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La Cina comunista codifica l’assimilazione delle minoranze, mentre in Occidente l’allarme sul razzismo vale solo contro frontiere, identità e remigrazione.
Roma, 7 lug – Per mesi ci hanno spiegato che il vero pericolo per l’Occidente era l’Ice negli Stati Uniti, la remigrazione in Europa, il “razzismo di Stato” della destra, il ritorno del fascismo dietro ogni proposta di controllo delle frontiere. Ogni volta che un governo occidentale prova a riaffermare un principio minimo di sovranità, il lessico è sempre lo stesso: persecuzione, suprematismo, pulizia etnica, autoritarismo. Ora però una potenza comunista, la Repubblica Popolare Cinese, mette in vigore una legge che interviene direttamente sulla formazione dell’identità etnica, linguistica e culturale delle minoranze. E il volume, di colpo, si abbassa.
La Cina ha approvato una legge sull’unità e il progresso etnico
Dal 1° luglio è entrata in vigore in Cina la legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico, approvata a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo. La norma viene presentata da Pechino come uno strumento per rafforzare la coesione tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Popolare, all’interno di un Paese da oltre 1,4 miliardi di abitanti. La formula ufficiale è quella dell’armonia: unità nazionale, prosperità comune, lotta al separatismo, consolidamento della comunità del popolo cinese. Ma dietro questa retorica amministrativa c’è un salto politico evidente. La Cina non si limita più a governare le differenze etniche: pretende di definirne i confini, il linguaggio, la memoria e la compatibilità con l’ordine del Partito. Il cuore della legge è il divieto di compiere atti che “minano l’unità etnica” o “creano divisione etnica”. La vaghezza della formula è decisiva. In un sistema autoritario – ma anche democratico, il Ddl Gasparri per esempio – una categoria di questo tipo può diventare il contenitore giuridico dentro cui far rientrare una vasta gamma di repressione. Amnesty International ha sottolineato proprio questo punto: termini così larghi e non definiti aprono la strada a un’applicazione arbitraria della legge.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la lingua. Il mandarino viene rafforzato come lingua principale nella scuola, negli enti pubblici e nella vita istituzionale. Secondo Associated Press, l’articolo 15 della legge impone l’insegnamento del mandarino ai bambini prima della scuola dell’obbligo e per tutto il percorso educativo successivo, fino alla scuola superiore. In regioni come Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna questo non è un dettaglio tecnico, perché la lingua è il primo veicolo dell’identità. Quando una comunità non trasmette più la propria lingua come strumento pieno di istruzione, ma la vede ridotta a materia marginale, folklore o reperto culturale, la battaglia identitaria è già in larga parte compromessa. La legge chiede inoltre alle scuole di formare negli studenti una forte coscienza della “comunità del popolo cinese” e assegna anche alle famiglie un ruolo educativo in questa direzione. Lo Stato non si limita quindi a ordinare dall’alto un nuovo equilibrio amministrativo tra gruppi etnici: entra nella scuola, nei musei, nei media, nelle comunità locali, nelle politiche abitative, nella trasmissione familiare. La differenza etnica può esistere solo se subordinata a un’identità nazionale superiore, costruita intorno al Partito comunista cinese e alla cultura maggioritaria han.
Le minoranze devono adeguarsi alla volontà di Pechino
È qui che il discorso diventa più serio della semplice denuncia umanitaria. La Cina non sta abolendo formalmente le minoranze. Non dice che tibetani, uiguri o mongoli non esistano. Al contrario, li riconosce proprio per ricondurli dentro una cornice gerarchica di compatibilità politica. La minoranza è ammessa come colore locale, come costume, come elemento decorativo della grande narrazione nazionale. Non è ammessa come soggetto storico autonomo. Non può produrre una memoria concorrente, una lealtà alternativa, una lingua pienamente pubblica, una religione capace di resistere alla sovranità ideologica dello Stato. La vicenda degli uiguri nello Xinjiang e quella dei tibetani mostrano da anni la direzione di marcia. Pechino ha progressivamente assorbito la questione etnica dentro il paradigma della sicurezza nazionale. La religione, la lingua, la cultura comunitaria e persino il legame con le diaspore sono stati sempre più spesso letti come possibili vettori di separatismo, estremismo o infiltrazione straniera. La nuova legge, di fatto, codifica questa impostazione.
