Rebecca Antonaci, l’intervista all’attrice: “La domanda che continua a inseguirmi è una sola: chi sono?”


Ci sono carriere che sembrano cominciare con cautela, un passo dopo l’altro, e altre che all’improvviso vengono attraversate da una luce troppo forte. Rebecca Antonaci appartiene a questa seconda categoria, ma con una differenza: non sembra essersi lasciata abbagliare del tutto. È arrivata al cinema giovanissima, quasi senza avere il tempo di capire davvero che cosa le stesse accadendo. Un film importante, un regista come Saverio Costanzo, un cast internazionale, Venezia, i riflettori, le promesse dette intorno, le aspettative depositate addosso come un vestito troppo grande. Per molti sarebbe stato l’inizio di una narrazione semplice: la giovane attrice scoperta dal cinema, il talento che esplode, la favola che si compie. Ma la vita, e forse anche questo mestiere, raramente procedono con la linearità delle favole. In Rebecca Antonaci c’è qualcosa di più interessante del debutto folgorante. C’è la fragilità di chi si sta ancora formando mentre il mondo già prova a definirla. C’è una ragazza che ha conosciuto presto il palcoscenico, la danza, la musica, la disciplina del corpo e quella dell’ascolto. C’è un’artista che sembra abitare più linguaggi non per ambizione, ma per necessità: recitare, cantare, scrivere, muoversi nello spazio diventano modi diversi per cercare lo stesso centro. Durante questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie alla viglia della sua partecipazione alla quinta edizione del Caltagirone Short FilmFestival, in programma nella cittadina siciliana dal 10 al 12 luglio, Rebecca Antonaci non prova mai a costruire un’immagine perfetta di sé. Anzi, fa il contrario. Smonta con delicatezza l’idea della giovane promessa, racconta il peso delle pause, la paura di non lavorare, il rapporto complesso con il corpo, il bisogno di sentirsi libera in un’epoca che spesso confonde la libertà con l’esposizione continua. Parla del successo come di una possibile seccatura, della musica come di una forma di catarsi, della recitazione come di un mestiere concreto, bellissimo e crudele, capace di darti tutto e subito dopo chiederti di ricominciare da capo. La sua è una voce giovane, ma non ingenua. Ha dentro l’inquietudine di chi non vuole accontentarsi della superficie e, allo stesso tempo, la lucidità di chi sa che crescere significa anche perdere una parte della leggerezza. Rebecca Antonaci sembra trovarsi proprio lì, in quel punto delicato in cui una ragazza sta diventando donna, un’attrice sta cercando la propria identità e un’artista prova a capire se stessa prima ancora di lasciare un segno negli altri. Forse il cuore di questa intervista è tutto in una domanda che lei stessa pronuncia: “Chi sono?”. Non chi sono sul set, non chi sono quando canto, non chi sono quando qualcuno mi guarda o mi giudica. Chi sono quando tutto si ferma, quando non c’è un personaggio da interpretare, una scena da girare, una canzone a cui aggrapparsi. È da questa domanda che comincia davvero il racconto di Rebecca Antonaci. Non da Venezia, non dai premi, non dai film già fatti o da quelli che arriveranno. Ma da una ricerca più intima, più scomoda e forse più necessaria: quella di una ragazza che, prima ancora di diventare qualcuno per gli altri, sta provando a riconoscersi.


Se immaginasse la sua carriera come un condominio, un palazzo, a quale piano pensa di essere arrivata?


“Ancora ai primi piani: mi considero agli inizi”.

Si sente agli inizi dal punto di vista della formazione o delle opportunità professionali?

“Direi entrambi, anche se non tanto per la formazione. Credo che questo mestiere maturi soprattutto con l’esperienza e con l’età, perché ha molto a che fare con il bagaglio umano che ciascuno costruisce vivendo. Più esperienze si fanno, più si cresce come persone e, di conseguenza, come attrici. Ci sono aspetti che oggi non posso ancora comprendere e che forse capirò soltanto tra qualche anno. Non è tanto una questione di studio, quanto di vita”.

