Quando si parla di allevamento bovino e cambiamento climatico, il metano è spesso al centro del dibattito. Questo gas serra, prodotto soprattutto durante la digestione dei ruminanti e in parte dalla gestione delle deiezioni, ha un potere climalterante superiore a quello dell’anidride carbonica. Tuttavia, ha anche una vita atmosferica molto più breve (10-12 anni), quando la sua origine è biogenica. Questo significa che ridurre rapidamente le emissioni di metano può contribuire in modo importante a contenere il riscaldamento nel breve periodo.
Il tema, però, è complesso. Le stime sul contributo della zootecnia alle emissioni globali variano molto a seconda dei metodi di calcolo adottati, delle fonti considerate e del peso attribuito a fattori come uso del suolo, pascoli, trasformazioni agricole e attività di filiera. Inoltre, se non cambia il numero di animali allevati il bilancio delle emissioni di gas serra è sostanzialmente in pareggio, in quanto la quota di metano emessa è in equilibrio con quella di anidride carbonica sottratta dall’atmosfera dai vegetali utilizzati come alimenti dai ruminanti. Per questo motivo è essenziale basare le strategie di mitigazione su misurazioni accurate e su una valutazione realistica di tutti gli effetti ottenibili sulla società umana e sull’ambiente.
I ruminanti, infatti, non sono semplicemente “emettitori” di metano. Sono animali capaci di trasformare risorse non utilizzabili direttamente dall’uomo, come cellulosa, foraggi e sottoprodotti agroindustriali, in alimenti ad alto valore nutrizionale come latte e carne. Questa capacità li rende centrali nei sistemi agroalimentari, soprattutto in un’ottica di economia circolare.
Una riduzione drastica del numero di bovini allevati non rappresenta quindi una soluzione automaticamente sostenibile. Nei Paesi meno sviluppati, dove gli allevamenti sono spesso a basso input, le emissioni per unità di prodotto sono più elevate e le performance produttive inferiori. Allo stesso tempo, proprio in queste aree cresce il bisogno di alimenti di origine animale per contrastare malnutrizione e carenze nutrizionali. Dunque le emissioni sono elevate ed in crescita. Nei Paesi sviluppati, invece, il numero di bovini è diminuito nel tempo, grazie al miglioramento dell’efficienza produttiva, e le emissioni di metano sono in costante calo.
L’intensificazione sostenibile
La strada più promettente sembra quindi essere quella dell’intensificazione sostenibile: produrre di più e meglio, con animali sani, ben gestiti e alimentati in modo più efficiente. Il metano enterico rappresenta infatti anche una perdita di energia alimentare. Una quota dell’energia ingerita dall’animale viene dispersa sotto forma di metano invece di essere convertita in latte, carne o funzioni vitali. Migliorare la digestione ruminale significa quindi ridurre le emissioni e, allo stesso tempo, aumentare l’efficienza del sistema biologico ed il benessere degli animali.
Le buone pratiche gestionali e nutrizionali sono il primo livello di intervento. Animali in salute, in buone condizioni di benessere e con una dieta correttamente formulata fermentano meglio e sprecano meno energia. Il miglioramento della qualità dei foraggi, la riduzione della lignina, la corretta conservazione degli alimenti, l’uso di tecniche agronomiche di precisione e la formulazione più accurata delle razioni possono contribuire a ridurre sia la quantità di metano prodotto sia l’intensità emissiva per unità di prodotto.
In questo contesto, anche la zootecnia di precisione gioca un ruolo crescente. Sensori, sistemi di monitoraggio e strumenti digitali permettono di seguire lo stato di salute degli animali, anticipare il riconoscimento e la cura di problemi metabolici o sanitari, ridurre stress e malattie, in sostanza di intervenire in modo più tempestivo, mirato e quando il sistema immunometabolico non è ancora compromesso. Tutto questo contribuisce indirettamente anche alla sostenibilità ambientale dell’allevamento.
Accanto alle strategie gestionali, la ricerca si sta concentrando sugli additivi alimentari capaci di modulare la fermentazione ruminale. Tra le diverse soluzioni studiate, due hanno mostrato risultati particolarmente rilevanti: alcune macroalghe contenenti bromoformio e il 3-nitroossipropanolo, noto come 3-NOP.
Le macroalghe, come Asparagopsis taxiformis, possono ridurre il metano, ma presentano ancora criticità applicative: costanza dell’effetto, praticità d’impiego e possibili problemi legati alla presenza di iodio, bromo e bromoformio che raggiungono concentrazioni eccessive nel latte e sopra i livelli raccomandati. Il 3-NOP, invece, è oggi considerato una delle opzioni più solide per ridurre in modo significativo il metano enterico nei bovini. Studi sperimentali, anche su diete tipiche dell’Italia settentrionale, hanno evidenziato riduzioni molto consistenti delle emissioni. Tuttavia, anche in questo caso restano aspetti da approfondire. L’applicazione in campo può produrre risultati diversi rispetto alle prove controllate, e in alcuni contesti sono stati osservati effetti indesiderati su ingestione, digestione e metabolismo, probabilmente da ricondurre a specifiche situazioni fisiologiche degli animali e gestionali (es. tipo di diete, contaminazioni da micotossine). Questo ricorda quanto sia delicato intervenire stabilmente sul microbiota ruminale: il rumine è un ecosistema complesso, e ogni strategia deve essere valutata nelle diverse condizioni fisiologiche, alimentari e gestionali.
Altre prospettive riguardano la selezione genetica di animali naturalmente meno emissivi, l’uso di probiotici per orientare il microbiota ruminale e lo sviluppo di vaccini contro i microrganismi metanogeni. La selezione genetica appare promettente, perché esiste una variabilità ereditaria nella produzione di metano. La vaccinazione, invece, è ancora una ipotesi interessante che, al momento, sembra meno vicina a un’applicazione efficace di allevamento.
Non va dimenticata, infine, la gestione delle deiezioni. Il metano può formarsi anche durante lo stoccaggio del letame e dei liquami, soprattutto in condizioni anaerobiche. I digestori anaerobici permettono di recuperarlo sotto forma di biogas, ma non tutte le aziende possono adottare questa tecnologia per ragioni economiche o strutturali. Anche su questo fronte servono ulteriori studi per individuare soluzioni accessibili e realmente efficaci.
Conclusioni
In conclusione, la mitigazione del metano bovino non può essere ridotta a una formula semplice. Tagliare il numero degli animali rischia di avere effetti negativi sulla sicurezza alimentare, sull’economia agricola e sulla gestione dei territori, specie laddove si sono sviluppate produzione tipiche, come Parmigiano Reggiano e Grana Padano. La via più equilibrata è migliorare l’efficienza degli allevamenti, trasferire le buone pratiche dove i sistemi sono meno performanti e integrare con cautela le nuove tecnologie disponibili.
La combinazione di nutrizione di precisione, benessere animale, supplementi antimetanigeni validati, selezione genetica e migliore gestione delle deiezioni potrebbe portare a riduzioni importanti delle emissioni, mantenendo al tempo stesso la funzione produttiva, sociale e nutrizionale dei ruminanti. La sfida non è eliminare i bovini dai sistemi alimentari, ma renderli parte di una zootecnia più efficiente, misurabile e sostenibile.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Ruminantia
Source link


