sono accadute tante esperienze belle». Io, invece, sono una persona molto ambiziosa. Ogni traguardo che raggiungo rappresenta certamente una soddisfazione, ma soprattutto un’esperienza che arricchisce il mio bagaglio personale. Allo stesso tempo, però, proprio quel traguardo mi dà la consapevolezza che, se sono riuscito ad arrivare fin lì, posso spingermi ancora oltre. È questo che mi motiva ad andare avanti. Mi dà la forza di mettermi continuamente alla prova e di superare i miei limiti. I progetti che vorrei realizzare sono davvero moltissimi e, proprio per questo, se mi chiede a che punto del palazzo mi trovo, le rispondo che sto ancora aprendo il portone. Ho ancora molta strada da percorrere e la salita è lunga”.

L’ambizione è una qualità che apprezzo molto. Nel suo caso, però, da dove nasce? Qual è la radice di questa ambizione?


“Credo nasca dal fatto di essere cresciuto in un contesto nel quale l’arte, la recitazione, il cinema e il teatro erano completamente estranei alla mia realtà. Nessuno nella mia famiglia aveva mai avuto a che fare con questo mondo. Sono cresciuto in una famiglia umile. I miei genitori si sono separati quando avevo appena un anno e mezzo e mio padre è andato via di casa, costruendosi poi una nuova famiglia. Una situazione del genere, inevitabilmente, lascia un segno in un bambino. Rimane un vuoto, una ferita, una parte del cuore che continua a chiedersi come sarebbe stato crescere con una figura paterna presente. Avrei voluto avere un padre a cui chiedere consiglio, qualcuno con cui confrontarmi, qualcuno che magari mi rimproverasse quando sbagliavo. Sono aspetti che possono sembrare normali, ma che nella crescita di un figlio sono fondamentali. Fortunatamente ero il più piccolo di tre fratelli e mio fratello maggiore, che ha diciassette anni più di me, è stato in qualche modo una figura paterna”.

Di fatto, quando lei era ancora un ragazzino, lui era già un uomo.

“Esattamente. Anche lui, però, quando ero ancora piccolo, si arruolò nell’esercito. Avevo circa otto anni quando partì per Milano e mi ritrovai a vivere praticamente solo con mia madre e mia sorella. In un certo senso, pur essendo ancora un bambino, mi sentii quasi l’uomo di casa. La sua partenza mi fece soffrire moltissimo. Piangevo spesso. Ogni volta che tornava per qualche giorno ero felicissimo, ma poi ripartiva e trascorrevano mesi prima di rivederlo. Quella mancanza la sentivo profondamente, perché ero molto più legato a lui che a mio padre, con il quale avevo condiviso davvero poco. Con il tempo, però, ho capito che quel dolore mi ha aiutato a crescere. Mi ha fatto maturare molto prima del previsto. Credo che il dolore possa avere due effetti: può distruggerti oppure costruirti. Dipende da come scegli di affrontarlo. Vale per qualsiasi forma di sofferenza: la perdita di una persona cara, una situazione familiare complicata o qualsiasi altra esperienza difficile. Se riesci a trasformare quel dolore in energia, allora diventa una forza incredibile. Non è un’esperienza che si desidera vivere, naturalmente, ma quando la vita te la mette davanti puoi scegliere se lasciarti schiacciare oppure utilizzarla per diventare una persona migliore. Ho cercato di fare proprio questo. Ho provato a trasformare quel dolore in qualcosa che potesse essermi utile anche nel mio lavoro. Per un artista, se riesce a renderlo autentico, il dolore diventa davvero il carburante del motore. Ti permette di dare verità alle emozioni e di trasmetterle agli altri”.

Mentre parlava mi è venuta in mente una frase di Nietzsche che cito spesso: «Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante». Nel suo caso, quel caos sembra essere stato proprio il dolore. Come è entrata la recitazione nella sua vita? È stato un colpo di fulmine oppure il risultato di un percorso di consapevolezza graduale?

