Le Case di comunità sono aperte, ma funzionano davvero?


Le Case di comunità sono tra noi, ma pochi sanno davvero cosa siano. In una recente intervista, il ministro della Salute, Orazio Schillaci ha rivendicato il raggiungimento degli obiettivi previsti dal PNRR con l’apertura – entro la scadenza del 30 giugno – di oltre 1.100 strutture “operative” su tutto il territorio nazionale. 

Le case di comunità, cuore della nuova riforma della medicina territoriale, sono state costruite e inaugurate, ma sono davvero operative? 

È questa la domanda che oggi divide Governo, Regioni e professionisti della sanità, ma soprattutto i cittadini – destinatari ultimi della riforma – che, al momento, sembrano essere stati tagliati fuori dal flusso informativo.  

Lo stesso ministro Schillaci ha riconosciuto che dopo l’inaugurazione la sfida successiva è renderle pienamente funzionanti.


Cosa sono le Case di comunità e a cosa servono nella nuova sanità territoriale

Nate dall’esperienza del Covid-19, le Case di Comunità sono nate per ampliare l’offerta della medicina territoriale e affiancarsi ai presidi tradizionali quali medici di famiglia e pronti soccorsi ospedalieri. 

L’idea di base è quella di spostare l’assistenza dall’ospedale al territorio, per un’assistenza più vicina ai pazienti che potranno contare su un ulteriore presidio di assistenza in caso di patologie lievi. L’obiettivo è una diminuzione degli accessi al pronto soccorso e una migliore gestione delle malattie croniche. 

All’interno delle Case di Comunità i cittadini dovrebbero trovare diverse figure professionali: medici di famiglia, infermieri, specialisti, macchinari per la diagnostica di base e presa in carico di pazienti cronici.

Un’assistenza a 360 gradi, che promette una rivoluzione totale della medicina di prossimità, quella che durante le prime fasi della pandemia da Covid-19 è risultata gravemente carente. 

Quante Case di comunità sono operative davvero e quali servizi offrono ai cittadini

Questa la teoria. Diversa purtroppo è la pratica. 


Dal punto di vista normativo, la riforma della medicina di prossimità è stata prevista dal PNRR e dal DM 77/2022.

Il governo sostiene di aver completato gli obiettivi previsti dal PNRR per le Case di comunità entro la scadenza del 30 giugno 2026. Le case di comunità quindi ci sono e in teoria dovrebbero essere funzionanti, ma lo sono davvero? 

La risposta non è così immediata come potrebbe sembrare, in quanto è necessario capire cosa si intende per operatività.

Secondo i dati del Ministero della Salute, aggiornati al 30 giugno 2026, in Italia risultano operative 1.156 Case di comunità, un numero superiore al target europeo di 1.038 fissato dal PNRR.

“Operative” ai fini del PNRR significa, però, che le strutture sono state attivate secondo i criteri concordati con l’UE, ma non implica necessariamente che offrano già tutti i servizi previsti dal DM 77 con un’équipe completa di medici, infermieri e specialisti. 


Se invece per operatività si intende la reale offerta di servizi sul territorio, allora, la valutazione è differente. 

Ad oggi, gli unici dati aggiornati risalgono all’ultimo monitoraggio di Agenas di fine 2025 secondo i quali solo 66 case di comunità (circa il 4% del totale) garantivano contemporaneamente i servizi obbligatori previsti dal DM 77 e la presenza del personale medico e infermieristico. Le altre 781 strutture offrivano servizi diversi, ma non un’assistenza completa.

È qui che si gioca la vera sfida della riforma. Perché le Case di comunità non diventino un’occasione mancata, non basta inaugurare gli edifici: bisogna renderli pienamente funzionanti. Solo quando i cittadini potranno trovare in un unico luogo medici, infermieri, specialisti e servizi diagnostici si potrà dire che la medicina di prossimità è davvero diventata realtà.

Chi lavorerà nelle Case di comunità: il nodo di medici, infermieri e personale sanitario

Un altro rischio è che le case di comunità possano trasformarsi in scatole vuote. Possono, infatti, anche essere state costruite rapidamente, ma “riempirle” di medici e infermieri si sta rivelando più difficile del previsto. La cronica carenza di personale medico e infermieristico è una zavorra che rallenta l’avvio della riforma. 

Nelle ultime settimane ha tenuto banco una accesa polemica tra il Ministero della Salute e i medici di famiglia che, in base a quanto previsto dalla riforma, dovrebbero far parte dell’equipe sanitaria delle case di comunità.


Dopo un lungo braccio di ferro si è arrivato ad un accordo che prevede la presenza nei nuovi presidi sanitari fino a sei ore alla settimana. Spetterà alle Asl locali distribuire il fabbisogno tra i medici del territorio e programmare gli accessi nelle strutture.  Per questa attività è previsto un compenso di 38,72 euro lordi all’ora. 

Il problema, tuttavia, non riguarda sono i medici di famiglia – che restano il tassello più discusso in quanto il primo punto di contatto con i cittadini – ma anche tutte le altre categorie sanitarie. Il nuovo modello presuppone un’intera equipe di professionisti, dagli infermieri di comunità agli assistenti sociali, dagli specialisti al personale di supporto.

La vera sfida dei prossimi mesi, quindi, sarà capire se il Sistema Sanitario Nazionale, avrà abbastanza risorse umane per far funzionare le strutture. Il ministro Schillaci ha spiegato che sono previste nuove assunzioni per un investimento complessivo di 600 milioni di euro complessivi stanziati nelle leggi di bilancio: 250 milioni per il 2024 e 350 milioni per il 2025 destinati al rafforzamento degli organici delle case di comunità. 

Se un cittadino entra oggi in una Casa di comunità, cosa trova? 

La risposta a questa domanda dipende molto dalla struttura e dalla regione in cui si trova poiché il livello dei servizi non è ancora uniforme sul territorio.

Nella maggior parte dei casi potrebbe trovare un punto di accoglienza e orientamento, servizi infermieristici, il Cup per la prenotazione di visite ed esami specialistici. Dove attivati servizi come vaccinazioni e screening. Nelle sedi in cui sono già presenti i medici di famiglia anche attività di continuità assistenziali. 


Il modello completo previsto dalla riforma, che prevede una squadra stabile di professionisti, non è ancora garantito ovunque. 

Perché il governo può rivendicare di aver rispettato le scadenze principali del Pnrr, ma il vero successo della riforma si misurerà quando un cittadino entrerà in una Casa di comunità e troverà davvero un’équipe capace di seguirlo, senza dover tornare in ospedale per ottenere le stesse prestazioni. 

La vera sfida, insomma, inizia adesso.


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 Maria Rita Esposito

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