«La foresta è mia, dice il leone; è nostra, lo corregge la leonessa».
Come è possibile che in questi 50-60 anni di indipendenza dei Paesi africani il leone è rimasto deliberatamente sordo alla voce della leonessa, preferendo in questo modo vivere comodamente nella logica della astoricità africana, sfruttandone tranquillamente i vantaggi dal punto di vista culturale, politico, economico, geopolitico, geostrategico, religioso e spirituale?
In effetti, l’astoricità africana significava anzitutto che tutte le immense ricchezze del continente, perfino la fauna e la flora appartenessero alla storia (il mondo del leone) eccetto coloro che vi abitano (gli africani, i kamita, il muntu); in secondo luogo negare agli africani ogni diritto alla parola e protagonismo storico, attraverso il sistema relazionale che Steve Biko ha chiamato di «Cavallo con il suo cavaliere»: «in questo modo, dice Biko, i bianchi facevano tutti i tipi di discorsi e i neri si limitavano semplicemente ad ascoltare».
Passati 60 anni di indipendenza stiamo assistendo alla rottura paradigmatica nel continente africano in generale e in modo speciale nei paesi del Sahel rispetto al «sistema-mondo» del leone.
Che coscienza storica ha potuto maturare la gioventù africana in generale e quella del Sahel in particolare in questi anni, che la porta a denunciare nelle principali capitali del continente, nello spirito del Panafricanismo, quelle che considera essere le nuove forme di colonizzazione, e chiedere nello spirito di Cheikh Anta Diop, Amilcar Cabral, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Sekou Touré, Steve Biko, Silvanus Olympios e tanti altri «martiri della politica e geopolitica» del leone, un cambio di Paradigma nei confronti del leone e del suo «sistema-mondo», arrivando ad appoggiare addirittura Colpi di Stato? È semplice pazzia e disperazione, o desiderio di un nuovo vento?
Un nuovo movimento popolare panafricano si è organizzato attorno ai militari di Niger, Mali e soprattutto Burkina Faso i quali finalmente hanno osato opporsi apertamente allo strapotere del «sistema mondo» politico, geopolitico, economico e culturale del leone, ma senza tuttavia mai mettere in dubbio, questionare l’amicizia tra popoli e soprattutto senza mai confondere i popoli con i loro governanti.
I Vescovi africani, pur ribadendo la loro contrarietà al Colpo di Stato, perché, dicono, «la Chiesa si schiera a favore della democrazia», tuttavia guardano a questo nuovo fenomeno nella prospettiva profetica, li considerano «avvenimenti messianici» in quanto «contrastano con quelli degli anni Settanta e Ottanta, il cui obiettivo principale era l’acquisizione e mantenimento prolungato del potere. (…) Al contrario, i recenti colpi di Stato sono caratterizzati da un intento in qualche modo messianico, presumibilmente volto a liberare la popolazione dalle ingiustizie e a porre fine al monopolio della ricchezza nazionale da parte di dinastie politiche consolidate e dei loro alleati internazionale».
Last but not least, «la popolazione in generale ha mostrato sostegno ai golpisti, considerando queste azioni come un’espressione di profonda frustrazione e rabbia per le ingiustizie di lunga data» (Secam, 2023).
In questo senso i vescovi africani fanno appello ad un vero cambio di paradigma, di sguardo e narrativa nell’approccio, nella comprensione, nell’analisi e informazione di questo nuovo fenomeno di Colpi di Stato e nei confronti di quanto sta avvenendo in questi paesi.
Sta di fatto che la Santa Sede, attraverso le recenti visite del Segretario di Stato, Pietro Parolin, in Burkina Faso, ha portato la sua vicinanza al popolo burkinabé incontrando il presidente, Ibrahim Traoré, nel Palazzo della Repubblica il 17 febbraio 2025.
Burkina Faso, Mali e Niger attraverso l’attuale lotta per il recupero totale del proprio territorio e la liberazione delle popolazioni che vi abitano, attraverso soprattutto la creazione della Federazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) il 16 settembre 2023, stanno creando condizione e situazione per una futura democrazia che significhi veramente «l’unione fa la forza e partecipazione popolare al potere integrale».
Sono diventati, a loro malgrado, per gran parte della gioventù panafricana odierna, un modello, una locomotiva che dimostra che insieme si può fare, ma soprattutto che il sogno della costruzione dello Stato Federale dell’Africa è possibile.