“Un percorso graduale, anche se c’è stato un momento molto preciso che ricordo ancora oggi. Da bambino ero completamente preso dal calcio. Giocavo sempre con gli amici nel mio rione, seguivo tutte le partite e la mia vita ruotava soprattutto attorno a quello. Poi, quando avevo circa dieci anni, mi proposero di interpretare il cardinale Frollo ne Il gobbo di Notre Dame. Era un personaggio cattivo, duro, molto distante da me, perché ero un bambino allegro, socievole e pieno di energia. Proprio questa distanza mi incuriosì. Cominciai a chiedermi perché una persona potesse diventare così, quali fossero le motivazioni che la spingevano ad agire in quel modo. Senza rendermene conto iniziai a osservare i personaggi, a pormi domande sulle persone e sulla vita. L’anno successivo interpretai Masaniello. Quell’esperienza mi fece davvero comprendere qualcosa di importante. Ricordo che, dopo lo spettacolo, molti genitori dei miei compagni e anche gli insegnanti si avvicinarono a mia madre dicendole: «Suo figlio ha talento. Dovrebbe farlo studiare». Quando senti ripetere lo stesso giudizio da tante persone diverse, inevitabilmente inizi a riflettere. Cominci a chiederti se quella possa davvero essere la tua strada. Il momento che porto ancora oggi nel cuore, però, riguarda le prove generali. Nell’ultima scena c’era un lungo monologo di Masaniello, che parlava al popolo che prima lo aveva seguito e poi lo aveva tradito, consegnandolo al governo e condannandolo a morte. Quando terminarono le prove e si accesero le luci, vidi molti miei compagni di scuola, ragazzi di undici, dodici e tredici anni, con le lacrime agli occhi. Quella scena mi colpì profondamente. A quell’età fai teatro soprattutto per divertirti, stare con gli amici o dedicarti a un’attività diversa dalla scuola. Non ti aspetti che ragazzi della tua età si emozionino fino a quel punto. Fu allora che pensai: forse sono davvero capace di raccontare una storia. Forse riesco a trasmettere emozioni agli altri. Se ero riuscito a commuovere loro, magari un giorno avrei potuto emozionare anche molte altre persone. Da quel momento ho continuato a fare teatro con una compagnia amatoriale del mio paese fino ai sedici anni. Dentro di me, però, c’era il desiderio di studiare seriamente recitazione e di intraprendere un percorso professionale. Allo stesso tempo vivevo a Boscoreale, in provincia di Napoli, al confine con Pompei e Scafati. Sono i luoghi in cui sono cresciuto e ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza. In quella realtà non era semplice inseguire un sogno come questo. Le accademie più prestigiose erano a Roma, qualcuna a Napoli, ma non ero automunito e la mia situazione familiare non mi permetteva di affrontare facilmente quel percorso. Così, a un certo punto, mi sono detto: «Mettiamo da parte questo sogno». Ho proseguito gli studi come odontotecnico, mi sono diplomato e ho iniziato a lavorare. Ho svolto questa professione per cinque anni. Era un lavoro che mi piaceva. Non mi dispiaceva affatto, anche perché sono una persona molto precisa, quasi maniacale. O un lavoro mi riesce bene oppure non mi accontento. Quando realizzavo una protesi dentaria e vedevo che il risultato corrispondeva a ciò che desideravo, provavo una grande soddisfazione. In un certo senso sentivo di restituire un sorriso alle persone. Mi piaceva l’idea che il mio lavoro potesse permettere a qualcuno di ritrovare il piacere di sorridere”.


Non avevo mai sentito un odontotecnico descrivere il proprio lavoro in questo modo: «Regalavo sorrisi alle persone». È una definizione bellissima. Me la segno, perché davvero non me l’aveva mai detta nessuno. Semmai è il mio dentista a sorridere quando mi vede arrivare.

(sorride, ndr) “Credo dipendesse dal fatto che dentro di me ci fosse comunque una componente artistica. In qualche modo cercavo di portare quella sensibilità anche nel lavoro che svolgevo. Per questo ero felice quando riuscivo a realizzare una protesi dentaria ben fatta, capace di rendere felice anche il paziente. Poi, però, arriva sempre un momento nella vita in cui si cominciano a fare le classiche domande esistenziali. Mi chiedevo: «È davvero questo il lavoro che voglio fare per tutta la vita?». E poi: «Angelo, hai una sola vita. Sei davvero felice?». La risposta era no. Ed è stato allora che ho capito una cosa. Era vero che regalavo un sorriso agli altri, ma stavo perdendo il mio. In fondo non facevo ciò che mi faceva sentire davvero vivo. Così, nel 2020, con lo scoppio della pandemia, ho deciso di mollare tutto. Ho trovato il coraggio di farlo. Avevo messo da parte qualche risparmio e ho preso quella che, ancora oggi, considero la decisione più difficile della mia vita, ma anche la più bella. Ho iniziato finalmente a studiare recitazione. Ho frequentato la Pigrecoemme di Napoli e lì ho avuto la fortuna di conoscere maestri del teatro come Corrado Taranto e Lucio Allocca, persone che mi hanno trasmesso davvero moltissimo”.