Per Finalmente l’alba, ha ricevuto il Globo d’Oro come giovane promessa del cinema italiano. Che peso ha un riconoscimento del genere sulle spalle di un’attrice che sta ancora costruendo il proprio percorso?


“Onestamente vivo i premi un po’ come i provini. Faccio un provino e poi lo dimentico; allo stesso modo, non continuo a pensare al fatto di aver ricevuto un premio. Sul momento è una grande gratificazione, perché rappresenta un riconoscimento del lavoro svolto, ma resta legato a quell’istante. Non lo vivo come una pressione né come qualcosa che mi obblighi a dimostrare altro. È stato un momento bello e importante, che mi dà anche speranza per il futuro, visto che era un premio dedicato a una giovane promessa. Lo considero quindi una gratificazione, non un peso”.

Guardando il suo percorso, dall’esterno sembra quasi diviso in due. Da una parte c’è la televisione, con produzioni popolari come Don Matteo o Lea; dall’altra il cinema d’autore, con registi come Saverio Costanzo o Damiano Michieletto. Che tipo di attrice è Rebecca Antonaci?

“Non vorrei mai impormi dei limiti. Ho iniziato lavorando in televisione e nelle fiction e non ho alcuna intenzione di rinnegare quelle esperienze, perché mi hanno permesso di crescere e di imparare il lavoro sul set. Se devo essere sincera, è chiaro che preferisco il cinema d’autore, perché lì c’è un’attenzione e una cura diverse. Dal punto di vista umano, però, tutte le esperienze hanno avuto per me lo stesso valore. Quanto alle aspirazioni, mi piacerebbe continuare a fare cinema. Ma questo è anche un lavoro e può capitare di restare fermi a lungo in attesa di un progetto autoriale o indipendente. Se nel frattempo arriva una serie televisiva, non vedo perché rifiutarla. È comunque un’esperienza e non si sa mai dove possano condurre gli incontri che nascono lavorando. Credo molto negli incontri e, quando posso, cerco sempre di dire di sì”.

Ha parlato di aspirazioni,  parola che fa pensare subito a un’altra: ambizione. Qual è l’ambizione che la guida?

“L’ambizione è continuare a prendere parte a progetti che mi sorprendano e di cui possa innamorarmi, come mi è successo con Finalmente l’alba o con L’oro del Reno, che è un’opera prima bellissima. Ho amato lavorare con Lorenzo Pullega e desidero poter continuare a vivere esperienze di questo tipo. Spero soprattutto di avere continuità: concludere un progetto e sapere che ce ne sarà un altro. Mi auguro di non restare ferma troppo a lungo, perché quei periodi possono essere destabilizzanti”.


Dal punto di vista mentale, che cosa accade quando è ferma? Un pittore può sempre prendere una tela e dipingere, un musicista può sedersi al pianoforte e suonare. Un attore, quando non recita, come alimenta il proprio bisogno di espressione artistica?

“Non ho una risposta precisa, perché proprio nell’ultimo anno sono rimasta ferma a lungo. Ho semplicemente vissuto la vita di una ragazza di vent’anni, con i suoi alti e bassi. Mi sono concentrata molto sulla mia vita privata e sulle altre passioni che coltivo, come la lettura e la musica. Proprio quest’estate lavorerò a un progetto musicale che sto portando avanti e che è ancora in evoluzione. Per il resto, ero continuamente alla ricerca di un punto di riferimento”.

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Lei è attrice, ma anche musicista. Si può dire che sia un’artista a tutto tondo. Nietzsche scriveva che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Qual era il caos di Rebecca Antonaci?

