26 luglio 1986, folla in trepidante attesa al Civic Center di Glens Falls (New York). Non un incontro di boxe come tanti altri: il fresco ventenne e astro nascente Mike Tyson affronta Marvis Frazier, figlio del leggendario Smokin’ Joe. Esattamente, avete capito bene: il pugile che, tra le altre imprese, è riuscito a mettere al tappeto Muhammad Ali l’8 marzo 1971 in quello passato alla storia come “L’incontro del secolo”, manifesto di una rivalità senza confini e senza tempo che ha percorso l’intera carriera di due fuoriclasse indiscussi della “Nobile Arte”.
Immaginate le aspettative di migliaia di appassionati, i titoloni roboanti dei giornali e il lungo balletto che, tra dichiarazioni velenose, discutibili frecciatine e strategie verbali per imporre la propria mascolinità fuori dal ring, scandisce in modo praticamente incessante le giornate antecedenti all’evento. A questo punto, quando è stato finalmente raggiunto il picco di massima tensione emotiva, arriva il fatidico momento: Tyson e Frazier Jr. entrano sul quadrato, si annusano da lontano come è solito fare un predatore della savana prima di addentare la sua preda e incrociano lo sguardo per carpire ogni minima gestualità dell’avversario che possa tradire ansia, paura o insicurezza. Pronti, via: jab sinistro di Tyson, montante destro diretto al mento di Frazier e gara conclusa in appena 30 secondi da Iron Mike come a voler dire “Avete fatto tutto sto casino per nulla”. Entro, spacco, esco, ciao.
La domanda dei lettori di DerbyDerbyDerby (a proposito, siete dei pazzi se siete arrivati a questo punto dell’articolo) potrebbe tranquillamente sorgere spontanea: “Tutto molto bello, ma in quale girone dell’Inferno dantesco siamo capitati per sorbirci un’introduzione di più di 200 parole e a che scopo soprattutto?”. E chi sono io per non accontentare la vostra vorace curiosità?

Francia-Spagna come Marvis Frazier-Mike Tyson: tanto chiasso per nulla
La trama dell’incontro, per certi versi storico, tra Mike Tyson e il malcapitato Marvis Frazier è paragonabile a quella di Francia-Spagna, che avrebbe dovuto rappresentare (forse) la vetta qualitativamente più alta del Mondiale americano. Per media, esperti (quindi non io) e addetti ai lavori una vera e propria finale anticipata, visto che a scendere in campo nella splendida e anche un po’ umidiccia cornice di Dallas sono i Campioni d’Europa in carica e una nazionale, quella transalpina, capace di alzare al cielo una Coppa del Mondo in Russia e di arrendersi soltanto all’Argentina, in Qatar, nell’ultimo atto della competizione iridata.
Un cast alla Ocean’s Eleven, per intenderci: al posto di George Clooney, Julia Roberts, Brad Pitt, Andy Garcia e Matt Damon i vari Yamal, Rodri, Mbappé, Dembélé e Olise, giusto per nominare i più mediaticamente esposti. Così tanto estro sul rettangolo verde da portare noi gente comune a guardarci allo specchio, uscire fuori visibilmente contrariati e alzare gli occhi al cielo per chiedere spiegazioni, sempre con garbo massimo e doveroso rispetto, in merito ad una distribuzione parecchio rivedibile e poco equa del talento agli albori dell’umanità.
Alla luce delle premesse fatte, non peccheremmo certo di hybris come prima di noi vari protagonisti della letteratura greca del calibro di Serse, Prometeo o Edipo nell’affermare che ci saremmo aspettati qualcosa di diverso da Francia-Spagna. Anche in questo caso sono stati sufficienti uno jab sinistro e un montante destro, quelli di Oyarzabal e Pedro Porro, per mettere al tappeto la parata di stelle in maglia bleu, colpevole di aver lasciato intatto l’ottimismo del popolo francese giusto il tempo di battere la mano sul petto e intonare: “Allons enfants de la Patrie. Le jour de gloire est arrivé!”. A posteriori, un grido di speranza più che una dichiarazione d’intenti.

