Cinque falsi miti sugli anziani


Tecnologia, creatività, lavoro e apprendimento: studi scientifici e dati smentiscono molti luoghi comuni sull’invecchiamento

E’ una scena che si ripete sempre più spesso nelle case italiane. Un nipote mostra al nonno come usare TikTok o un assistente basato sull’intelligenza artificiale. Il nonno prova, sbaglia, riprova. Dopo qualche settimana non chiede più aiuto, è lui a spiegare agli altri come fare. Sembra un episodio isolato, ma i dati raccontano un cambiamento più ampio.

 

Per anni abbiamo associato l’età a lentezza, difficoltà nell’apprendere e distanza dalla tecnologia. Ma studi scientifici e statistiche mostrano una realtà più complessa. Il rapporto con il digitale cambia, la creatività non scompare, l’esperienza può diventare una risorsa. Restano differenze e difficoltà, ma l’età, da sola, non basta a definire capacità e limiti.

 


Primo falso mito: gli anziani non capiscono la tecnologia

Il rapporto Cittadini e ICT 2025 dell’ISTAT fotografa una trasformazione poco raccontata. Tra il 2024 e il 2025 l’uso di Internet è cresciuto dell’1,2% nella popolazione italiana, ma tra i 65-74enni è passato dal 68,1% al 72,5%, mentre tra gli over 75 dal 31,4% al 35,7%. Oggi il 63,9% delle famiglie composte esclusivamente da anziani dispone di una connessione Internet.

 

Il dato più sorprendente riguarda però le modalità d’uso. Quasi quattro over 65 su dieci navigano esclusivamente con lo smartphone, il doppio della media nazionale. Molti non hanno imparato a usare il computer perché sono entrati direttamente nell’era del telefono intelligente.

 

Il divario resta, soprattutto nelle competenze digitali e tra Nord e Sud, ma i dati suggeriscono che il vero ostacolo non sia l’età. Pesano soprattutto le opportunità legate alle condizioni economiche, all’istruzione e al territorio.


 

Secondo falso mito: con gli anni si perde la creatività

Per decenni si è pensato che la creatività appartenesse quasi esclusivamente ai giovani. Gli studi di Marcello Cesa-Bianchi e Carlo Cristini hanno progressivamente superato questa visione, mostrando come l’invecchiamento non cancelli la capacità creativa, ma ne modifichi forme e modalità.

 

L’esperienza, la memoria autobiografica e la capacità di collegare conoscenze maturate nel tempo possono diventare risorse. Non è soltanto un’ipotesi teorica. Alcune ricerche hanno provato a misurare questa capacità attraverso strumenti specifici.

 


Tra queste, il programma CREC (Creativity in Everyday-life Challenges), sviluppato da Laura Colautti, studiosa di psicologia dell’invecchiamento, e Alessandro Antonietti, docente di Psicologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha utilizzato anche l’ATTA (Abbreviated Torrance Test for Adults), per misurare il pensiero creativo. I risultati hanno mostrato che flessibilità mentale, capacità di trovare soluzioni alternative e problem solving possono essere allenati anche nella terza età.

 

La domanda, quindi, cambia prospettiva. Non è più se gli anziani siano creativi, ma in che modo la loro creatività assuma forme diverse rispetto a quella dei più giovani.

 


Quasi quattro over 65 su dieci accedono alla rete tramite smartphone: il telefono intelligente è spesso il primo strumento con cui gli anziani entrano nel digitale (ph. Helena Lopes – Pexels)

Terzo falso mito: l’innovazione appartiene ai giovani

Per molto tempo abbiamo raccontato l’innovazione come il risultato di un’intuizione improvvisa, quasi sempre associata alla giovinezza. Ma la ricerca racconta una storia diversa.

 

David Galenson, economista dell’Università di Chicago, studiando le carriere di quarantasette artisti tra pittori, scultori, scrittori e registi, ha individuato due percorsi creativi. Ci sono i geni precoci, come Picasso, Van Gogh e Orson Welles, capaci di rompere gli schemi da giovani.

 


E ci sono gli innovatori sperimentali, che arrivano al loro punto più alto attraverso anni di lavoro, tentativi e correzioni. Cézanne, Rembrandt e Alfred Hitchcock appartengono a questa seconda categoria. La loro forza nasce anche dall’esperienza accumulata, il tempo non è stato un ostacolo, ma uno strumento creativo.

 

La lezione è semplice. Non esiste un’età unica dell’innovazione. Esistono percorsi diversi per arrivarci.

 

Quarto falso mito: dopo i sessant’anni non si crea più valore

Anche il mondo del lavoro smentisce lo stereotipo. La “silver entrepreneurship” (l’imprenditoria degli over 50) è un fenomeno in crescita. Secondo dati Istat richiamati da uno studio pubblicato sulla rivista “Sinergie – Italian Journal of Management”, quasi un nuovo imprenditore italiano su cinque ha più di cinquant’anni.


 

Competenze, relazioni professionali ed esperienza diventano un capitale da investire. Non a caso molte startup che arrivano alla quotazione o vengono acquisite hanno fondatori con un’età media più elevata di quanto suggerisca il mito del giovane imprenditore. Resta però un limite culturale. Gli investimenti continuano a privilegiare i founder più giovani.

 

Quinto falso mito: gli anziani sono soltanto spettatori del mondo digitale

Licia Fertz, a 94 anni, è diventata un volto conosciuto ben oltre i confini italiani. Nonno Severino e nonna Imma raccontano la loro quotidianità a oltre un milione e mezzo di persone su TikTok. A Taiwan una coppia di ottantenni proprietari di una lavanderia è diventata un fenomeno internazionale semplicemente pubblicando fotografie sui social.

 


Sono storie diverse, ma raccontano lo stesso cambiamento. Gli anziani non sono più soltanto destinatari della comunicazione digitale, sempre più spesso ne sono protagonisti.

 

Oltre i luoghi comuni

Forse l’errore più grande è continuare a considerare gli anziani una categoria omogenea. Esistono ottantenni che usano ogni giorno l’intelligenza artificiale e cinquantenni che rifiutano ancora i servizi digitali. Persone che avviano un’impresa dopo la pensione e altre che smettono di imparare molto prima.

 

L’età continua a contare, ma conta sempre meno da sola. A fare la differenza sono la salute, il livello d’istruzione, il contesto sociale e le opportunità offerte lungo tutto l’arco della vita.


 

In un’Italia dove oltre un cittadino su quattro ha più di 65 anni, continuare a descrivere la vecchiaia con categorie del passato significa ignorare un cambiamento già in corso. I dati non cancellano le difficoltà, ma obbligano a rivedere il racconto. Non esiste un’età in cui si smette di imparare, creare o innovare, esistono piuttosto società che scelgono se valorizzare o sprecare il patrimonio di esperienza dei propri cittadini.

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 Giovanni Ierfone

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