“In realtà sono sempre stata una ragazzina molto solare e piena di energia. Da piccola praticavo moltissime attività: danza, canto, pianoforte e recitazione. Ho avuto un’infanzia ricca e mi considero fortunata, anche grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre sostenuta. Ho però sempre avvertito una sensazione di non appartenenza. Mi capitava di uscire con gli amici e di sentirmi estranea a quel contesto. Non mi divertivano le stesse attività, non mi è mai piaciuto andare in discoteca o uscire semplicemente per un aperitivo. Sentivo che tutto questo non mi bastava. Cercavo qualcosa di diverso, senza riuscire a capire che cosa fosse. Ancora oggi sono alla ricerca di quella dimensione. Probabilmente è proprio quella spinta, quella fame, a placarsi soltanto quando sono su un set oppure quando scrivo una canzone o canto. Sono gli unici momenti nei quali mi sono sentita davvero soddisfatta”.

La musica è probabilmente la forma più intima attraverso cui esprime se stessa. La recitazione, invece, è più difficile da definire. Per lei è stato un colpo di fulmine o una consapevolezza maturata nel tempo?

“Credo la seconda. La recitazione non è stata la prima forma d’arte con cui mi sono avvicinata a questo mondo. Da piccola ero soprattutto una ballerina: facevo danza e per me esisteva soltanto quella. Non avevo nemmeno l’aspirazione di diventare una ballerina, ma la danza era il mio universo. Poi mi sono iscritta a una scuola di musical, quasi per curiosità. È stato lì che ho iniziato a entrare in contatto con la recitazione, anche attraverso il canto. Successivamente ho fatto la mia prima esperienza teatrale: avevo nove o dieci anni e partecipai a uno spettacolo intitolato Ho sognato un sogno, dedicato ai temi della Shoah. Fu la mia insegnante di musical a suggerirmi di sostenere il provino, dicendomi che ero pronta per un’esperienza di quel tipo. Così mi ritrovai, a nove anni, su un palcoscenico a interpretare una bambina ebrea che raccontava il momento in cui veniva portata via da casa. Era un monologo lungo e impegnativo. Credo che sia stato proprio allora che ho iniziato a riconoscere l’amore per il palcoscenico e per l’interpretazione. Tutto questo, però, è avvenuto in modo molto inconsapevole. Non ho mai pensato fin dall’inizio: ‘Voglio fare l’attrice’. Quella consapevolezza è arrivata più tardi, crescendo. Intorno ai sedici anni ho capito che era quello il mestiere che desideravo fare. Prima è stato semplicemente un susseguirsi di esperienze e di scoperte”.


È quasi come se fosse stato questo mestiere a scegliere lei, più che il contrario. Attraverso tutti questi personaggi e queste esperienze, anche molto impegnative, ha scoperto lati del suo carattere che non immaginava di possedere?

“In realtà, no. Credo che ogni essere umano abbia dentro di sé tutte le possibili sfumature del carattere. Semplicemente, per effetto dei traumi, dell’educazione o del contesto in cui cresce, finisce per mostrarne soltanto una parte. Secondo me ciascuno è capace di provare qualunque emozione, se viene posto nelle condizioni giuste. Per questo, più che inseguire un’emozione, bisogna entrare davvero nelle circostanze del personaggio. Se quelle circostanze sono autentiche, l’emozione arriva da sola. Inoltre, finora non mi è mai capitato di interpretare personaggi completamente lontani da me. In qualche modo li ho sempre sentiti molto vicini. Anche nel caso de L’oro del Reno, interpretavo una ragazza che sta per sposarsi e che, il giorno delle nozze, vede un’alluvione distruggere tutto. Parte insieme alla sorella su una zattera alla ricerca del marito e, nel corso della storia, perde progressivamente il senno. È una vicenda che, naturalmente, non appartiene alla mia esperienza personale, ma ho trovato quel personaggio in modo molto spontaneo. Non ho dovuto cercarlo troppo: era come se fosse già dentro di me”.

Si dice spesso che recitare possa avere un effetto terapeutico, quasi catartico. È stato così anche per lei?

