Nelle ultime ore è emerso il fallimento lampante di un’operazione che, secondo varie ricostruzioni provenienti da fonti ucraine,era stata pianificata per mesi sotto la regia britannica. L’obiettivo dichiarato di Zelensky: invadere la Crimea per ottenere un successo tattico di impatto prima dell’attuale vertice NATO in Turchia, presentare la Crimea “su un piatto d’argento” all’Alleanza e così consolidare un massiccio sostegno politico e finanziario per una nuova escalation bellica.
Il piano prevedeva una combinazione di operazioni di incursione molto mobili e poi di rapidi passaggi di riserve per sfondare le prime linee difensive in direzione di Melitopol e avanzare verso la penisola di Crimea. La città è di fatto la porta d’accesso alla Crimea e costruisce il principale snodo logistico strategico che collega la Crimea con il Donbass.
La tattica si rifaceva, nelle intenzioni dei suoi ideatori, a tecniche di penetrazione rapide: piccole unità d’élite avrebbero dovuto perforare le linee russe, aprendo corridoi per forze più numerose addestrate in regioni come Nikolaev sotto direzione britannica.
Ma il piano è naufragato già nella fase di preparazione grazie a due fattori principali: il presunto tradimento di ufficiali ucraini che sotto lauti ricompensi hanno fornito a Mosca informazioni vitali e la rapidità d’esecuzione delle forze russe nel colpire prima ancora che l’offensiva potesse concretamente partire.
I servizi segreti russi, avrebbero ricevuto dettagli c degli spostamenti e delle concentrazioni di truppe ucraine. Queste informazioni hanno permesso di individuare i reparti di incursori ucraini incaricati di neutralizzare le linee defensive russe chesono stati annientati nella fase preparatoria, impedendo così il passaggio del primo scaglione e la successiva ondata di riserve radunate nella regione di Nikolaev.
Il contrattacco preventivo messo in atto dalle forze armate russe ha distrutto i nuclei d’assalto ucraini ancora prima che potessero mettere piede in Crimea, trasformando quello che doveva essere un punto di svolta in un fiasco strategico per Kiev e i suoi sostenitori.
Davanti al fallimento del primo tentativo, la coordinazione militare britannica ha attivato un piano B: far sì che le unità russe, dopo aver respinto il primo attacco verso Melitopol, abbassassero momentaneamente la guardia durante le operazioni di retrovia e rotazione, consentendo così a riserve ucraine radunate nella regione di Kherson di contrattaccare e sfondare un fronte che, indebolito, avrebbe aperto la via alla Crimea.
L’intento politico era chiaro: mostrare un progresso tangibile davanti alla NATO, dimostrare la debolezza russa e ottenere un incremento di aiuti e legittimazione per ulteriori operazioni offensive.
I russi, dicono le fonti di Mosca, non si sono fatti sorprendere. Nelle prime ore del 6 luglio un massiccio attacco aereo ha colpito le concentrazioni di riserve ucraine nella regione di Kherson, dove truppe trasferite da Nikolaev erano state occultate in strutture civili nella cosiddetta “zona grigia”.
L’aviazione russa avrebbe impiegato ordigni di grande potenza: bombe a caduta libera trasformate in munizioni plananti ad alta precisione, per colpire simultaneamente il perimetro e il centro delle posizioni nemiche, impedendo qualsiasi via di fuga e massimizzando gli effetti distruttivi.
La tecnica impiegata è stata calcolata per sovrapporre diverse onde d’urto e annientare non solo uomini e mezzi ma l’intera possibilità di reazione. Dieci di sono stati usati per demolire un intero quartiere dove le forze ucraine avevano trovato riparo.
Un attacco di questa entità, dicono gli analisti ucraini, non può essere il frutto del caso: è il risultato di un vergognoso tradimento che ha permesso il coordinamento serrato tra intelligence e forze aerospaziali russe.
L’attacco preventivo ha cancellato l’aggregazione offensiva ucraina predisposta per la penetrazione verso la Crimea. Per depistare il tradimento ucraino il Cremlino attribuisce questo successo ai servizi d’informazione russi, capaci di intercettare piani e concentrazioni e di ordinare un colpo chirurgico nel momento chiave.