Ha abbandonato una professione sicura: faceva l’odontotecnico, aveva una clientela consolidata, un’attività che funzionava. Dall’altra parte c’era invece un mestiere estremamente precario, pieno di incognite. Non ha avuto paura?

“Sì, la paura c’era. Soprattutto temevo di deludere la mia famiglia. Dopo cinque anni di studi, un altro anno per ottenere l’abilitazione necessaria ad aprire un laboratorio e cinque o sei anni di lavoro, avevo costruito qualcosa. Avevo una clientela, studi dentistici che mi affidavano i loro lavori. Arrivi a un punto in cui pensi: «Cavolo, qualcosa l’ho costruita. Posso farla crescere ancora». E invece scegli di fare un salto nel vuoto. I motivi, però, erano tanti. Il primo è quello di cui le parlavo prima: non ero felice. Mi dicevo: «Sì, è un bel lavoro, ma ho una sola vita. Posso davvero sprecarla facendo qualcosa che non amo?». Non so che cosa ci sia dopo questa vita, ma so di avere questa e voglio viverla nel modo che sento più autentico. Mi ripetevo anche che, persino se fossi caduto, se mi fossi ritrovato senza un euro in tasca, almeno avrei potuto guardarmi indietro e dire di averci provato fino in fondo, di aver inseguito davvero ciò che mi faceva stare bene. C’è poi un altro aspetto. Sono una persona molto attiva, molto vivace. Non riesco a stare fermo. Non puoi chiudermi in un laboratorio dalla mattina alla sera, cinque o sei giorni alla settimana, perché impazzisco. Ed è proprio allora che ho capito quanto il mestiere dell’attore fosse affine alla mia natura. È un lavoro dinamico. Posso interpretare qualsiasi personaggio: è quasi come vivere tante vite in una sola. Ogni ruolo mi lascia qualcosa, mi arricchisce, mi insegna qualcosa di nuovo. Sentivo che quella era la professione giusta per me”.

C’è stato un momento preciso in cui si è detto: «Angelo, sei un attore»?

“Alla Pigrecoemme ho frequentato due anni di corso. Durante il primo continuavo ancora a lavorare come odontotecnico. Ricordo benissimo uno degli insegnanti, oltre al grandissimo Lucio Allocca, con il quale è nato anche un bellissimo rapporto umano. C’era Angelo Serio, che era l’insegnante severo per eccellenza. Quello che ti strappa dal mondo dei sogni e ti riporta alla realtà. Ma serviva anche quello. Ricordo che ci diceva sempre: «Ragazzi, fare l’attore è un mestiere meraviglioso. Però ricordatevi che dovete pagare le bollette. La sera tornate a casa e vi trovate davanti gli stessi problemi quotidiani di chiunque altro. Siete davvero pronti a vivere una vita precaria? Se non lo siete, è meglio cambiare strada». Paradossalmente diceva ciò proprio per costruire il nostro carattere. In questo mestiere, se non hai una personalità forte e una grande determinazione, non vai avanti. Quelle parole dividevano le persone. C’era chi le ascoltava e pensava: «No, una vita del genere non fa per me», e rinunciava. Io, invece, ne traevo forza. Non mi hanno spaventato neppure per un istante. Al contrario, aumentavano ancora di più la voglia di mettermi alla prova e dimostrare che potevo farcela nonostante tutte le difficoltà”.

Mi sembra di capire che, quanto più una sfida è difficile, tanto più la incuriosisce.


“Voglio vedere fin dove posso arrivare. Mi metto continuamente alla prova. Mi guardo allo specchio e mi chiedo: «Fammi vedere di che cosa sei capace, Angelo. Questa sfida è davvero al di sopra delle tue possibilità oppure sei soltanto tu a non avere il coraggio di provarci?». Se capisco che è soltanto una questione di coraggio, allora mi impongo di trovarlo. Mi critico continuamente, mi metto sempre in discussione”.

