Da Madrid a Gaza è festa per la Spagna. Il sostegno del mondo MAGA non basta all’Argentina



Sui social network circolano video di bambini in festa nella Striscia tra le macerie, dove la Roja è stata una delle nazionali più tifate in questo mondiale

La festa è partita a Madrid ma non si festeggia solo in Spagna la vittoria della Coppa del mondo. Dopo il fischio finale sono circolati sui social network video di bambini in festa nella Striscia di Gaza tra le macerie. La Roja è stata una delle nazionali più tifate nel mondiale degli Stati Uniti insieme all’Egitto di Mohammed Salah.

Già durante il torneo, alcuni abitanti di Gaza avevano seguito le partite degli uomini di De La Fuente esponendo bandiere spagnole, mentre nelle celebrazioni dei tifosi della Roja erano comparse anche bandiere palestinesi. Lo stesso Lamine Yamal, durante la festa per la vittoria della Liga con la maglia del Barcellona aveva portato con se la bandiera palestinese, attirandosi diverse critiche politiche.

Ancora prima del fischio iniziale Argentina-Spagna aveva già prodotto spaccature nel tifo, come spesso accade nel mondo che ruota attorno al pallone. Mentre la maggior parte degli appassionati era concentrata sullo scontro tra Messi e Yamal, per altri quella sfida è rimasta solo in superficie. Ed è una storia che ha a che fare con due mondi in conflitto da oltre tre anni e non solo.


Da una parte c’è l’Argentina di Javier Milei, scelta da Benjamin Netanyahu e nella galassia del mondo MAGA di Donald Trump, dall’altra c’è la Spagna di Pedro Sánchez, supportata da Gaza e non solo per le sue scelte politiche sulla questione palestinese. E sui social network questo scontro è diventato esplicito attraverso reel, meme e fotomontaggi circolati nei giorni prima della finale e continuati anche dopo la vittoria spagnola. Ma per il mondo MAGA, sostenere l’Argentina è stata solo una questione di opportunità politica, un tentativo approssimativo – e forse anche fallito – per cercare consensi internazionali.

il sostegno dell’ultradestra israeliana

Benjamin Netanyahu e i suoi ministri dell’ultradestra hanno fin da subito sostenuto l’Argentina e lo hanno fatto anche fino al calcio d’inizio a colpi di post su X e foto postate sui social network. Alla domanda su quale squadra tifasse, il premier israeliano ha scelto l’Albiceleste, precisando che la ragione non era soltanto calcistica: «Prima Milei, poi Messi» perché il presidente argentino è «un grande amico di Israele». 

Da quando si è insediato alla Casa Rosada, infatti, Javier Milei – che non ha assistito alla finale per scaramanzia – ha collocato il paese lungo l’asse internazionale di Donald Trump e di Netanyahu, promettendo di trasferire l’ambasciata argentina a Gerusalemme e schierandosi al fianco di Israele nel periodo in cui la comunità internazionale lo criticava per la guerra a Gaza. Ma non è l’unico.

Poche ore prima del fischio d’inizio della partita con l’Inghilterra, il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir aveva scritto su X: «Devo davvero spiegarvi perché prego con tutto il cuore che l’Argentina vinca stasera e arrivi in finale?». E poi, a fine partita, il ministro per l’economia Bezalel Smotrich ci ha messo il carico: «Non posso davvero entrare in Gran Bretagna perché sto sradicando l’idea dello Stato palestinese, ma due gol sono entrati bene», ha scritto auspicando una vittoria argentina contro gli spagnoli.

La posizione di Trump

Benché a livello pubblico il presidente Trump si è tenuto distante da endorsement espliciti, è difficile ignorare il significato politico della finale per lui. Il calcio, come ogni altro sport, è un mezzo per raggiungere consensi, tanto che si è speso in prima persona per portare il più avanti possibile la squadra degli Stati Uniti, generando non poche polemiche con la vicenda del cartellino rosso rimosso a Balogun. Il 17 luglio scorso aveva detto: «Buona fortuna a Spagna e Argentina, e che vinca la squadra migliore», ma è innegabile il difficile rapporto del tycoon con Madrid.


«Non voglio avere niente a che fare con la Spagna», aveva detto soltanto qualche giorno fa durante il vertice Nato di Ankara. Madrid è un «partner terribile», aveva aggiunto dopo aver ordinato la sospensione degli scambi commerciali in seguito al rifiuto spagnolo di sostenere pienamente la guerra americana contro l’Iran e le nuove richieste sulle spese militari. Sul palco, durante le celebrazioni il presidente è apparso sobrio non troppo distante dal Re spagnolo Filippo VI, ma ha comunque tentato di rubare la scena nelle foto di rito mentre i giocatori alzavano la coppa del mondo al cielo.

C’è ovviamente delusione per il suo alleato più fedele in America Latina, il presidente Milei, che considera una testa di ponte del trumpismo in America Latina. La galassia MAGA ha iniziato guardare con favore all’Argentina e al suo capitano Lionel Messi, fin da quando ha accettato l’invito di Trump alla Casa Bianca dello scorso marzo. Il tycoon aveva invitato la squadra dell’Inter Miami per la vittoria del campionato e a differenza di tanti altri atleti e personaggi famosi che hanno declinato inviti per non farsi fotografare vicino a un presidente considerato “controverso”, Messi e il centrocampista Rodrigo De Paul si sono presentati in prima fila.

Un approccio che gli ha portato quasi le stesse critiche di quando nelle premiazioni in Qatar del Mondiale 2022, l’emiro al-Thani gli fece indossare il bisht. Fu visto come un gesto di sottomissione e la stampa mondiale si scatenò in duri paragoni con Maradona elogiando la postura politica del secondo. «L’abilità dei tuoi piedi non cura l’insensibilità delle tue mani», aveva detto il giornalista argentino Fernando Borroni dopo l’incontro.

Teorie del complotto

Per il mondo MAGA sostenere l’Albiceleste è stata principalmente una questione di opportunità, un tentativo di appropriarsi di un calcio che appartiene ai tifosi. Sono lontani i giorni del 2018, quando l’Argentina annullò un’amichevole contro Israele che si sarebbe dovuta giocare a Gerusalemme, dopo una campagna internazionale. All’epoca una delle stelle era l’attaccante Gonzalo Higuaín secondo cui la squadra aveva «finalmente fatto la cosa giusta».

Sullo sfondo di questo mondiale rimangono le diverse e folli teorie del complotto secondo cui il presidente della Fifa, Gianni Infantino, avrebbe favorito il cammino dell’Argentina verso la finale. Teorie che rischiano di far passare in secondo piano il mondiale straordinario giocato da Messi concluso con 8 goal a 39 anni. Numeri che non sono bastati.


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 Youssef Hassan Holgado

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