(di Susi Dennison, senior policy fellow presso lo European Council on Foreign Relations, Ecfr)
È stato un inizio d’estate caldo in Europa. Sebbene gran parte della copertura mediatica si sia concentrata sulle temperature estreme, ben oltre i 40 gradi centigradi nel sud Europa, questa volta la domanda sul perché faccia così caldo, e la chiara evidenza del riscaldamento globale, non sono sfuggite all’opinione pubblica europea. Ma tradurre questo crescente senso di urgenza intorno all’agenda della decarbonizzazione in azioni concrete è un’altra questione, dato che il centro politico europeo teme che un’agenda verde troppo esplicita possa riaccendere il cosiddetto “greenlash”. Il pacchetto energetico che la Commissione europea presenterà a metà luglio sarà un banco di prova importante per capire fino a che punto i leader europei siano disposti a sfruttare lo slancio creato da questa estate, che ha ricordato a tutti cosa sia in gioco.
Il cambiamento climatico è già qui, e ha conseguenze reali per i cittadini europei.
Come parte di un pacchetto più ampio, la Commissione dovrebbe presentare proposte di riforma del Sistema di Scambio delle Quote di Emissione (ETS), il primo e più grande mercato del carbonio al mondo, insieme a un Piano d’Azione per l’Elettrificazione volto a spostare industria, trasporti e riscaldamento dai combustibili fossili verso l’elettricità, in vista del Consiglio Energia previsto per ottobre. Entrambi i dossier avranno implicazioni rilevanti per la prossima fase della transizione verde dell’Ue. Il livello di ambizione di ciascuno rifletterà, e renderà evidente, il pensiero dei decisori politici europei su ciò che è realisticamente fattibile in materia di decarbonizzazione nell’attuale contesto politico.
Il Sistema di Scambio delle Quote di Emissione è in vigore nell’Ue dal 2005, e i suoi proventi rappresentano una fonte importante di finanziamento per la transizione industriale negli Stati membri. Ciononostante, resta una sorta di bete noire, soprattutto nell’Europa centrale e orientale, spesso frainteso come un costo imposto agli Stati membri in nome dell’azione climatica, calato dall’alto da una Bruxelles lontana. Concepita originariamente per migliorare l’efficacia del sistema ed estenderne la copertura, la proposta della Commissione dovrebbe ora concentrarsi su modifiche più modeste e limitate. Tra queste, l’estensione del sistema all’interno dei settori già coperti, come il trasporto marittimo e l’aviazione, la chiusura di eventuali lacune residue, e un possibile rinvio dell’eliminazione graduale delle quote gratuite. Il modo in cui il pacchetto verrà presentato, come un “alleggerimento del peso dell’ETS sulle imprese” oppure come un rafforzamento del contributo del sistema alla decarbonizzazione e alla raccolta di fondi per la politica industriale verde, sarà un indicatore cruciale per capire se i decisori politici europei considerano questo momento un’occasione di avanzamento o di arretramento sull’agenda climatica.
Il piano d’azione per l’elettrificazione sarà un secondo elemento rivelatore di come la Commissione europea intenda inquadrare l’agenda verde in questo momento politico. Questa misura sosterrà lo sforzo dell’Ue per raggiungere un tasso di elettrificazione di almeno il 32% entro il 2030, un obiettivo fissato nel Clean Industrial Deal del 2025. Quando l’obiettivo fu stabilito, l’Ue si trovava a un tasso di elettrificazione del consumo finale di energia intorno al 24%. Sono quindi necessari cambiamenti significativi per colmare questo divario, tra cui investimenti nella rete, migliori interconnessioni tra Stati membri e una velocizzazione delle procedure di autorizzazione.
A differenza dell’ETS, il piano d’azione per l’elettrificazione non deve fare i conti con una reputazione difficile presso l’opinione pubblica europea. Anzi, una ricerca sull’opinione pubblica commissionata dall’ECFR in 15 Paesi europei nel maggio 2026 ha mostrato un forte sostegno agli investimenti in energia pulita e rinnovabili come alternativa al ritorno alle fonti energetiche russe. Questi risultati riflettono anche la preoccupazione per la vulnerabilità delle forniture di combustibili fossili a una geopolitica caotica, compresa la chiusura dello Stretto di Hormuz quest’anno, con il conseguente impatto sui prezzi dell’energia. La prova del nove per questa parte del pacchetto sarà se si riusciranno a mobilitare risorse sufficienti per rendere credibili le sue ambizioni, viste le numerose richieste concorrenti sulle risorse e sul bilancio dell’UE, e le preoccupazioni degli Stati membri più ricchi, contribuenti netti, riguardo al mantenimento sotto controllo della spesa dell’UE.
Il successo o il fallimento della prossima fase della transizione verde dipenderà tanto dal tono della narrazione, e dai patti con l’opinione pubblica europea costruiti attorno ad essa, quanto dalle misure proposte in sé. Nella politica polarizzata e frammentata dell’Europa di oggi, il consenso del 2019 tra le forze di centro, secondo cui realizzare la transizione verde fosse necessario e possibile, si è dissolto. Eppure la crescente frequenza e gravità degli impatti climatici in tutta Europa offrono all’UE l’opportunità di rivalutare e resettare il dibattito politico.
Invece di cercare di ricreare la coalizione del 2019, l’Ue dovrebbe cogliere questo momento per sviluppare un nuovo approccio politico alla decarbonizzazione che rifletta le realtà politiche ed economiche di oggi. Questo non significa un arretramento dell’agenda verde. Imprese, famiglie e partner internazionali hanno bisogno della certezza che i governi restino impegnati sulla decarbonizzazione, per poter pianificare e investire. Ma serve una narrazione politica più chiara, capace di mostrare come la decarbonizzazione rafforzi anche la sicurezza, la competitività e la qualità della vita in Europa. Serve flessibilità nell’attuazione, per riflettere le circostanze e le esigenze nazionali e locali, e serve un investimento che anticipi i benefici della transizione per tutti i cittadini, distribuendo al contempo i costi in modo più equo.
Il modo in cui la Commissione presenterà il pacchetto energetico di quest’estate sarà un test precoce e decisivo per capire se i decisori politici europei abbiano sviluppato una strategia politica capace di adattarsi alle realtà di oggi, oppure se si limitino a difendere il consenso di ieri.
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