Angelo Conforti

Qual è stato, fino a oggi, il sacrificio più grande che ha fatto per questo percorso?

“Forse non saprei individuare un singolo sacrificio. Certo, lasciare una situazione stabile per inseguire un sogno non è stato poco. Poi ho iniziato ad andare a Roma per studiare. Ho frequentato tantissime masterclass e workshop, perché ho capito che non basta studiare. Puoi essere bravo, affinare la tecnica e avere talento, ma se nessuno ti conosce puoi recitare soltanto nel salotto di casa tua. Per questo ho investito tutto su me stesso. Ho cercato di farmi conoscere da registi e casting director, soprattutto nel cinema, perché se nessuno sa chi sei è impossibile che ti scelga per un progetto. Naturalmente i risparmi accumulati facendo l’odontotecnico non bastavano a sostenere gli studi, le accademie e tutti gli spostamenti a Roma. Così ho iniziato a lavorare come corriere per Amazon e l’ho fatto per oltre due anni. Anche in quel lavoro, però, cercavo sempre un significato. Dicevo a me stesso: «Non sto consegnando pacchi, sto consegnando sorrisi». Perché quando una persona aspetta qualcosa che ha ordinato e tu gliela porti, in qualche modo le regali un momento di felicità”.

Che cosa ha pensato quando ha ottenuto il suo primo ruolo da professionista? Quando qualcuno l’ha scelta dopo un provino, superando tutti gli altri candidati, qual è stato il suo primo pensiero?

“Prima di arrivare a quel momento ho preso tantissime porte in faccia. Sentivo ripetere continuamente che era impossibile entrare in certi progetti, che servivano solo le raccomandazioni, che il sistema era corrotto. Ne ho sentite davvero di tutti i colori. A un certo punto mi sono detto: «Se è così difficile entrare in questo mondo, allora mi costruirò un’opportunità da solo». Il momento decisivo è stato l’incontro con Francesco Cesareo. Ci siamo conosciuti nel 2019. All’epoca lo chiamavo Mister Frank. Aveva visto alcuni video divertenti che realizzavo con mio cugino Luigi e con il mio amico d’infanzia Vincenzo. Quando avevo messo da parte la recitazione, quei video erano il mio modo per non allontanarmi del tutto dall’arte. Sentivo il bisogno di continuare a interpretare, di esprimermi. Quando ci incontrammo, Francesco mi guardò negli occhi e mi disse una frase che non dimenticherò mai: «Nei tuoi occhi vedo lo stesso fuoco che avevo io alla tua età. Sei un diamante grezzo, devi soltanto affinarti. Studia». Quelle parole mi sono rimaste dentro per anni. Mi hanno dato ancora più convinzione nel voler affrontare seriamente questo percorso. Il momento più bello, però, è arrivato qualche anno dopo. Conoscendo la storia di Francesco, sapevo che quel fuoco, con il tempo, si era affievolito. Così tornai da lui e gli dissi: «Franco, quel fuoco che hai acceso in me è ancora vivo. Anzi, è così forte che può riaccendere anche il tuo». Mi fece leggere una poesia che aveva scritto dopo la perdita di sua suocera. Mi colpì così profondamente che gli dissi: «Questa non può rimanere soltanto una poesia. Deve diventare un film». Poi ci rendemmo conto che un film, in quel momento, era un progetto troppo ambizioso e decidemmo di trasformarla in un cortometraggio. Così, nel giro di pochissimi giorni, nacque La passeggiata. Gli presentai il regista Alessandro Derviso, con il quale avevo già collaborato. Anche lui si innamorò immediatamente della storia. Successivamente Francesco fece leggere la sceneggiatura a Giacomo Rizzo, che la apprezzò molto e accettò di partecipare. Quella è stata la mia prima vera esperienza cinematografica. Mi sono ritrovato a esordire accanto a un gigante come Giacomo Rizzo, un attore che ha lavorato con Paolo Sorrentino, Bernardo Bertolucci e in numerose produzioni di grande rilievo. È normale provare ansia in una situazione del genere. Io, però, ho cercato di trasformare anche quell’ansia in energia. Mi sentivo un vulcano. Sapevo di non poter sprecare un’occasione simile. Vedere poi che un progetto nato praticamente da zero, costruito con le nostre mani, arrivava a rientrare tra i settanta cortometraggi selezionati per gli Oscar del 2023 è stata una soddisfazione enorme. In quel momento ho capito di aver fatto bene a credere che si potesse costruire qualcosa anche senza aspettare che fosse il sistema ad aprirti una porta”.

