Indymedia fu rivoluzione, le immagini e le voci che raccontarono il G8 del 2001



Non esistevano social né smartphone, ma il network globale di informazione indipendente funzionava attraverso l’open publishing: tutti potevano creare informazione. Il suo ruolo, insieme a quello di Radio Gap e il lavoro svolto all’interno del media center, ha cambiato la narrazione di quelle giornate

«La cosa buffa è che il giro di persone che faceva riferimento agli Hacklab e a Indymedia, a Genova non ci voleva andare». Poi arrivò un manipolo di radio indipendenti (Onda rossa, Black Out, Ciroma, Onda d’urto, Fujiko, Città 3, Radio K Centrale e l’agenzia Amisnet) unite in un network, chiamato Radio Gap. Stava per Global Audio Project, ma richiamava alla storia dei gap nella Resistenza. Avevano convinto il Genoa Social Forum a farsi concedere uno spazio dalle istituzioni per riunire i media indipendenti durante le giornate del G8 del 2001. Ma non avevano le competenze tecniche per metterlo in piedi. E poi arrivò Carta, settimanale del Manifesto, con una proposta: «perché non stiamo tutti insieme, nello stesso luogo? Quelli che chiamate mainstream e gli indipendenti». Ogni storia ha una sliding door, quella della narrazione del G8 di Genova la sua la trova in una riunione nel centro sociale Forte Prenestino di Roma, dove l’allora piccolo nucleo di Indymedia Italia si trovò a decidere come e se gestire queste due richieste. «Senza quello che è avvenuto nel media center, senza quello che ne è uscito, transitato all’interno, Genova non sarebbe stata quello che è stata». A parlare è sempre Blicero in Millennium Bug – Una storia corale di Indymedia Italia (Alegre).

L’open publishing

Nel 2001 c’erano i cellulari, ma non esistevano social e smartphone, solo gli informatici sapevano aggiornare i siti, in una comunicazione tutta verticale. Ma internet si muoveva veloce, macchine fotografiche digitali e telecamere iniziavano ad avere prezzi accessibili. E nelle piazze comparvero i mediattivisti: la sfida si giocava anche nel campo dell’informazione. In questo contesto Indymedia fu rivoluzione. Nata nel ‘99 a Seattle, durante le proteste contro il WTO, solo un anno dopo era già diffusa nel mondo e collezionava milioni di accessi giornalieri. La struttura era sempre la stessa: a sinistra i link ai nodi globali. Al centro le features tematiche, curate dagli attivisti, in cui finivano solo informazioni verificate. A destra il Newswire, regno dell’open publishing. Non era solo il modo in cui funzionava il software scritto dagli hacker. Era, come dice Simone Pieranni – che, come chi scrive, di quella storia ha fatto parte – nel suo podcast Fuori da qui (Chora) «anche una dichiarazione politica». Tutti possono creare informazione. Qui chiunque poteva pubblicare testi, foto, audio, video. In tempo reale, senza fornire dati, senza nessuna selezione. «Don’t hate the media, become the media» era il suo slogan.

Il media center di Genova

Indymedia arriva in Italia – a Bologna – nel 2000 in occasione delle contestazioni No Ocse e diventa la casa di attivisti, hacker, artisti, filmaker, fotografi, giornalisti indipendenti. Il suo nucleo originario si era formato grazie all’incontro tra l’autogestione dei centri sociali e la comunità degli Hackmeeting, con la sua etica hacker. «Condividere saperi senza fondare poteri» è la frase di Primo Moroni che ben sintetizza le caratteristiche di una comunità che voleva la rete come luogo di trasmissione orizzontale, software libero e autoformazione. «Se dobbiamo costruire il media center, poniamo noi le condizioni», la comunità Indyana arriva così a Genova. La prova generale c’era stata a marzo a Napoli, durante le contestazioni contro il Global Forum, dove un primo media center venne costruito nella facoltà di Architettura. Le riprese montate in tempo reale e usate per mostrare «i pestaggi in piazza, il modo in cui il corteo era stato lasciato senza vie di fuga», dice Manolo, in Millennium Bug.


A Genova il lavoro fu più complesso. Seguendo il modello degli Hackmeeting, realizzati in posti senza nessuna struttura tecnologica, il nucleo tech di Indymedia portò la rete – lanciando cavi da un albero all’altro – nel comprensorio Diaz/Pertini. E la mise a disposizione, insieme ai computer, anche nei converger center dei manifestanti. Tutti dovevano avere la possibilità di creare informazione, al di là dell’orientamento politico. «Mettiamo in piedi un meccanismo così complesso che, se lo dovessimo realizzare ora, chiameremmo una o più aziende specializzate e le copriremmo d’oro». dice Blicero. Il media center era diviso in piani: il primo era per il Gsf, per il suo ufficio stampa, gli avvocati e per i giornalisti che volevano scrivere da là, al secondo c’erano Radio Gap e Sherwood, i giornali, al terzo Indymedia.