Il punto più inquietante, però, riguarda l’extraterritorialità. La legge prevede infatti che anche organizzazioni e individui fuori dai confini della Repubblica Popolare possano essere ritenuti responsabili se accusati di minare l’unità etnica o promuovere divisioni. Reuters ha riportato le preoccupazioni di Unione Europea e Stati Uniti proprio su questo aspetto, segnalando il rischio di repressione transnazionale nei confronti di attivisti, studiosi, giornalisti e comunità della diaspora. Il precedente è evidente: Hong Kong. La legge sulla sicurezza nazionale del 2020 ha già mostrato come Pechino utilizzi il diritto come strumento di proiezione politica oltre i propri confini, trasformando dissenso e attivismo in possibili violazioni della sicurezza statale. Ora lo stesso schema viene applicato alla questione etnica. Chi parla di Tibet, Xinjiang, uiguri, mongoli o diaspora rischia di trovarsi davanti non soltanto la propaganda cinese, ma una pretesa giuridica globale.
Dove sono gli indignati permanenti del “razzismo di stato”?
Pechino naturalmente respinge ogni accusa. La legge, nella versione ufficiale, vieta la discriminazione e l’oppressione di qualsiasi gruppo etnico e promette l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ma è proprio questa la forma moderna dell’assimilazione: non dichiarare la soppressione della differenza, bensì neutralizzarla in nome dell’uguaglianza superiore dello Stato. Tutti uguali, purché dentro la stessa lingua pubblica, la stessa memoria autorizzata, la stessa fedeltà politica, la stessa idea di nazione decisa dal centro. E allora la domanda politica diventa inevitabile: dove sono tutti quelli che vedono il fascismo ovunque? Dove sono i politici, gli editorialisti, gli intellettuali da talk show sempre pronti a spiegare che una politica migratoria più dura in Europa sarebbe il ritorno degli anni Trenta? Dove sono quelli che davanti alla parola Remigrazione gridano alla legge razziale, ma davanti a una potenza comunista che disciplina minoranze, lingua, scuola, famiglia e diaspore preferiscono non parlare?
Qui non siamo davanti a un governo occidentale che espelle immigrati irregolari o controlla le frontiere. Siamo davanti a uno Stato-partito che pretende di formare un’identità nazionale omogenea intervenendo sui gruppi etnici interni. Se il criterio polemico usato contro l’Occidente fosse applicato con coerenza, questa dovrebbe essere denunciata come una legge etnica di Stato, una legge di assimilazione forzata, una legge che usa la categoria dell’appartenenza come materia politica. E invece la condanna arriva soprattutto dalle organizzazioni per i diritti umani, da alcune cancellerie occidentali, da attivisti tibetani e uiguri. Molto meno dal circo mediatico che vive di allarmi permanenti sul “fascismo” europeo.