Immagino, però, che a un certo punto sia stato anche il sistema ad accorgersi di lei.


“E, in realtà, non è stata nemmeno la parte più importante. Certo, realizzi un buon lavoro, ricevi complimenti e arrivano i primi riconoscimenti, ma non è questo che ti fa crescere davvero. A farmi crescere è stato tutto ciò che è successo dopo. Grazie a quel cortometraggio ho trovato un’agenzia e ho iniziato finalmente a sostenere i primi provini. Prima non ne facevo nemmeno, perché senza un’agenzia era praticamente impossibile. In fondo svolgo questo mestiere da pochissimo, appena due o tre anni. È proprio in quel periodo che ho capito che cosa significhi fare davvero la gavetta. Per me rappresenta una palestra straordinaria. Ogni rifiuto ti obbliga a guardarti dentro e a migliorare. Ogni porta chiusa può trasformarsi in una porta che si apre dentro di te e ti spinge a fare meglio. Per questo credo che bisogna avere il coraggio di cadere, persino di sprofondare, come dicevo prima. Molto spesso è proprio in quei momenti che scopri una forza che non sapevi di possedere. Poi sono arrivati anche i primi “sì”. Dopo La passeggiata ho lavorato a Fine vita mai, ancora una volta con Francesco Cesareo, che ne ha firmato sceneggiatura e regia. In quel progetto ho lavorato anche con Francesco Piccirillo, Salvatore Mennitti e Alessandro Orrei. Successivamente è nata Sigarro Pictures, ma prima ancora è arrivato il mio primo provino vinto. Era per Solo se canti tu, di Luca Miniero. Ho sostenuto il provino a settembre e a novembre ero già sul set. È stata un’esperienza bellissima, perché mi sono ritrovato a condividere le scene con Massimiliano Gallo, un attore che ho sempre stimato e visto al cinema e in televisione. A un certo punto mi sono detto: «Allora sta succedendo davvero». Prima Giacomo Rizzo, poi Massimiliano Gallo. E poi, appena due mesi fa, è arrivata un’altra esperienza straordinaria. Ho lavorato in una grande produzione internazionale diretta da Mel Gibson, The Resurrection of the Christ, il sequel de La passione di Cristo. Ricordo ancora l’impressione che mi fece quel set. Mel Gibson aveva acquistato un terreno immenso alle porte di Roma e aveva ricostruito Gerusalemme da zero. Camminavo lì dentro e avevo davvero la sensazione di non essere più a Roma, ma in un’altra epoca. L’organizzazione era impressionante. Mel Gibson mi chiamava per nome: «Angelo, Angelo…». E dentro di me continuavo a ripetermi: «Ma sta succedendo davvero?». Mi sono ritrovato a condividere il set anche con Rupert Everett e, le dico sinceramente, ancora oggi faccio fatica a metabolizzare tutto questo”.

Lei è un attore che sta vivendo un momento di crescita importante. Perché ha scelto di entrare a far parte di una realtà nuova come Sigarro, composta da persone che hanno ancora tanta voglia di costruire?