Il network di Radio Gap

A Genova Radio Gap aveva occupato una frequenza, il suo essere network le permise di diffondere il segnale in tutte le città in cui lavoravano le varie radio. La novità fu lo streaming: le sue trasmissioni potevano essere rilanciate anche dalle radio che non erano del network. Grazie al loro lavoro la narrazione di Genova non è stata solo quella dei media tradizionali fatta di allarmi dei servizi su manifestanti con «trappole antiuomo, aerei telecomandati e palloncini con sangue infetto» (Corriere della sera, 20 maggio 2001). E di scontri, vetrine rotte, auto in fiamme. Radio Gap diffuse i temi del “movimento dei movimenti”. Anticipatori delle rivendicazioni altermondialiste e intersezionali che si sviluppano nei 25 anni seguenti. La radio permise anche di ascoltare in diretta la «macelleria messicana» della Diaz, l’irruzione della polizia nel media center. Trasmissioni diventate file mp3, subito pubblicati su Indymedia e ancora oggi ascoltabili, anche grazie al lavoro del collettivo Autistici/Inventati che ha rimesso online Italy.Indymedia.org, congelato così com’era quando è stato chiuso. Indymedia non era una redazione, ma a Genova ha lavorato come se lo fosse.

Il lavoro in tempo reale

C’era chi aggiornava la feature, verificando prima le informazioni – gli indyani erano ovunque nelle strade, chi la traduceva, caricava materiali multimediali. Sul Newswire, nei giorni e mesi seguenti, continuarono ad arrivare testimonianze, sulle torture a Bolzaneto, video e foto sui pestaggi in piazza. Materiali che permisero di realizzare la prima inchiesta partecipata sull’omicidio di Carlo Giuliani: Pillolarossa. Il lavoro più grande fu, però, quello dei videomaker: diffusi nelle strade a seconda delle affinità coi vari blocchi, riprendevano tutto per poi tornare al media center e riversare le immagini nei pc e su Indymedia. Senza il loro lavoro la narrazione della Diaz sarebbe ruotata intorno a due molotov e non sarebbe mai arrivata in aula. Dove sono serviti tre gradi di giudizio e un ricorso a Strasburgo, prima che l’Italia fosse condannata per tortura dalla Corte europea. Sono gli indyani dai tetti e dalle finestre del media center, a girare le immagini dell’irruzione e dei pestaggi. E furono sempre loro ad allertare i media tradizionali. Chi scrive chiamò le agenzie di stampa: non volevano credere che fosse un corso un massacro. La polizia aveva già inviato un comunicato: molotov erano state lanciate contro una volante, quella in corso era solo un’azione di risposta.

Manolo Luppichini avvisò Riccardo Chartroux di Rai Tre: arrivò proprio mentre gli agenti irrompevano nel media center distruggendo tutto. Non trovarono, però, i mini dv con le immagini di quelle giornate che arrivarono a Roma scortate da due parlamentari di Rifondazione comunista, Graziella Mascia e Ramon Mantovani. Centinaia di ore di girato che confluiranno subito nei video Aggiornamento 01 e I diritti negati. Proiettati nelle piazze e inviati alla Commissione ONU per i diritti umani come documentazione delle violazioni avvenute durante il G8. Immagini decisive anche in fase processuale.


I video, il sequestro, i processi

Tra quei video c’erano anche le riprese di Luppichini che vedono “coda di cavallo”, uno degli agenti più violenti, pestare manifestanti inermi nella Diaz. Sempre sue sono le immagini, girate in un unico piano sequenza, determinanti in aula per stabilire che la prima carica in via Tolemaide, al corteo, autorizzato, dei disobbedienti fu “illegittima”. Da quella carica presero il via gli scontri che arrivarono a piazza Alimonda, dove è stato ucciso Carlo Giuliani. Quelle ore di girato vennero, poi, sequestrate nel febbraio 2002 al Tpo di Bologna e finirono al centro del processo ai 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Gli avvocati del Gsf chiesero aiuto a Indymedia per analizzarli.

Un lavoro abnorme che aveva bisogno di essere seguito a tempo pieno. Inizia così la storia di SupportoLegale, il collettivo che ha affiancato i legali durante tutti i processi, con l’obiettivo di difendere tutti i manifestanti. «In ogni caso nessun rimorso» è il claim che ha accompagnato il lungo percorso del collettivo e che, in questo luglio 2026, viene continuamente ripreso nelle iniziative dedicate alla memoria di quel G8.

© Riproduzione riservata


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Emanuela Del Frate

Source link


Di