Il sondaggio condotto dalla rivista «Jeune Afrique» ad appena due anni della creazione dell’AES, ha sorprendentemente confermato che oltre il 77% della popolazione dei Paesi vicini considera positiva, anzi molto positiva, questa iniziativa per il futuro della subregione dell’Africa Occidentale e per l’Africa nella sua totalità; questo sogno e questa iniziativa trova consenso sorprendente nei Paesi come il Camerun, 82%, il Senegal, 69%, il Benin, 78%, il Togo, 84% e la Guinea Conakry, 80%.
Eppure, sorprende che anche davanti a fatti così lampanti ai nostri occhi, il leone rimane sordo al grido delle popolazioni africane in generale e della gioventù africana in modo particolare, sordo alla voce della correzione della leonessa, preferendo la logica politica e geopolitica della retorica, del cinismo civilizzato, dell’insulto e del disprezzo sistematico di un tempo nei confronti dei kamita: l’inferno è sempre l’altro; l’altro incapace di uscire dall’infanzia dell’umanità nella quale dorme per comprendere da solo la luce e la bontà politica e geopolitica del «sistema-mondo» del leone; l’altro che si lascia corrompere dalla propaganda dei nemici del leone (soprattutto cinesi e russi); continua a lanciare una serie di accuse di effetti senza cause.
Che coraggio, che cecità, che ostinazione, ma soprattutto che insulto gratuito all’intelligenza degli africani costantemente infantilizzati!
Forse il leone, in questi oltre settecento anni di presenza nel continente africano, è rimasto sempre troppo sicuro di sé stesso, della sua forza fisica, della sua abilità tecnica; non ha mai potuto maturare una benché minima coscienza e consapevolezza che anche gli dei e i geni a volte perdono la spada in un combattimento, appunto perché in questo mondo ci sono soltanto due uomini perfetti: uno è morto, l’altro non è mai nato, e che nel contesto africano è difficile diventare amici in un anno, ma è facile offendere un amico o un’amica in un’ora.
Insomma, nella vita bisogna avere sempre tre cose preziose: l’umiltà di non sentirsi superiore a nessuno; il coraggio di affrontare qualsiasi situazione con lucidità e pensiero innovatore; la saggezza di non tacere davanti all’ingiustizia permanente praticata dagli agenti del proprio «sistema-mondo». In effetti non è mai la vita che separa le persone; in questo caso, non è la vita che separa gli africani in particolare e le persone del Sud globale in generale dai restanti 20% della popolazione del «sistema-mondo», ma la cattiveria, il cinismo civilizzato, l’ipocrisia, il tradimento, l’egoismo, la mancanza di rispetto.
In realtà l’Africa, la gioventù africana in generale e quella saheliana in modo particolare, sta solamente cambiando finalmente mentalità, imponendo una nuova narrativa pro Africa e pro sé stessi. Non stiamo cambiando padroni, stiamo semplicemente riprendendo finalmente e ancora una volta il nostro posto nella storia dell’umanità e il «sistema-mondo» del leone, invece di continuare a incolpare la Cina, l’Iran, la Russia e altri che considera essere dittatori, antidemocratici ecc., dovrebbe smettere di vedere gli africani e le africane come eterni bambini e bambine da crescere e ai quali dare lezioni di moralità, e l’Africa come eterno territorio di caccia.
L’Africa è la culla della nostra umanità. Le sue immense ricchezze umane, naturali, ecologiche in generale, appartengono in primis alla popolazione africana. Tocca a loro il compito di custodire queste ricchezze come patrimonio dell’Umanità.
Ecco, la terra che abitiamo è sempre «nostra», mai «mia». Urge nei suoi confronti una nuova «Ecosofia» (Panikkar) che ricordi che i guai della grammatica dell’esistenza umana sono iniziati appunto il giorno in cui gli adulti insegnarono ai bambini a dire «io, mio» o, peggio ancora, «il noi-altri versus voi-altri»; e con ciò iniziare un «Nuovo Patto Educativo Globale» (Papa Francesco), fondato sulla «cultura della coralità», capace di generare finalmente quella che il filosofo Roberto Mancini chiama «Conversione di civiltà», conditio sine qua non per la Pace, il Progresso e la Felicità dei popoli di «Tout Monde» (Glissant) e quindi per una Magnifica Humanitas (Papa Leone XIV).
Filomeno Lopes
con la collaborazione di Meraf Villani e monsignor Janvier Yameogo
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