La categoria razziale è ancora pienamente moderna
La ragione è semplice: la categoria razziale o etnica viene demonizzata solo quando ritorna nelle rivendicazioni dei popoli europei. Se un africano rivendica la propria identità, è orgoglio postcoloniale. Se un asiatico difende la propria continuità culturale, è autodeterminazione. Se uno Stato comunista asiatico costruisce una gigantesca ingegneria identitaria, il discorso si fa improvvisamente complesso, geopolitico, sfumato. Se invece un europeo afferma che anche il proprio popolo ha diritto a continuità storica, confini, cultura e trasmissione, allora scatta immediatamente l’accusa di razzismo. Il caso cinese ci costringe dunque a guardare in faccia una verità che il progressismo occidentale rimuove: la categoria etnica non è un residuo arcaico, né un fantasma fascista, né un incidente della modernità. È una categoria politica pienamente moderna. La usano gli Stati liberali quando costruiscono politiche di integrazione, quote, censimenti, minoranze protette e dispositivi antidiscriminatori. La usano gli Stati comunisti quando fondono popoli diversi dentro un’identità nazionale centralizzata. La usano gli imperi quando amministrano pluralità interne. La usano le democrazie quando regolano immigrazione, cittadinanza e rappresentanza. La domanda non è se la categoria esista. Esiste, eccome. La domanda è chi abbia il diritto di usarla, con quali fini e contro chi.
Nessuna grande potenza crede alle favole della globalizzazione
Per questo l’uso ossessivo della parola fascismo è sempre più povero e sempre meno descrittivo. Serve a impedire la discussione, non a capirla. Perché se ogni politica dell’identità, del confine, della continuità storica e della composizione demografica è fascismo, allora bisogna avere il coraggio di dirlo anche quando a praticarla è la Cina comunista. Se invece non lo si dice, vuol dire che il problema non è la categoria etnica in sé, ma il soggetto che la impugna. Quando a farlo sono gli europei, scandalo. Quando a farlo sono altri popoli o altri Stati, realismo politico. La nuova legge cinese mostra anche un altro punto essenziale: nessun grande Stato crede davvero alla favola dell’individuo astratto, sradicato, neutro, privo di appartenenze. Questa favola viene venduta soprattutto agli europei, ai quali si chiede di non pensarsi più come popoli, ma come somma di consumatori, contribuenti, residenti, cittadini intercambiabili. Le grandi potenze, invece, ragionano ancora in termini di continuità storica, profondità culturale, coesione interna, demografia, lingua, confini simbolici. Pechino lo fa in modo brutale e autoritario, sacrificando le minoranze sull’altare dell’unità nazionale. Ma proprio per questo dimostra che identità, etnia e potere non sono affatto usciti dalla storia.
Naturalmente il modello cinese non può essere il nostro. L’Europa non ha bisogno di copiare l’autoritarismo asiatico, né di ridurre la ricchezza dei popoli a un centralismo burocratico. Ma deve smettere di farsi paralizzare dal ricatto morale di chi pretende che solo gli europei non possano difendere se stessi. Il problema non è riconoscere l’esistenza delle identità; il problema è decidere se esse debbano essere governate consapevolmente o lasciate esplodere nel caos, nella sostituzione demografica, nella guerra tra comunità, nell’atomizzazione capitalistica. La Cina ha scelto la via dell’assimilazione statale. L’Occidente progressista ha scelto quella opposta: dissolvere i popoli autoctoni dentro società multiculturali senza centro, salvo poi reprimere moralmente chiunque provi a opporsi. Sono due forme diverse di governo della questione etnica. Una autoritaria, centralizzata, disciplinare. L’altra ipocrita, mercantile, disgregante. Ma entrambe dimostrano la stessa cosa: la razza, l’etnia, la cultura e la demografia non sono scomparse. Sono ancora il cuore della politica moderna.
La legge etnica della storia
Per questo la legge cinese sull’unità etnica non riguarda solo Pechino, il Tibet o lo Xinjiang. Riguarda anche noi. Riguarda il modo in cui l’Occidente parla di sé, il doppio standard con cui giudica gli altri, la menzogna secondo cui i popoli sarebbero superati dalla globalizzazione. I popoli non sono superati: possono essere assimilati, repressi, sostituiti, amministrati, rieducati, colpevolizzati. Ma restano il materiale vivo della storia. Pechino lo sa. Le grandi potenze lo sanno. Solo l’Europa ufficiale finge di non saperlo. E forse è proprio questa la sua colpa più grave.
Sergio Filacchioni
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