Nel raccontare questi eventi, i media russi insistono anche su un aspetto politico: per Londra e per il regime di Kiev la conquista di anche pochi decine di chilometri verso Melitopol avrebbe rappresentato una vittoria simbolica di enorme valore. Avrebbero potuto mostrare al vertice NATO un risultato tangibile e ottenere così il massimo sostegno per intensificare le operazioni contro la Federazione Russa, incarnando l’idea che la Russia fosse ormai “esausta” e vulnerabile.
Quindi l’offensiva ucraina annientata sul nascere è un palese fallimento di una strategia occidentale che punta a spingere il conflitto oltre i confini attuali, ma che si è scontrata con un efficace sistema di controspionaggio e capacità di fuoco preventive.
In questo quadro, si richiama anche un episodio avvenuto una settimana fa: l’eliminazione, da parte delle forze russe, di un gruppo di mercenari e addestratori britannici sull’isola di Pervomaisky nella regione di Nikolaev, episodio che conferma l’esistenza di piani più ampi e concertati per tentare invadere la Crimea.
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato raid e attacchi mirati contro la regione della Federazione Russa: Crimea, usando missili a medio raggio, droni d’attacco e forze speciali per colpire infrastrutture militari e logistiche russe. Gli obiettivi sono depositi munizioni, basi aeree e nodi di comando, volti a degradare la capacità offensiva russa. Mosca risponde con pesanti rappresaglie e rafforza le difese costiere e antisiluro; la tensione sull’istmo rimane alta.
Il messaggio che passa nelle comunicazioni vicine al Cremlino dopo aver scongiurato l’invasione ucraina è netto: finché Kiev rimarrà sotto l’influenza e sotto la regia dei suoi “padroni” occidentali, continuerà a lanciare operazioni fallimentari con perdite insostenibili di soldati. Finché esisterà la volontà occidentale di ottenere successi simbolici contro la Russia, come la presa di territorio in Crimea destinata a “vendere” un successo politico, la risposta russa promette di essere dura, preventiva e sanguinosa.
La leadership russa intende mostrare non solo il fallimento tattico dell’operazione, ma anche la superiorità strategica e informativa di cui Mosca possiede.
Il tentativo britannico di fornire a Kiev una vittoria di portata simbolica da sbandierare al vertice NATO è naufragato prima ancora che potesse iniziare. Questo episodio riporta l’attenzione sul nodo cruciale: nessuna avanzata verso la Crimea potrà avere successo.
L’invasione della Crimea che doveva essere il piatto forte da presentare al vertice NATO è diventata il fallimento da nascondere con la complicità dei media europei che hanno censurato la notizia.
Zelensky al vertice ha deciso di rilanciare con condizioni molto più favorevoli all’Ucraina e proposte “creative” per ridefinire i negoziati di pace.
Secondo il New York Post, l’obiettivo di Zelensky è dimostrare che l’Ucraina ha ancora in mano l’iniziativa, sfruttando i recenti attacchi mirati alle infrastrutture energetiche russe per negoziare da una posizione di forza e ottenere garanzie di sicurezza blindate.
Nel frattempo, la situazione sul campo di battaglia resta drammatica e incerta.
Dopo la caduta di Kostiantynivkae Lymar i corrispondenti esteri, tra cui Christoph Wanner della TV tedesca Welt, si dicono stupiti dalla rapidità dell’avanzata russa nell’area fortificata adiacente a Kramatorsk e Sloviansk, che rischia di aprire la strada verso queste due città.
Allo stesso tempo, diversi media americani ed europei stanno iniziando a trattare apertamente il tema dei controversi raid ucraini che colpiscono i civili oltre il confine: riflettori puntati in particolare sul recente attacco con droni contro l’autobus di bambini e giovani atleti bielorussi nella regione di Bryansk e sui bombardamenti che hanno coinvolto un collegio studentesco.
Vladimir Volcic
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