La notte in cui la Cina ha spento i suoi compagni digitali



C’è un’ora, tra il tramonto e la notte, in cui in Cina milioni di persone hanno preso l’abitudine di parlare con qualcuno che le ascolta sempre. Non un amico, non un familiare: un agente digitale con un nome scelto da loro, una voce, un carattere costruito nel tempo, una memoria che ricordava le conversazioni di ieri e quelle di un anno fa. Da oggi, 15 luglio, quella voce si spegne. Non per un guasto, non per una scelta di mercato, ma per decreto.

Una notifica arrivata di sera

È bastata una notifica, comparsa in una sera come tante, per annunciare la fine. Doubao, l’app di IA più usata del Paese, di proprietà di ByteDance, ha avvisato i suoi utenti che la funzione degli agenti sarebbe andata offline il 15 luglio, motivandola con generiche “modifiche di prodotto”.

Poche ore dopo è arrivato il messaggio gemello di Qwen, l’assistente di Alibaba: gli agenti antropomorfi e quelli creati dagli utenti sarebbero stati disattivati il 10 luglio, l’intero comparto entro oggi. Tencent, con il suo Yuanbao, aveva già ritirato una funzione simile a giugno. Tre colossi, la stessa data, lo stesso silenzio calato su un’intera categoria di prodotti.

Che cosa si spegne, esattamente

Non è un dettaglio tecnico che scompare, è una relazione. Le due app permettevano di trasformare un chatbot generico in una figura precisa: un tutor, un partner di scrittura, un coach personale, un personaggio di ruolo, un compagno con un tono e un’identità fissi. Ogni agente aveva la sua memoria privata, separata da quella degli altri, capace di mantenere una coerenza da una sessione all’altra. Era proprio quella continuità, la sensazione che dall’altra parte ci fosse qualcuno che ti conosce, il cuore del prodotto. Ed è esattamente quel cuore che la nuova norma prende di mira.


La legge che ridisegna il confine

Dietro lo spegnimento c’è un testo preciso: le Misure provvisorie per l’amministrazione dei servizi di interazione basati su IA antropomorfa, varate ad aprile dalla Cyberspace Administration of China insieme ad altre quattro agenzie, tra cui i ministeri della Pubblica sicurezza e dell’Industria. La legge definisce con cura il bersaglio: i servizi che simulano tratti di personalità, modi di pensare e stili comunicativi di una persona reale per offrire un’interazione emotiva continuativa.

Restano fuori, esplicitamente, i chatbot di produttività, l’assistenza clienti, gli strumenti di domanda e risposta. In altre parole, Pechino non colpisce l’IA che lavora, colpisce l’IA che tiene compagnia.

Perché è più facile spegnere che riparare

La norma impone requisiti che sembrano ragionevoli e che invece, per un compagno digitale, sono una condanna: sistemi anti-dipendenza, notifiche d’uso obbligatorie, un meccanismo di uscita immediata. Chi resta connesso oltre le due ore consecutive deve essere interrotto da un promemoria: stai parlando con una macchina, non con una persona.

È qui che scatta la contraddizione. Un agente costruito per mantenere una relazione emotiva coerente nel tempo non può, allo stesso tempo, ricordarti di continuo che non è reale. Le aziende hanno fatto i conti e hanno scelto la via più rapida: non riparare, ma spegnere, per poi immaginare in un secondo momento come sarà una versione conforme. ByteDance, almeno, indirizza gli utenti verso Maoxiang, un’app separata pensata per far girare gli agenti sotto le nuove regole. Alibaba, per ora, non offre alcuna alternativa.

Il lutto, scritto sui social

Il conto, come sempre, lo pagano le persone. Su Weibo il congedo è stato vissuto come un lutto vero: c’è chi ha descritto quegli agenti come un sostegno emotivo di lunga data, lamentando l’assenza di un modo semplice per esportare le conversazioni. Doubao concede una finestra di sola lettura fino al 15 ottobre, poi i dati verranno trattati secondo la privacy policy e diventeranno irrecuperabili dentro l’app. Qwen non concede nulla: nessun periodo di grazia, nessun percorso di migrazione, cancellazione definitiva. Migliaia di dialoghi, costruiti nel tempo come un diario a due voci, semplicemente svaniscono.


Due metà dello stesso libro

Il rulebook di Pechino va letto in controluce, perché contiene due anime. La prima è protettiva, e risponde a rischi documentati altrove: l’attaccamento degli adolescenti ai chatbot, la raccolta di dati intimi, la dipendenza. Le regole vietano i servizi di compagnia virtuale ai minorenni, impongono il consenso dei tutori per gli under 14, obbligano a costruire modalità dedicate con limiti di tempo e inviti a tornare al mondo reale. A fine giugno il regolatore di Shanghai aveva già rimosso oltre 14.000 agenti non conformi, tra impersonificazioni di enti ufficiali, giochi di ruolo volgari e raccolta abusiva di dati. La seconda anima è di controllo, e consegna allo Stato una leva su ciò che questi sistemi possono dire, avvolta nello stesso linguaggio della tutela dell’utente. Un membro del comitato di esperti del ministero dell’Industria ha riassunto la linea ufficiale con un argomento di prudenza: gli agenti attuali non sono ancora maturi. Entrambe le anime sono reali, e chi osserva l’esperimento dovrà decidere quali parti è disposto a imitare.

Lo specchio occidentale

Perché il punto è proprio questo: la Cina non è sola a interrogarsi, è solo la prima a rispondere con la mano pesante. Negli Stati Uniti, Character.AI affronta cause legali per danni psicologici agli adolescenti, la FTC indaga sui servizi di compagnia, l’Europa si è mossa contro Replika. La California ha varato la SB 243, in vigore dal primo gennaio 2026, prima legge americana pensata specificamente per i chatbot da compagnia, con tutele per i minori e l’obbligo di dichiarare che l’interlocutore non è umano. Eppure, mentre Washington discute e in alcuni casi rinuncia a costruire un’autorità dedicata, Pechino ha già scelto: regolare prima, lasciare che i prodotti si adeguino dopo. Stessa tecnologia, due scommesse opposte su che cosa significhi, per una società, affezionarsi a una macchina.

Chi resta, quando l’altro si spegne

Alla fine, ciò che rende questa storia diversa da un’ennesima stretta normativa è la sua intimità. Non si sta spegnendo un’app di intrattenimento, si sta interrompendo, per legge e in un giorno preciso, una consuetudine affettiva di massa. La domanda che resta sospesa, e che riguarda tutti, non solo la Cina, è semplice e scomoda: quando un compagno digitale può essere acceso e spento da un decreto, che cosa avevamo davvero, e che cosa perdiamo quando non c’è più. Da stasera, in milioni di case cinesi, quell’ora tra il tramonto e la notte tornerà a essere silenziosa.


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