Per arrivare in alto, a volte, non basta il talento. Servono sacrificio, costanza e la capacità di credere in un sogno anche quando sembra lontanissimo. Da Palermo a Dallas, non a caso, ci sono circa 9.315 km. Sono quelli che Costanza Verona ha percorso per scrivere la storia, diventando la prima siciliana a esordire in WNBA, il maggiore campionato di pallacanestro femminile degli Stati Uniti d’America.
Una storia che è tutt’altro che conclusa, perché la ventottenne – che nel palmarès ha anche cinque scudetti, cinque Coppe Italie e tre Supercoppe italiane con Famila Schio – non ha nessuna intenzione di fermarsi. A settembre, infatti, punta a dare il meglio di sé con la Nazionale italiana, che negli anni scorsi le ha regalato già non poche soddisfazioni, con il bronzo agli Europei del 2025, l’oro agli Europei Under 20 del 2019 e l’argento ai Mondiali Under 17 del 2016.
Costanza Verona si è raccontata a BE Sicily Mag da protagonista della cover digitale di luglio 2026, partendo dalle origini nel basket palermitano al fianco della mamma Simona Chines, che è stata giocatrice di Serie A negli anni ’80 e le ha trasmesso la sua stessa passione, e arrivando in Texas, dove sta vestendo la maglia delle Dallas Wings come development player. Non è stato semplice e nessuno le ha regalato nulla: ogni successo è stato il frutto di un lavoro quotidiano.

L’intervista a Costanza Verona
Costanza, come stai vivendo questo momento d’oro della tua carriera?
È normale che ci sia un po’ di stanchezza, soprattutto mentale. Non ho avuto una pausa tra Schio, la Nazionale e le Dallas Wings. Nonostante ciò, mi sento bene. Essendo qui come development player non gioco molto, mi sto allenando tanto per tenermi in forma grazie all’aiuto dei due preparatori individuali messi a disposizione della società. Mi sto godendo questa esperienza al massimo.
Lo scorso 10 giugno hai fatto il tuo esordio in WNBA.
È stato davvero bello. Aspettavo questo momento da tanto, era un esame. Per molti giorni sono rimasta a guardare, allenandomi sempre con la squadra ma senza giocare, per cui era obbligatorio rimanere lucida. L’obiettivo è dimostrare costantemente chi sono. Quando sono scesa per la volta in campo ero emozionata sì, ma non più di tanto. Ero più che altro concentrata su quello che dovevo fare. Mi aspettavo di entrare in squadra con questo ruolo, sono arrivata qui con zero aspettative e mi sono detta “Vediamo come andrà”. Il basket americano è molto diverso da quello europeo, in più la squadra è molto competitiva perché punta a vincere il titolo. In questo contesto sono “la giovane”, anzi come si dice nel gergo sportivo la rookie, ci sta quindi che giochino altre compagne più esperte. Io sono comunque contenta.