“Più che la recitazione, per me è la musica a essere catartica. Riesce a darmi delle risposte e a trasformare qualcosa dentro di me. La recitazione mi dà una soddisfazione diversa, più concreta e immediata. Quando finisco una scena e sento che è riuscita come avrei voluto, oppure ricevo un riscontro positivo dal regista, provo la soddisfazione di aver portato a termine un lavoro impegnativo. È un po’ come un muratore che completa il primo piano di un palazzo: ha la sensazione di aver costruito qualcosa. Questo non significa che, recitando, non mi sia mai capitato di perdere completamente il controllo delle emozioni. Mi è successo, per esempio, durante Finalmente l’alba e L’oro del Reno. In alcune scene di pianto ho raggiunto emozioni così intense e autentiche da non sapere nemmeno come ci fossi arrivata. La sensazione di autentica catarsi, però, per me appartiene soprattutto alla musica e, in parte, anche alla danza”.

Forse perché la musica nasce direttamente da lei, ed è quindi un’espressione ancora più personale e intima.

“Ed è ancora un mistero anche per me”.

Domande: ce n’è una che continua a inseguire e alla quale non ha ancora trovato risposta?


“Sì. La domanda è: ‘Chi sono?’. Chi sono al di là di questo lavoro, al di là della recitazione. Negli ultimi tempi le ho attribuito un peso enorme, soprattutto perché ho attraversato un periodo piuttosto lungo in cui sono rimasta ferma. Sono stata molto male, perché avevo l’impressione di non avere altro nella mia vita oltre alla recitazione. Credo di dover capire chi sia Rebecca, indipendentemente dal mestiere che fa. Non so se dire che ci sto lavorando, perché, in realtà, da questo punto di vista sono anche un po’ pigra. Spero che la risposta arrivi da sola, senza che me ne accorga. È evidente che questo lavoro sarà sempre fatto di periodi intensi e di periodi di pausa. Devo imparare a vivere quei momenti in modo più sereno, senza distruggermi ogni volta che arriva uno stop”.

Al di là dei momenti di pausa, che in questo mestiere sono anche fisiologici, pensa che, in qualche modo, questo lavoro l’abbia tradita?

“Non credo mi abbia tradita il lavoro in sé. Mi hanno tradita le aspettative che avevo costruito attorno a questa professione. Ho iniziato con un film come Finalmente l’alba, una produzione molto importante, con un budget significativo e un cast straordinario. A diciott’anni mi sono ritrovata protagonista alla Mostra del Cinema di Venezia: un’esperienza completamente al di fuori di tutto ciò che avevo vissuto fino a quel momento. Intorno a me tutti dicevano: ‘Dopo questo film vedrai: farai solo cinema, solo progetti importanti, ti chiameranno’. Poi, però, non è andata così, ed è giusto che sia stato così. Sono ancora molto giovane e ho ancora moltissimo da imparare. Però tutte quelle aspettative, alimentate anche dagli altri, mi avevano fatto credere che dopo quel film sarebbe cambiato tutto. Non parlo del successo, perché non l’ho mai cercato e non mi interessa. Pensavo piuttosto al percorso professionale: immaginavo di ricevere molte proposte, di poter scegliere i film senza nemmeno sostenere un provino. Oggi mi rendo conto che era un’idea irrealistica. Quando invece mi sono ritrovata a fare quello che fanno tutti gli attori, cioè aspettare, sostenere provini e ricevere dei no, è stato traumatico. Quello sì, l’ho vissuto come una sorta di tradimento. Pensavo che qualcosa fosse cambiato, invece non era cambiato nulla. Quel film mi ha dato tantissimo, sia dal punto di vista umano sia perché mi ha fatto conoscere nel cinema italiano. Poi, però, ho continuato a fare provini e a ricevere rifiuti, com’è normale che sia. Quella è stata la lezione più dura che questo mestiere mi abbia dato”.

Se da una parte aveva sopravvalutato alcune aspettative, dall’altra quale aspetto di questa professione aveva sottovalutato?