“Perché è un desiderio che porto dentro fin da quando ero bambino. È anche il motivo per cui, negli anni in cui avevo accantonato la recitazione, continuavo comunque a realizzare video divertenti con i miei amici. Dentro di me c’è sempre stata la voglia di costruire qualcosa. Più che una casa di produzione, sognavo una famiglia artistica. Volevo creare un gruppo di persone accomunate dalla stessa passione e dalla stessa idea di arte, con cui crescere insieme. Per me il cinema e il teatro non sono soltanto strumenti per raccontare storie. Sono, prima di tutto, luoghi di condivisione. C’è una frase che si sente spesso: «Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano». Credo che sia profondamente vera. Quando condividi una visione artistica con altre persone, quando esiste fiducia reciproca, accade qualcosa di speciale. Ognuno arricchisce l’altro. Le idee si contaminano, maturano e diventano più forti. Anche i più grandi registi hanno realizzato capolavori perché avevano accanto una squadra straordinaria. Da soli non si costruisce mai qualcosa di veramente importante. C’è sempre qualcuno che crede in te e ti aiuta a trasformare una visione in realtà. Con Francesco Cesareo ci conoscevamo già da molti anni. Francesco Piccirillo, invece, l’abbiamo conosciuto durante una masterclass con Ivan Silvestrini e già in quell’occasione si era creato un rapporto molto bello. Successivamente ci siamo ritrovati tutti sul set di Fine vita mai. Francesco aveva scritto il cortometraggio, voleva dirigerlo e desiderava coinvolgere me come attore, oltre a Francesco Piccirillo. Aveva visto alcuni lavori di Alessandro e di Salvatore e pensava che tra noi potesse nascere una bella sintonia. Aveva ragione. Sul set si è creata un’energia fortissima. A un certo punto ci siamo guardati e ci siamo detti: «Perché non proviamo a costruire qualcosa di nostro? Una realtà indipendente?». È nato tutto così. Francesco, inoltre, conosceva già Flavia De Simone. Si occupa di marketing ed è una professionista straordinaria. Avevamo proprio bisogno di una figura come la sua. Eravamo quasi tutti attori; Francesco era anche sceneggiatore e, nel frattempo, avevo iniziato a scrivere anch’io. Oggi ho diversi progetti in fase di sviluppo. Ho scoperto che osservare continuamente le persone, attività fondamentale per costruire i personaggi, mi ha condotto in modo naturale anche verso la scrittura. Osservo chiunque. Davvero chiunque. Posso fermarmi a osservare un clochard per strada e imparare qualcosa. Quando devo interpretare un personaggio non mi interessa soltanto capire che cosa faccia. Mi domando quale sia il suo dolore, quale sogno custodisca, quali ferite si porti dentro, quale passato abbia e perché si comporti in un determinato modo. Solo trovando risposta a queste domande un personaggio può diventare davvero credibile. Ed è proprio questa continua osservazione del mondo che ha fatto nascere in me l’esigenza di raccontarlo anche attraverso la scrittura. Di recente ho terminato la sceneggiatura del mio primo lungometraggio. Naturalmente è ancora un progetto che attende di essere realizzato e so benissimo che anche nella scrittura bisogna fare gavetta, studiare e migliorare. È un obiettivo a cui tengo molto. Mi piacerebbe, un giorno, dirigere un film scritto da me. È una prospettiva che mi entusiasma, anche perché faccio fatica a limitarmi a un’unica attività. Ho bisogno di sperimentare continuamente”.

L’arte, la recitazione e, oggi, anche la scrittura l’hanno aiutata a placare quel dolore di cui parlavamo all’inizio oppure, al contrario, l’hanno portata a porsi ancora più domande?

“La risposta comprende entrambe le possibilità. Da una parte sì, mi hanno aiutato a placare quel dolore. Facendo questo mestiere ho riempito la mia vita con tante altre vite. Entrare nei personaggi, osservare continuamente le persone, vivere giornate così intense finisce quasi per relegare quel dolore in un angolo. Non scompare, ma per un po’ resta in silenzio. Dall’altra parte, però, mi hanno spinto anche a pormi nuove domande. Proprio perché cerco sempre di comprendere il comportamento delle persone, a un certo punto ho iniziato ad analizzare anche quello di mio padre. Mi sono chiesto perché avesse compiuto determinate scelte. Questa ricerca mi ha portato lentamente a trasformare il rancore che provavo nei suoi confronti in una forma di perdono. Ho iniziato a comprendere la sua storia e, attraverso quella comprensione, sono riuscito a dare un senso anche a ciò che era accaduto. Non voglio raccontare la sua vita, perché riguarda lui e non sarebbe corretto. Posso dire, però, che oggi comprendo molto meglio le ragioni di certi comportamenti. Qualche anno fa abbiamo avuto anche un confronto molto bello. Ho visto una persona che aveva finalmente preso coscienza dei propri errori e raggiunto una maturità diversa. Può sembrare strano dirlo di una persona di settant’anni, ma la maturità non dipende dall’età. Oggi tra noi non c’è più rancore. E va bene così. Anzi, le dirò di più: probabilmente, se non avessi vissuto tutto quello che ho attraversato, oggi non sarei la persona che sono”.

Dico sempre che siamo il risultato della somma degli errori degli altri.

