Per anni il nodo è rimasto sospeso dentro una formula irrisolta: presenza possibile nei fatti, ma non davvero nominata; accoglienza praticata in alcuni gruppi, esclusione o silenzio in altri. Ora quella zona grigia, almeno sul piano associativo, non c’è più. Agesci, la principale associazione scout cattolica italiana, ha formalizzato che orientamento affettivo e identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione quando una persona adulta chiede di entrare in associazione per svolgere un ruolo educativo. Non è un automatismo di ingresso, perché il discernimento delle Comunità capi resta; ma da adesso quel discernimento non potrà più appoggiarsi, in sé, sull’essere gay, lesbica, bisessuale, trans o LGBTQIA+.
Il documento si intitola “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”, è stato approvato con la mozione 54 del Consiglio generale Agesci 2026 “Vie di fraternità” ed è stato pubblicato dall’associazione il 26 maggio. Nella presentazione ufficiale Agesci spiega che il percorso era stato avviato nel 2022 e che il testo nasce per offrire ai capi e alle capo “una sintesi significativa” del cammino maturato in questi anni.
Il passaggio che cambia tutto
La frase decisiva è quella rilanciata negli ultimi giorni da vari media: nel profilo del capo cristiano educatore scout, l’orientamento affettivo e l’identità di genere “non possono costituire un criterio di esclusione” nel discernimento esercitato dalle Comunità capi. Il punto, dunque, non è cancellare la valutazione, ma spostarla finalmente sul terreno che le è proprio: maturità educativa, qualità della testimonianza, capacità relazionale, adesione al Patto associativo, responsabilità nel servizio. È qui la sostanza della svolta: l’identità personale non può essere trattata come colpa educativa.
Agesci, nello stesso documento, lega questa scelta alla propria “pedagogia dell’accoglienza” e afferma come imprescindibile il superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici, considerati un ostacolo al riconoscimento, all’inclusione e all’integrazione nei gruppi e nei livelli associativi. Non si tratta, quindi, di una formula astratta, ma di un’indicazione che riguarda la vita concreta delle comunità educative.
Una decisione che nasce dall’ascolto delle ferite
La novità non arriva dal nulla. Agesci ricorda che il cammino è partito nel 2022 con un mandato esplicito ad aprire spazi e occasioni di ascolto rivolti a persone LGBTQIA+ presenti o già uscite dall’associazione, alle Comunità capi, alle famiglie, alle Zone e alle Regioni. Da quel percorso, riferisce il testo, sono emerse esperienze molto diverse: accanto a storie di inclusione e ambienti sereni, anche vicende di sofferenza, silenzi, allontanamenti, pregiudizi e mancanza di strumenti adeguati. Proprio il fatto che l’associazione riconosca questa pluralità di vissuti dà alla decisione un peso che va oltre la dichiarazione simbolica.
La stessa ricostruzione proposta da testate cattoliche sottolinea che non si è trattato di uno strappo improvviso, ma di un’evoluzione interna maturata lungo anni di confronto, dentro una linea che Agesci presenta come coerente con i propri principi fondanti e con una scelta educativa centrata sulla persona.
Non una rivoluzione dottrinale, ma una prassi pastorale
Il punto più delicato, e forse più frainteso, è proprio questo. Agesci non si presenta come soggetto che vuole ridefinire la dottrina cattolica. La mossa è un’altra: assumere, dentro una cornice cattolica, una scelta educativa e pastorale che metta al centro dignità della persona, contrasto alle discriminazioni, accompagnamento delle storie reali e costruzione di ambienti sicuri. AgenSIR ha insistito proprio su questa chiave, leggendo il documento come uno strumento “per educare all’ascolto, alla relazione e all’inclusione”, con tre posture fondamentali indicate in modo molto netto: sguardo, ascolto, presenza.
Lo sguardo, scrive Agesci, deve riconoscere la persona nella sua interezza e dignità; l’ascolto deve permettere alla storia personale di emergere senza forzature; la presenza deve dare continuità alla relazione nel tempo. È un lessico che parla più di educazione che di ideologia, più di accompagnamento che di schieramento. Ed è precisamente qui che l’associazione prova a collocare la propria decisione.
Che cosa cambia davvero nei gruppi
Il banco di prova sarà ora l’applicazione concreta nei gruppi locali. La deliberazione non apre una corsia preferenziale per nessuno e non dice che ogni richiesta di ingresso debba essere accolta senza verifica. Dice però che il vaglio comunitario non potrà più usare identità di genere o orientamento affettivo come veto autosufficiente. Questo modifica profondamente il perimetro delle decisioni locali, perché obbliga le Comunità capi a motivare il discernimento su criteri educativi reali e leggibili.
Nello stesso tempo il documento insiste sulla formazione, sul linguaggio rispettoso, sulla riservatezza rispetto alle confidenze personali, sulla vigilanza contro derisione, bullismo ed esclusione, e sulla necessità di costruire ambienti in cui capi, ragazzi e ragazze possano sentirsi riconosciuti senza timore di giudizio. È la parte forse meno appariscente del testo, ma anche la più operativa.
Le reazioni favorevoli: “una giornata importante”
Le associazioni LGBTQIA+ hanno letto la decisione come un passaggio storico. Arcigay ha parlato della fine di “una lunga storia di isolamento e discriminazione”, ricordando che per anni persone LGBTQIA+ sarebbero state escluse, costrette a nascondersi o allontanate da un contesto che avrebbe dovuto essere comunitario ed educativo. Il segretario generale Gabriele Piazzoni ha definito la scelta di Agesci un segnale importante non solo per lo scoutismo, ma per il Paese e per le comunità cristiane.
Anche una parte del mondo cattolico ha letto la novità in continuità con un cammino ecclesiale più ampio, insistendo sul fatto che non si tratterebbe di una fuga in avanti, ma di un’evoluzione consapevole che cerca di mettere in pratica accoglienza, ascolto e inclusione senza recidere il legame con l’identità dell’associazione.

Le reazioni contrarie e il nodo educativo
La contestazione più dura è arrivata dagli ambienti cattolici più conservatori e da Pro Vita & Famiglia, secondo cui Agesci tradirebbe la fiducia delle famiglie parlando apertamente di identità di genere dentro una realtà educativa cattolica frequentata da bambini e adolescenti. Il portavoce Jacopo Coghe ha accusato l’associazione di aprire a categorie ritenute incompatibili con l’insegnamento tradizionale della Chiesa e di creare confusione sul piano educativo.
Ed è proprio qui che si concentra la tensione più vera. Per chi sostiene la decisione, Agesci rende finalmente coerente il proprio metodo con la dignità della persona e con la non discriminazione. Per chi la contesta, invece, l’associazione starebbe assumendo un linguaggio e un’impostazione culturale estranei alla tradizione cattolica. È uno scontro che non si esaurirà in pochi giorni, perché tocca insieme adulti educatori, minori, famiglie, comunità ecclesiali e gruppi locali.
Il vero banco di prova comincia adesso
La novità, insomma, non vive nel titolo di giornata e nemmeno nella semplificazione “capi gay sì o no”. Vive nelle Comunità capi, là dove una persona adulta chiederà di servire e qualcun altro dovrà valutarla senza rifugiarsi nel pregiudizio. Agesci ha chiuso ufficialmente una lunga fase di ambiguità interna; ora dovrà verificare se la propria scelta saprà diventare stile, linguaggio, formazione, prassi quotidiana. La mozione 54 non abolisce il discernimento: gli impone finalmente di misurarsi con il terreno educativo vero. Ed è per questo che il passaggio segna davvero una svolta.

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