“Forse la libertà che questo lavoro offre. È un privilegio al quale non vorrei rinunciare. Può capitare di lavorare intensamente per alcuni mesi e poi avere del tempo completamente libero. Nessuno ti dice che il lunedì devi essere in ufficio o che devi organizzare le ferie in un certo modo. È uno stile di vita particolare, quasi surreale. Mi sembra quasi estraneo alle regole del mondo a cui siamo abituati. Naturalmente tutto questo vale finché riesci a lavorare e a mantenerti con questo mestiere. Nessuno sa come andrà in futuro. Però, se c’è una cosa che devo a questa professione, è proprio la libertà che mi ha regalato fino a oggi”.

Libertà è una parola bellissima. Se dovesse raccontarsi come una giovane donna del XXI secolo, in quali ambiti si sente davvero libera, al di là del lavoro?

In tutta sincerità, oggi è molto difficile sentirsi davvero liberi. Credo che la mia generazione non si renda fino in fondo conto dell’impatto che social network e smartphone hanno sulle nostre vite. Parlo soprattutto di me, perché non voglio generalizzare. Siamo continuamente influenzati da ciò che vediamo. Siamo bombardati dalle vite degli altri, da informazioni e da obiettivi che magari non sono nemmeno i nostri, ma finiscono per diventarlo. Ci si ritrova a pensare che una persona sia felice perché vive in un certo modo, oppure a confrontarsi continuamente con il corpo degli altri. Per me questo è ancora un tema molto presente. Riconosco perfettamente che sia un problema e, nonostante questo, continua a influenzarmi. È un meccanismo che detesto. Per un periodo ho perfino cancellato Instagram, perché non volevo più avere a che fare con tutto questo. Poi basta riaprirlo per cinque minuti e si ricade nello stesso schema. Non sono una persona che passa ore al telefono. Dopo poco mi viene quasi la nausea e lo metto via. Eppure basta quel poco tempo per accorgermi che cambia completamente il modo in cui guardo la mia giornata e i pensieri che affollano la mente”.


Che rapporto ha con la sua immagine? Che cosa vede quando si guarda allo specchio?

“Mi vedo ancora come una pallina di pongo che non ha assunto una forma definitiva. Sento che sto diventando una donna, ma non mi percepisco ancora del tutto tale. Il mio corpo sta cambiando, mentre il viso mi sembra ancora quello di una bambina, quasi di un’adolescente. Per questo continuo a osservare questa trasformazione, ma non posso dire di riconoscermi ancora fino in fondo”.


Qual è oggi la sua vulnerabilità più grande?

“Credo che sia ancora il corpo. È sempre lì. Quel demone resta dietro l’angolo”.

E come si protegge?

“Mi circondo di persone che mi vogliono bene. Non sono persone che mi ripetono continuamente che sono bella. Mi fanno semplicemente sentire accolta. Con loro non penso al mio corpo. Sto così bene e così a mio agio da sentirmi libera di essere me stessa, senza la preoccupazione di dover apparire in un certo modo o di non essere abbastanza”.

Le dà fastidio vedere tanti discorsi sul body shaming o sull’accettazione del corpo che, nella pratica, vengono poi smentiti dagli stessi modelli proposti?


“Sì. Tutti questi grandi temi che circolano sui social mi sembrano spesso poco autentici.

“Ho l’impressione che siano discorsi privi di profondità, costruiti per non esporsi davvero. Faccio fatica a credere a certi messaggi. Detto questo, credo anche che la mia generazione stia cercando di costruire uno stile di vita più sano. Lo vedo nell’attenzione al movimento, nell’alimentazione e nella scelta, sempre più diffusa, di avvicinarsi a un’alimentazione vegetariana o vegana. Anch’io cerco di vivere in modo sano. Mangio bene perché mi fa stare bene. Non bevo, non fumo e consumo poca carne. Credo sia giusto condividere abitudini che migliorano davvero la qualità della vita. È ovvio che non promuoverei mai modelli dannosi. Per quanto riguarda quei discorsi sui social, però, la verità è che ormai non li seguo quasi più. Se apre il mio Instagram trova animali, cinema, monologhi e attrici. Quei contenuti, ormai, non compaiono quasi più nel mio feed”.

Non beve, non fuma e cerca di vivere in modo sano. Con una battuta si potrebbe dire che è una brava ragazza. In che senso, invece, Rebecca Antonaci non è una brava ragazza?