“È una grandissima verità. E aggiungo un’altra riflessione: siamo anche il risultato delle cinque persone che frequentiamo più spesso. Per questo è fondamentale scegliere con attenzione chi avere accanto. Conosco molte persone che restano intrappolate in ambienti tossici, lavorativi o personali, senza riuscire ad allontanarsene. È una situazione molto pericolosa, perché quegli ambienti finiscono per plasmarti in senso negativo. Era successo anche a me. Ero bravo nel mio lavoro di odontotecnico, mi piaceva anche, ma a un certo punto quell’ambiente era diventato tossico. Ed è proprio lì che le scelte fanno la differenza. Bisogna avere il coraggio di allontanarsi da ciò che ci fa stare male e inseguire ciò che ci fa sentire vivi. Serve coraggio. Punto”.


Qual è oggi la sua più grande vulnerabilità?

“È una domanda difficile. Credo che, per forza di cose, la vita mi abbia obbligato a diventare forte. Forse anche per questo ho sempre cercato di eliminare le mie vulnerabilità. Una, però, c’è sicuramente: la mia famiglia. Sono una persona molto premurosa e, se accade qualcosa a una persona a cui voglio bene, soffro profondamente. È l’aspetto che mi colpisce più di ogni altro. Un’altra mia vulnerabilità è il tradimento da parte di una persona che amo. Deve sapere che, per la vita che ho vissuto, sono sempre stato piuttosto anaffettivo. Nel senso che faccio molta fatica ad affezionarmi davvero e ad aprire il cuore. Credo sia una conseguenza della paura di soffrire. Quando, però, accade, quando decido davvero di affidare il mio cuore a qualcuno, mi espongo completamente. Se quella fiducia viene tradita, soffro moltissimo. È probabilmente ciò che mi ferisce più di ogni altra cosa. Non consegno facilmente il mio cuore a nessuno e, quando la persona alla quale l’ho affidato non lo custodisce come dovrebbe, faccio molta fatica a rialzarmi. Inevitabilmente, dentro di me quella persona cambia. Non riesco più ad avere lo stesso rapporto di prima. Ed è doloroso, soprattutto quando con quella persona hai condiviso una parte importante della tua vita”.


Non pensa che anche il lavoro che ha scelto possa influenzare la sua vita sentimentale?

“Potrebbe essere. Però le dico una cosa: sono una persona estremamente sincera. Sono questo. Posso piacere oppure no, ma sono questo. Oggi sento spesso dire che bisogna adattarsi alla persona che si ha davanti, indossando ogni volta la maschera giusta. È normale che cambi il modo di parlare. Se sono con lei, che conosco meno, mi esprimo in un modo; se sono con il mio migliore amico, che conosco da quando avevamo tre anni, naturalmente mi comporto diversamente. Ma resto sempre Angelo. Non mi invento un personaggio nella vita reale. Non dico alle persone ciò che vogliono sentirsi dire. Per me è fondamentale conservare un’identità. Paradossalmente faccio l’attore proprio perché voglio indossare le maschere sul palco o davanti alla macchina da presa, non nella vita. Perché, se inizi a farlo anche nella quotidianità, alla fine rischi di perdere te stesso”.

Che rapporto ha, da attore e da giovane uomo, con il suo corpo?

