La FAO ha pubblicato in questi giorni un nuovo report intitolato: “Lo stato dei mercati delle materie prime agricole nel 2026“, che analizza l’andamento dei mercati globali in un periodo di forti incertezze causate da eventi climatici estremi, conflitti geopolitici e crisi economiche.
Il documento esamina come il commercio internazionale agisca da pilastro per la sicurezza alimentare, attraverso la ridistribuzione delle risorse dalle aree in eccedenza a quelle in deficit, ed evidenzia che, sebbene le reti commerciali siano diventate più dense e interconnesse, i mercati dei cereali come grano, mais e riso rimangono estremamente vulnerabili a causa della presenza di pochi grandi esportatori. Risulta, dunque, fondamentale per le aziende dimostrarsi resilienti e fare attenzione alle politiche protezionistiche, come le restrizioni alle esportazioni, che possono aggravare l’instabilità dei prezzi mondiali. Infine, maggiore cooperazione internazionale e trasparenza delle informazioni di mercato, vengono promosse come strategie fondamentali per garantire la stabilità alimentare mondiale. Il commercio globale di prodotti agricoli ha mostrato una notevole capacità di adattamento, con un volume d’affari che ha raggiunto circa 2 trilioni di dollari nel 2024, ovvero più del doppio rispetto all’inizio del millennio.
I risultati del rapporto rafforzano in modo significativo la visione delineata nel Quadro Strategico 2022-2031 della FAO. Costruire sistemi agroalimentari più efficienti, inclusivi, resilienti e sostenibili è fondamentale per affrontare le sfide interconnesse che oggi interessano i mercati agroalimentari. Tutto ciò contribuisce direttamente ai quattro “Better” promossi dalla FAO: una produzione migliore, una nutrizione migliore, un ambiente migliore e una vita migliore, senza lasciare indietro nessuno.
Di seguito vediamo i fattori che hanno caratterizzato l’andamento di mercato delle principali materie prime di interesse zootecnico.
Mais: il motore energetico del settore mangimistico
Il mais si conferma la commodity centrale per la zootecnia globale, con circa il 51% della produzione totale destinata all’alimentazione animale. Dal 2000, il commercio mondiale di mais è cresciuto del 150%, raggiungendo i 202,7 milioni di tonnellate nel 2024, pareggiando i volumi del frumento. Aspetto importante da monitorare, è la sensibilità agli stress idrici: le stime indicano che un deficit idrico del 40% può causare una riduzione delle rese fino al 40%, un impatto superiore rispetto a quello subito dal frumento. Inoltre, il mercato del mais mostra una reazione immediata agli shock meteorologici negli stati esportatori, con una contrazione dei flussi commerciali che si manifesta entro tre mesi, seguita da un parziale rimbalzo entro sei mesi. La forte correlazione con i mercati energetici, dovuta all’uso del mais per i biocarburanti (circa il 17% della produzione), aggiunge un ulteriore livello di volatilità dei prezzi legato alle fluttuazioni del petrolio e dei costi dei fertilizzanti azotati. C’è, inoltre, da riflettere sul fatto che i primi cinque esportatori (guidati dagli Stati Uniti con oltre il 31%) controllano l’80% delle esportazioni globali, rendendo il prezzo del mais estremamente reattivo alle politiche interne di pochi attori.
Fonte: Authors’ own elaboration based on FAO. 2026. FAOSTAT: Trade – Crops and livestock products. [Accessed on 30 January 2026].
https://www.fao.org/faostat/en/#data/TCL. Licence: CC-BY-4.0.
Frumento: alta intensità commerciale e rischio di concentrazione
Il frumento rappresenta un’importante materia prima sia per l’alimentazione umana che zootecnica (circa il 65% è destinato al consumo umano, ma una quota significativa è impiegata nel feed). Si distingue per un’intensità commerciale elevata, con circa il 25% della produzione globale scambiata sui mercati internazionali. La sua offerta è estremamente concentrata, con i primi cinque esportatori (Australia, Canada, Russia, Ucraina e Stati Uniti) che controllano oltre il 60% del valore totale delle esportazioni. Questa struttura, denominata “core-periphery” rende il settore vulnerabile a crisi geopolitiche, come dimostrato dal conflitto in Ucraina, che ha provocato picchi immediati nei prezzi mondiali, e costretto ad un monitoraggio degli attori centrali costante, per poter prevenire i momenti di tensione. Analogamente, gli shock meteorologici sull’export di frumento mostrano un impatto immediato (contrazione dell’1,6% dei volumi), ma con una capacità di ripresa rapida entro sei mesi, rendendolo una materia prima resiliente sul piano logistico, sebbene soggetta a forti picchi di prezzo.