È stato difficile ambientarsi?
Dal punto di vista sportivo, no. Le mie compagne sono state super accoglienti, mi sono trovata subito bene. Per quanto riguarda il contesto, qui in Texas fa davvero caldo in questo periodo. Io cerco di andare spesso in piscina, perché mi manca il mare. Mi piacerebbe stare più all’aperto, ma le temperature sono alte. Noi, tra l’altro, non viviamo a Dallas, ma ad Arlington, che è una piccola città. Dallas, in cui c’è il campo, è molto bella.
E per quanto riguarda il cibo?
Mi manca quello italiano, per cui qualche volta vado da Eataly a fare la spesa. Devo dire che qui hanno una scelta variegata, ma la cultura è proprio diversa perché ordinano tantissime cose da mangiare e tutti i cibi sono molto speziati. Io chiedo alla nostra chef di avere le cose più naturali possibili. Non abbiamo comunque delle regole ferree, ognuno sa come gestire la propria alimentazione. Mangio per lo più riso, salmone e pollo, come ogni atleta. Io però soffro davvero tanto le spezie e qui le mettono ovunque.
Ti manca la tua famiglia?
Molto. Non sono riusciti ancora a venire a trovarmi, mio papà verrà tra qualche giorno. Io ho un bellissimo rapporto con loro, sono veramente tutto per me. Mi hanno supportato in ogni mia decisione e mi hanno aiutata a prendere delle decisioni importanti. Quando mi hanno chiamata da Dallas erano super emozionati ed orgogliosi. La Nazionale era un sogno che vedevano più realizzabile, ma la WNBA sembrava davvero molto lontana. Parlo con loro tutti i giorni, la mattina presto a causa del fuso orario e dei miei impegni. In genere ci alleniamo dalle 10 alle 14, per cui quando finisco è già tarda sera in Italia.
Tua mamma giocava a basket come te.
È sempre stato un vantaggio, ha gestito bene il nostro rapporto. Per un periodo, quando abitavo a Palermo, mi ha anche allenata, poi quando tornavamo a casa era sempre la mia mamma. Abbiamo un rapporto speciale, siamo molto legate.
Hai capito fin da subito che il basket era il tuo sport del cuore?
Quando ero piccola ho provato qualche altro sport, ma dai quattro anni ho sempre giocato a basket. Ho fatto nuoto al contempo, d’estate anche vela e qualche volta tennis. Il mio sport, però, è sempre stato il basket. Quando a scuola facevo atletica, mi dicevano che ero molto portata per la corsa e che avrei dovuto continuare. Io ho sempre risposto no grazie. Giocavo a basket ed era quello che volevo continuare a fare. È però una caratteristica che mi è rimasta, sono una giocatrice di basket veloce.

Quando hai compreso che questa sarebbe stata davvero la tua strada?
Mi sono sempre allenata con grande passione, ma la svolta è stata andare via da Palermo, lasciando i miei compagni di classe all’ultimo anno di liceo. Ho finito la scuola a Battipaglia, dove ho giocato il mio primo anno di Serie A1. Ero già in Nazionale giovanile dai quattordici anni. Ho sempre saputo che era quello che volevo fare. Dopo il liceo classico mi sono laureata in Scienze Motorie e ho iniziato un master in Management dello Sport, poi l’ho interrotto per fare un corso di inglese. Lo riprenderò più avanti probabilmente. I miei genitori hanno sempre spinto affinché studiassi. Mi dicevano: va bene il basket, ma prima lo studio. Anche adesso, mia mamma mi ricorda costantemente che devo riprendere il master, nonostante sia abbastanza impegnata. Mia sorella gioca anche lei a basket ma si è laureata in Giurisprudenza, fa l’avvocato. Ci tengono molto.
Sei la nona italiana a giocare in WNBA e la prima siciliana. Ti sei resa conto di avere scritto la storia?
La sto vivendo e basta. Ho sempre cercato di salire un gradino alla volta. Chi mi conosce sa che sono una persona molto umile. Non sono un gigante, di giocatrici alte 1.70 come me ce ne sono tante, per cui non è stato semplice né farmi notare né rimanere ad alti livelli. Ho sempre dovuto lavorare sui miei punti deboli e ho cercato di ascoltare i consigli delle persone più esperte di me per cercare di migliorarmi. Ancora adesso sono sono molto concentrata sulle cose in cui posso crescere. Non mi sento mai arrivata, questa è la mia mentalità.
Che consiglio daresti a chi sogna di seguire le tue orme?
Di non mollare mai di fronte alle difficoltà, che ci sono e ci saranno sempre. Io ne ho avute tantissime. Le persone che mi sono state accanto sanno quanti colpi in faccia ho preso o quante volte mi è stato detto che non ero abbastanza talentuosa. Io, però, non mi sono mai fermata e ho continuato a cercare di migliorarmi, arrivando fino a qui. Sono una persona molto competitiva, fa parte del mio carattere. Alla fine ciò che conta di più è vincere.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Far bene al Mondiale, in programma a settembre. Il raduno con la Nazionale partirà a inizio agosto a Roma, mi auguro che la mia famiglia riesca a venirmi a trovare dopo due mesi senza vederci. Quando tornerò in Italia penso che mangerò un buon piatto di pasta, magari una carbonara visto dove mi troverò. Dopo il Mondiale tornerò a Schio e cercherò di aiutare la mia squadra a vincere, in Italia e in Europa. Dal punto di vista individuale, non voglio più fare determinati errori che ho fatto in passato.
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Chiara Ferrara
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