“Fortunatamente ho un ottimo rapporto con il mio corpo. In realtà ho imparato a conoscerlo ancora meglio proprio grazie a questo mestiere. Mi sono sempre sentito a mio agio con me stesso. Inoltre sono sempre stato uno sportivo. Da bambino giocavo a calcio, poi ho continuato a farlo con gli amici e, successivamente, ho iniziato ad allenarmi in palestra. Ancora oggi mi alleno con costanza. Credo sia importante prendersi cura del proprio corpo, perché se non stai bene con te stesso è difficile stare bene anche con gli altri e, soprattutto, con i personaggi che interpreti. Con il tempo ho capito che il corpo è uno degli strumenti più importanti del mio lavoro. Per questo osservo continuamente le persone. Non mi interessa soltanto capire che cosa pensano, ma anche come si muovono, come gesticolano, come parlano. Cinema e teatro sono, prima di tutto, comunicazione fisica. Certo, c’è la parola, ma prima ancora c’è il corpo. Puoi provare emozioni profondissime, ma se il tuo corpo non riesce a comunicarle, quelle emozioni non arriveranno mai allo spettatore. Per questo ho dovuto lavorare moltissimo su me stesso. Una delle prove più difficili è stata Zoo Trincea. Interpretavo Diego Esposito, detto ‘Coccinella’. Era un personaggio lontanissimo da me: uno stilista, molto curato nell’aspetto, colorato nel modo di vestire, con il sogno di trasferirsi a Londra per diventare un grande stilista. Un ragazzo esuberante, che realizzava contenuti su TikTok e aveva un orientamento sessuale diverso dal mio. Qualche sfumatura caratteriale in comune c’era, ma tutto il resto ho dovuto costruirlo da zero. Ho lavorato sulle movenze, sulla voce, sulla gestualità. Io, per esempio, non uso nemmeno TikTok. Mi piace vestire bene, ma non sono una persona che cura ogni minimo dettaglio dell’abbigliamento. Mettere il mio corpo e la mia voce completamente al servizio di quel personaggio è stato davvero impegnativo. Quando, però, ci sono riuscito, la soddisfazione è stata enorme. L’aspetto più bello era osservare la reazione del pubblico dopo lo spettacolo. Chi mi conosceva mi diceva: «Ma sei davvero tu?». Chi, invece, non mi aveva mai visto fuori dalla scena era convinto che fossi realmente quel personaggio. Quando poi mi sentivano parlare normalmente, restavano completamente spiazzati. È stato uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto. La soddisfazione più grande, però, è arrivata durante le repliche mattutine dedicate alle scuole. Ricordo un ragazzo che, da alcuni atteggiamenti, lasciava intuire il proprio orientamento sessuale. Alla fine dello spettacolo chiese di incontrarmi. Arrivò con le lacrime agli occhi, mi abbracciò fortissimo e mi disse soltanto: «Grazie». Mi si è squarciato il cuore”.

Probabilmente perché, per la prima volta, si è sentito rappresentato.


“Sì. Ed è stato bellissimo. L’aspetto ancora più emozionante è che alcuni ragazzi sono tornati la sera insieme ai genitori per rivedere lo spettacolo. Sono soddisfazioni enormi, perché significa riuscire ad avvicinare i giovani al teatro. C’è poi un’altra esperienza che porto nel cuore. In Fine vita mai interpreto un personaggio ispirato a Santo Romano, un giovane calciatore ucciso per futili motivi. Con quel cortometraggio abbiamo ricevuto diversi riconoscimenti. Abbiamo vinto il Quartieri Spagnoli Film Festival e il Premio Enzo Cannavale. Alla proiezione erano presenti anche i familiari delle tre vittime raccontate nel cortometraggio: Santo Romano, Giorgio Cutolo e Francesco Pio Maimone. Alla fine del film la madre di Santo e la sua fidanzata si avvicinarono a me. Sua madre mi abbracciò e mi disse una frase che non dimenticherò mai: «Grazie. Hai il suo stesso sorriso. E hai detto le stesse cose che, secondo noi, avrebbe detto Santo se fosse ancora vivo». Le giuro che in quel momento sono rimasto senza parole. Sentirmi dire una frase del genere mi ha fatto comprendere davvero la forza di questo mestiere. Per un attimo ho avuto la sensazione che, attraverso quel personaggio, una persona che non c’era più fosse riuscita a vivere ancora, almeno nel cuore di chi l’aveva amata”.

Per lei, Angelo, che cos’è davvero il successo?


“Mi sono sempre fatto una promessa. A prescindere da quanto in alto possa arrivare, da quanto possa diventare famoso o popolare, il vero successo, per me, consiste nello stare bene e nel far stare bene le persone che mi circondano, quelle che sono sempre state al mio fianco fin dal primo giorno. Le faccio un esempio. Se domani diventassi, per assurdo, l’attore più importante d’Italia, questo, da solo, non mi renderebbe felice. Non mi basterebbe, soprattutto se per arrivarci avessi dovuto fare del male a qualcuno o comportarmi in modo scorretto. Voglio arrivare fin dove riuscirò ad arrivare, ma con la coscienza pulita. Voglio restare fedele a me stesso, alla mia identità e alla mia dignità. E, soprattutto, non voglio mai allontanarmi dalle persone che mi hanno accompagnato fin dall’inizio del mio percorso. Voglio continuare ad avere accanto la mia famiglia e i miei veri amici. Voglio rimanere sempre umile, con i piedi per terra. Per me il successo è riuscire a influenzare positivamente la vita di chi ti guarda, di chi ti segue, che si tratti del pubblico o di una persona a te vicina. Quello è il vero successo. La fama, da sola, non basta”.



Angelo Conforti




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