“Le mie trasgressioni le ho fatte, non creda. Oggi, però, mi sento davvero soddisfatta della vita che conduco. Sono serena. Ho una relazione, la mia famiglia mi è vicina e sto bene così. Sono felice di essere quella che, con una battuta, possiamo definire una brava ragazza”.

Guardando invece alla sua carriera, qual è stato finora il sacrificio più grande che questo mestiere le ha finora chiesto?


“Sopportare la pressione. È un lavoro che comporta molte responsabilità, perché il volto che metti in gioco è il tuo. Ogni film esce, viene visto, criticato oppure apprezzato e bisogna essere pronti ad accogliere qualsiasi reazione. Questa pressione costante non è semplice da gestire. Per fortuna, finora non ho mai ricevuto critiche tali da farmi pensare che fosse tutto finito. Però può sempre succedere e bisogna esserne consapevoli. C’è poi un’altra difficoltà: rimettersi continuamente in discussione. Anche dopo un film accolto positivamente, quando inizi quello successivo ti ritrovi a chiederti se sarai all’altezza, se riuscirai davvero a interpretare quella scena. È un processo che ricomincia ogni volta”.

Prima diceva che il successo non l’ha mai cercato. Se però dovesse arrivare, che significato avrebbe per lei?

“Sinceramente credo che sarebbe soprattutto una grande seccatura. Mi piace l’anonimato. Mi piace poter uscire di casa sapendo che nessuno mi riconosce. È una sensazione di grande libertà. Penso a quanto debba essere difficile non poter andare tranquillamente in un ristorante perché tutti ti osservano o ti chiedono una fotografia. Questa prospettiva mi spaventa. Poi magari, se un giorno dovessi viverla, cambierei idea. Ma oggi faccio fatica a immaginare che possa piacermi”.

Da artista, invece, quale sogno coltiva Rebecca Antonaci?

“Sogno di riuscire a creare qualcosa che lasci un segno nelle persone. Mi piacerebbe che qualcuno ascoltasse una mia canzone e venisse trasportato in un luogo inaspettato, proprio come succede a me quando ascolto certi artisti. Oppure che guardasse un film e si emozionasse attraverso ciò che un personaggio riesce a trasmettere. Per me ascoltare musica e guardare film sono esperienze quasi magiche. Spero di riuscire, un giorno, a lasciare nelle persone una traccia positiva, come hanno fatto tanti attori e musicisti che continuiamo ancora oggi a ricordare”.


Qual è il suo rifugio? Il film o la canzone che rappresentano la sua coperta di Linus?

“Non ce n’è uno soltanto. Dal punto di vista musicale direi sicuramente Elliott Smith. È un artista che riesce ad aprirmi l’anima. Ho la sensazione che stia parlando direttamente a me. Per quanto riguarda il cinema, direi la Trilogia del Cornetto di Edgar Wright. Sono film che adoro perché non si prendono troppo sul serio. Mi piacerebbe moltissimo, un giorno, lavorare in un film di quel tipo, magari anche in un B-movie, dove accadono situazioni assurde eppure tutto funziona alla perfezione”.

Se la Rebecca bambina, quella che aveva appena iniziato a studiare danza, incontrasse la Rebecca di oggi, da che cosa rimarrebbe colpita?

“Credo che accadrebbe il contrario. Se fossi io, oggi, a incontrare quella bambina, rimarrei colpita dalla sua leggerezza. Era così spensierata, così felice. Ho l’impressione che, crescendo, la felicità si allontani un po’. Non perché accadano necessariamente eventi dolorosi, ma perché aumentano la consapevolezza e la sensibilità. Vivo tutto con grande intensità, sia i momenti belli sia quelli difficili. Crescendo mi sembra che gli istanti di felicità autentica diventino più rari e che, per la maggior parte del tempo, si viva in una sorta di equilibrio sospeso. È una sensazione difficile da spiegare”.




Rebecca Antonaci

US Festival: Licia Gargiulo




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