Francia-Spagna, Oyarzabal e Pedro Porro antieroi: la celebrazione della coralità
“Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati”, dal Vangelo secondo Michael Jordan. “Un gruppo dei migliori giocatori non fa necessariamente la migliore squadra”, dalla lista dei comandamenti secondo Marcello Lippi. Nella notte dei fenomeni, non segnano Mbappé o Dembélé: fanno centro Oyarzabal e Pedro Porro, autentici antieroi che non incarnano nell’immaginario collettivo le qualità e gli attributi ricorrenti del paladino che combatte contro il temibile drago, entra nel castello e strappa la donzella in difficoltà dalle braccia del cattivo di turno. Come se invitassimo la ragazza più bella della scuola in un ristorante tre stelle Michelin e, dopo aver consultato il menù, ci trovassimo a scegliere tra minestrone e pasta e lenticchie. Per carità, tanta roba comunque, ma non proprio quello che ci saremmo aspettati. Se lo state pensando, non vi preoccupate: anche io, quando andavo a scuola, avrei potuto portare la ragazza descritta prima a mangiare una pizzetta. Al massimo. Ma, in certi casi, usare un po’ di immaginazione non fa male di certo.
Oyarzabal e Pedro Porro non sono altro che un simbolo. Non rappresentano lo strapotere dei singoli, ma il dominio e la supremazia di un gruppo all’interno del quale le individualità riescono ad alzare il proprio livello; l’emblema di un calcio che, a differenza delle ere geologiche precedenti alle quali sono aggrappati ancora tanti allenatori caduti in disgrazia, si affida sempre meno alla magnificazione delle individualità e sempre più alla celebrazione della coralità. Immaginate due cerchi: all’interno del primo troviamo 11 punti, all’interno del secondo 8 punti con altri 3 situati all’esterno della circonferenza che cercano di trainare da soli l’interno cerchio. Forse è anche questa la differenza tra la Spagna di Luis De La Fuente e la Francia di Dembélé, Mbappé e Olise e l’attaccante del Real Madrid che, dopo il 2-0, prova a tirare da qualsiasi posizione in campo è l’espressione massima del concetto. In fondo, in Space Jam, vincono i super mega iper-bestioni che hanno rubato il talento ai giocatori NBA o Michael Jordan, Bugs Bunny e la sua allegra combriccola? Ai cinefili l’ardua sentenza.

La Spagna di De La Fuente e la Francia di Dembélé, Mbappé e Olise
Riprendiamo le fila da questa affermazione precedente: la Francia di Dembélé, Mbappé e Olise e la Spagna di Luis De La Fuente. Non parole a caso come vi potreste aspettare dal sottoscritto: il successo di un progetto si misura attraverso le persone che scegli per portarlo avanti e la scelta di Luis De La Fuente va esattamente in questa direzione. Non uno Special One, non un allenatore che fa baccano in conferenza e nemmeno un tecnico abituato a guidare squadroni galattici del calibro di Real Madrid, PSG, Manchester City o Bayern Monaco. Niente di tutto questo, ma al contempo la persona giusta per ispirare, lontano dai riflettori accecanti della ribalta, la rinascita della Roja, reduce dal periodo più vincente della sua storia con la vittoria del Mondiale sudafricano (2010) e di due Europei consecutivi (2008 e 2012). Prima alla guida dell’Under-18 e dell’Under-19, poi dell’Under-21 e della Spagna Olimpica, per arrivare infine a tenere il timone della nazionale maggiore, con cui è arrivata la vittoria agli ultimi Europei e la finale mondiale in America.
Una visione partita da lontano e che ha aspettato che i tempi fossero maturi per trasformarsi in vittoria; giocatori cresciuti gradualmente nelle giovanili all’ombra della sua ala protettiva e un amalgama che è più facile rinvenire in una squadra di club che in una nazionale. Forse è anche questa la differenza tra strategie votate al successo immediato che producono gli stessi risultati di un piano magistralmente architettato da Willy il Coyote (per conferme chiedere alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, ndr) e una sana e robusta programmazione a lungo termine. Ma, in fondo, che ne capiamo noi italiani?

“Giù dalla Torretta”, Deschamps e la mortificazione del talento
Ricapitolando, da una parte “l’esaltazione del normale”, che in realtà normale non è. Non siamo mica qui a raccontarci la favoletta che la Spagna è composta da giocatori normali, però non possiamo nemmeno considerare Oyarzabal, Pedro Porro, Merino, Alex Baena, Cucurella, Ferran Torres, Fabian Ruiz, Dani Olmo fenomeni assoluti del calibro di Iniesta, Xavi, Puyol, Casillas, Villa, Busquets e tanti altri. Dall’altra parte “la mortificazione del talento”, perché di certo con un reparto offensivo formato da Mbappé, Dembélé, Olise, Barcola, Doué, Thuram e Cherki non puoi permetterti di effettuare tre tiri in porta o di prendertela con l’arbitro al termine di un match che ti ha visto inerme e privo di qualsivoglia idea. Ma, in fondo, cos’è il talento senza organizzazione? Uno spreco di energie. Giuro che non è una frase di Charles Bukowski, quindi se la riutilizzerete in futuro ricordatevi di me.
Il talento richiede un atto di responsabilità da parte di chi lo possiede, ma anche di chi è chiamato a incanalarlo nella direzione giusta. Perché mettere insieme i calciatori migliori non significa necessariamente costruire la squadra migliore. Ed è forse proprio per questo che, nella prima puntata del nostro nuovo format, a finire “Giù dalla Torretta” è Monsieur Didier Deschamps: colpevole, oltre che di scelte tatticamente discutibili (Digne su Yamal, Koné in panchina, ndr), di essersi affidato ciecamente ai propri campioni senza riuscire a dare alla Francia un’identità riconoscibile né a trovare soluzioni alternative quando il piano iniziale è naufragato. I successi del passato meritano rispetto, ma non possono assolvere automaticamente gli errori del presente. Au revoir, Monsieur Deschamps: per te è arrivato il momento di finire “Giù dalla Torretta”.
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Marco Torretta
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