MILANO Lo stadio, gli affari, i sospetti sui soldi e il peso dei nomi. Il racconto del nuovo pentito, l’ex capo ultrà dell’Inter Marco Ferdico si arricchisce di ulteriori dettagli, molti di più nel verbale dello scorso 9 giugno rispetto a quello di fine maggio, incentrato su Soriano. (NE ABBIAMO SCRITTO QUI). Davanti ai pm Paolo Storari, Stefano Ammendola e Giovanni Musarò, Ferdico torna a parlare dell’omicidio di Vittorio Boiocchi e dei rapporti interni al gruppo che ruotava attorno alla Curva Nord dell’Inter. E, anche in questo caso, non sono mancati i riferimenti alla Calabria e soprattutto dal defunto socio e amico Antonio Bellocco, ucciso il 4 settembre 2024 a Cernusco sul Naviglio dall’altro interista e amico, Andrea Beretta. Nonostante lo stesso pm Storari, in apertura, avesse chiarito il perimetro dell’interrogatorio, ovvero l’argomento «in via esclusiva» legato all’omicidio Boiocchi, Ferdico ricostruisce la genesi del proposito omicidiario, il ruolo attribuito a Nepi e i contatti con Andrea Beretta, tirando in ballo anche Bellocco. Secondo il collaboratore, sarebbe stato proprio Nepi a inserirlo nella vicenda: «A me non m’è mai balenata in testa quest’idea», dice Ferdico, spiegando che tutto sarebbe nato dopo una conversazione con Nepi.
Il primo riferimento diretto alla Calabria arriva nella scansione temporale. Agli investigatori che gli chiedono se il confronto con Nepi sia avvenuto dopo il viaggio a Roma, Ferdico risponde: «Molto dopo il viaggio a Roma. Io dopo Roma sono andato in Calabria, lui torna a Milano, fa pace con Vittorio alla festa». Il periodo indicato è quello di metà settembre. È un passaggio breve, ma utile a collocare il racconto in una sequenza che, secondo Ferdico, precede la fase operativa dell’omicidio Boiocchi.
Secondo Ferdico, Nepi avrebbe rivendicato un ruolo nella saldatura tra lui e Beretta. «Se non c’ero io che vi mettevo in contatto…», avrebbe detto, sostenendo che senza il suo intervento «non si faceva». Ferdico, però, lo descrive come interessato soprattutto alla spartizione: «Oh, mi raccomando, siamo in tre, siamo in tre». Una pretesa che lui e Beretta, nel racconto del pentito, avrebbero respinto interiormente: «Col cazzo che siamo in tre».
La frizione riguarda anche i soldi. Ferdico racconta un episodio avvenuto al funerale di Vito Cascella, dove sarebbero stati presenti lui, Nepi, Bellocco e Beretta. Nepi, secondo il collaboratore, avrebbe chiesto di essere riconosciuto nella spartizione: «Era stanco, voleva soldi, se li meritava». Ferdico riferisce di avergli risposto: «Perché devi mangiare te? Mangiamo io, Beretta e Antonio». E ancora: «Tu a che titolo mangi?».
Nel verbale Ferdico racconta ai magistrati che, a un certo punto, sarebbe maturato il sospetto che Beretta stesse sottraendo soldi al gruppo. Il riferimento è alla gestione del merchandising e degli affari legati allo stadio. «Subito», risponde Ferdico quando il pm gli chiede quando si sarebbe accorto che Beretta «vi ciuccia dei soldi». È in questo contesto che compare Antonio Bellocco. Alla domanda del pm se Ferdico ne avesse parlato con lui, la risposta è netta: «Due anni abbiamo parlato, ma abbiamo parlato troppo». Il collaboratore descrive un lungo periodo di lamentele, sospetti e frizioni. Parole, più che fatti. E proprio questo è uno dei punti su cui Ferdico insiste.
Quando il discorso si sposta sul presunto progetto contro Beretta, Ferdico racconta un confronto con Antonio Bellocco. Dopo un incontro ai campi da tennis, dice di avergli riferito: «Va ammazzato». Bellocco, secondo il collaboratore, avrebbe risposto: «Con calma, con calma, ce lo facciamo». Ma Ferdico descrive quella fase come un tempo di esitazioni. «Più parole che fatti», sintetizza il pm. E il pentito conferma: «Più parole che fatti, sempre chiacchiere». Poi arriva la frase che dà peso al riferimento calabrese: «Vado a parlarci, adesso me ne vado in Calabria». Secondo Ferdico, Bellocco avrebbe pensato che quel gesto potesse servire a mandare un messaggio a Beretta: «Così capisce che è solo». La reazione di Ferdico, nel verbale, è di segno opposto. Il collaboratore sostiene di aver ritenuto inefficace quel ragionamento: «E una volta che vai in Calabria che gliene frega a Beretta?». Poi aggiunge: «Antonio viveva nell’idea, come magari ci può essere al suo paese, che la gente vive un po’ di riflesso suo». Il pm Storari completa: «Di riflesso suo». E Ferdico conferma.
Un altro frammento riguarda D’Alessandro. Ferdico lo descrive come un soggetto animato da risentimento e gelosia, «messo da parte» e trattato «come uno scemo». Secondo il collaboratore, D’Alessandro avrebbe visto in Beretta una figura capace di aprirgli uno spazio. Ferdico racconta il ragionamento che attribuisce a lui e ai suoi interlocutori: eliminare Marco avrebbe significato lasciare Antonio «da solo». «Sì, da solo, un Bellocco, insomma», dice. Nel racconto, D’Alessandro avrebbe voluto «creare uno spazio» anche per ragioni economiche. «Voleva mangiare», dice Ferdico, paragonandolo a Nepi. Il rapporto con Bellocco, però, viene descritto come segnato da frizioni e disprezzo. Ferdico riferisce che Antonio, quando rimproverava D’Alessandro, gli avrebbe detto: «Ma fai schifo, al mio paese quelli come te vanno ammazzati».
C’è poi un altro passaggio, distinto dal tema del progetto omicidiario ma rilevante per il profilo calabrese del verbale. Ferdico nega di aver proposto 100mila euro a Pinna e respinge una parte della ricostruzione. Poi aggiunge: «Che io abbia investito dei soldi per far arrivare un carico di droga, è vero». Subito dopo precisa: «E non con Bellocco, con uno di Platì che Antonio conosceva». Il riferimento è secco e, nel verbale, resta circoscritto. Ma è uno dei passaggi più esplicitamente calabresi dell’interrogatorio: Platì, Antonio Bellocco, un carico di droga e soldi che, secondo l’ipotesi richiamata nel confronto con i pm, potrebbero essere stati schermati. (g.curcio@corrierecal.it)
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Redazione Corriere
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