Orzo e cereali secondari: dinamiche di sostituzione e input energetici
Sebbene il rapporto si concentri maggiormente su mais e frumento, l’integrazione dei mercati agricoli implica che i prezzi delle materie prime zootecniche tendano a muoversi in sincronia, essendo strettamente sostituti nella domanda. La resilienza di queste filiere è minata dalla volatilità dei costi degli input tecnici, in particolare energia e fertilizzanti. Poiché l’agricoltura moderna è altamente energivora, un aumento dei prezzi del gas naturale (input chiave per i fertilizzanti azotati) si traduce rapidamente in un incremento dei costi di produzione agricola, che viene poi trasmesso lungo la catena del valore fino ai prezzi dei mangimi finiti. Per questo è importante monitorare le dinamiche dei mercati energetici globali e le politiche di stoccaggio pubblico, che possono fungere da buffer o, se gestite in modo non cooperativo tramite restrizioni all’esportazione, amplificare artificialmente i picchi di prezzo.
Conclusioni
L’analisi econometrica dei mercati evidenzia che gli effetti degli shock meteorologici sui volumi commerciali sono tipicamente transitori. In media, una contrazione dell’offerta dovuta a siccità si manifesta pienamente entro tre o quattro mesi, per poi iniziare un “rebound” verso i livelli pre-shock che si completa entro il sesto mese. Tuttavia questo “gap” di sei mesi rappresenta per le aziende una finestra di vulnerabilità finanziaria critica. La resilienza non è uniforme: i paesi con una connettività superiore (più partner commerciali e legami con hub logistici) recuperano molto più velocemente rispetto a mercati isolati o dipendenti da un unico fornitore.
La resilienza del settore zootecnico non dipende solo dai raccolti, ma anche dalla stabilità dei “choke point” logistici e dei mercati dei fertilizzanti. Il conflitto in Medio Oriente nel 2026 ha evidenziato la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, cruciale non solo per il petrolio (27% dell’export mondiale) ma anche per il commercio di fertilizzanti (urea e fosfati), che rappresentano fino al 30% del mercato globale. Poiché l’agricoltura moderna è altamente energivora, ogni interruzione logistica si traduce immediatamente in un aumento dei costi di produzione (irrigazione, trasformazione, trasporto) che viene traslato sul prezzo finale del mangime, indipendentemente dalla disponibilità fisica della materia prima.
Le strategie di gestione del rischio basate sulle scorte sono essenziali, ma non prive di controindicazioni tecniche. Le scorte buffer (ammortizzatori) gestite dai governi per stabilizzare i prezzi interni tendono ad essere fiscalmente insostenibili e possono distorcere i segnali di mercato, disincentivando la produzione agricola locale. Per un’impresa, è più rilevante l’esistenza di riserve di emergenza limitate e mirate, che non tentano di manipolare il prezzo globale ma garantiscono la continuità operativa. L’analisi suggerisce che l’uso non cooperativo delle scorte e l’imposizione di restrizioni all’esportazione amplificano artificialmente la volatilità dei prezzi mondiali, trasformando uno shock produttivo locale in una crisi sistemica globale.
In conclusione, le imprese zootecniche devono adottare modelli di approvvigionamento flessibili. La diversificazione non deve essere solo geografica ma anche qualitativa, integrando strumenti di market intelligence (come il sistema AMIS) per anticipare i segnali di prezzo prima che si traducano in carenze fisiche. La vera resilienza risiede nella capacità di prevedere la finestra di shock di sei mesi e nel monitorare costantemente le variabili energetiche e logistiche che oggi pesano quanto, se non più, delle rese per ettaro.
Fonte: FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations
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Redazione Ruminantia
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