Trentadue condanne, per una somma aritmetica delle pene pari a 177 anni e 25 giorni di reclusione. Ventiquattro assoluzioni dalle accuse relative al crollo e alle 43 morti, oltre a una posizione dichiarata estinta per il decesso dell’imputato. È il verdetto di primo grado pronunciato dal Tribunale di Genova nel processo per il crollo del ponte Morandi, avvenuto alle 11.36 del 14 agosto 2018.
La pena più elevata, 12 anni di reclusione, è stata inflitta all’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, per il quale la Procura aveva chiesto 18 anni e sei mesi. Il collegio presieduto dal giudice Paolo Lepri, con Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori, ha riconosciuto responsabilità personali in tutti e tre i principali filoni dell’inchiesta: Autostrade per l’Italia, Spea e la struttura di vigilanza del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Il Tribunale ha riconosciuto, a seconda delle diverse posizioni, i reati di crollo colposo e omicidio colposo oppure di crollo colposo e omicidio stradale, assorbendo in quest’ultima fattispecie l’omicidio colposo semplice. È stata invece esclusa per tutti l’aggravante legata alla violazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
La sentenza arriva al termine di un processo durato quattro anni, con 284 udienze e 112 capi di imputazione contestati a ex vertici, dirigenti e tecnici di Aspi e Spea e a funzionari o consulenti del ministero. Le motivazioni, indispensabili per comprendere nel dettaglio il ragionamento seguito dai giudici e quali parti delle ricostruzioni di accusa e difese siano state accolte, saranno depositate entro 90 giorni.
Castellucci condannato a 12 anni
La condanna più pesante è quella pronunciata nei confronti di Giovanni Castellucci, alla guida di Autostrade per l’Italia dal 2005 al 2019. Il Tribunale gli ha inflitto 12 anni per crollo colposo e omicidio stradale, rispetto ai 18 anni e sei mesi richiesti dai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi.
La nuova condanna si aggiunge a quella già diventata definitiva per la strage del viadotto Acqualonga, in provincia di Avellino, dove nel 2013 un autobus precipitò dall’autostrada causando la morte di 40 persone. Castellucci sta già scontando quella pena nel carcere di Opera.
Nel corso del processo l’ex amministratore delegato si era definito “responsabile ma non colpevole”, sostenendo di non avere mai perseguito una politica di riduzione della sicurezza e di non possedere le competenze necessarie per intervenire direttamente nelle valutazioni tecniche sulle singole opere. Aveva paragonato il cedimento del ponte a un “tumore senza sintomi”, una ricostruzione nettamente contestata dalla Procura.
Per l’accusa, al contrario, Castellucci sarebbe stato il principale responsabile di un sistema orientato al contenimento delle spese per le manutenzioni, così da aumentare gli utili e i dividendi distribuiti agli azionisti.
Tutte le 32 condanne
Dopo Castellucci, la seconda pena più elevata è stata inflitta a Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni e numero tre di Aspi, condannato a 11 anni. La Procura ne aveva chiesti 15 e sei mesi.
Condanne a 10 anni ciascuno per Maurizio Ceneri ed Emanuele De Angelis. Per Giampaolo Nebbia la pena è stata fissata in otto anni e otto mesi, mentre l’ex direttore generale di Aspi Riccardo Mollo è stato condannato a otto anni e sei mesi. La richiesta dell’accusa per Mollo era stata di 12 anni e otto mesi.
Il Tribunale ha inflitto otto anni a Fulvio Di Taddeo e sette anni ciascuno a Mauro Malgarini, già direttore dell’ufficio Manutenzione opere strutturali di Autostrade, e Massimo Meliani. Per Malgarini i pubblici ministeri avevano chiesto 13 anni e sei mesi.
La condanna per Marco Vezil è di sei anni e sette mesi. Gabriele Camomilla, altro ex responsabile delle manutenzioni di Aspi, è stato condannato a sei anni, rispetto ai 14 richiesti dalla Procura.
Pena di cinque anni e sei mesi per l’ex direttore delle operazioni di Aspi Paolo Berti, per il quale erano stati chiesti 12 anni e sei mesi, e per l’ex amministratore delegato di Spea Antonino Galatà, nei cui confronti la richiesta era stata di sette anni.
Condanne a cinque anni per Carlo Casini e per Mauro Coletta, già ai vertici della struttura di vigilanza del ministero delle Infrastrutture. Per Coletta l’accusa aveva chiesto dieci anni, contestandogli di non avere garantito i controlli pubblici sul rispetto degli obblighi imposti alla concessionaria.
Il Tribunale ha condannato a quattro anni e sei mesi Lanfranco Bernardini, Lucio Ferretti Torricelli, Stefano Marigliani, Riccardo Rigacci e Mariano Romagnolo.
La pena di quattro anni e due mesi è stata pronunciata nei confronti di Paolo Agnese, Serena Allemanni, Claudio Bandini, dell’ingegnere Antonio Brencich, Marita Giordano, Paolo Strazzullo e Carmine Testa. Per Brencich, che aveva avuto un ruolo nell’esame del progetto di retrofitting del ponte, la Procura aveva chiesto otto anni.
Le pene più contenute, pari a un anno, undici mesi e cinque giorni, riguardano Mario Bergamo, Salvatore Buonaccorso, Matteo De Santis, Giorgio Fabriani e Michele Franzese. A questi cinque condannati il Tribunale ha concesso la sospensione condizionale della pena.
Tutti gli altri condannati sono stati sottoposti anche all’interdizione temporanea dai pubblici uffici per una durata corrispondente alla pena inflitta. Per tutti è stato disposto il pagamento delle spese processuali.
Crollo colposo, omicidio colposo e omicidio stradale
Il dispositivo distingue le responsabilità in due gruppi.
Paolo Agnese, Gabriele Camomilla, Carlo Casini, Giorgio Fabriani, Mauro Malgarini, Riccardo Mollo e Mariano Romagnolo sono stati riconosciuti responsabili di crollo colposo e omicidio colposo. Per queste posizioni è stata esclusa l’aggravante lavoristica.
Gli altri 25 condannati sono stati riconosciuti responsabili di crollo colposo e omicidio stradale. Il Tribunale ha ritenuto assorbiti nell’omicidio stradale i reati di omicidio colposo semplice e ha escluso anche per loro l’aggravante lavoristica.
Per tutti i condannati è stata inoltre esclusa l’aggravante prevista dall’articolo 61, numero 3, del Codice penale, relativa all’avere agito nonostante la previsione dell’evento.
Le attenuanti generiche sono state concesse a tutti, con l’eccezione di Maurizio Ceneri, Emanuele De Angelis, Giampaolo Nebbia e Marco Vezil. Sono state valutate prevalenti sulle aggravanti residue per Bergamo, Buonaccorso, De Santis, Fabriani e Franzese ed equivalenti per gli altri imputati.
L’impianto della Procura: “Manutenzioni ridotte per aumentare i profitti”
I pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi avevano chiesto complessivamente quasi 400 anni di reclusione per 56 imputati e una sola assoluzione.
Al centro dell’impianto accusatorio c’era la tesi secondo cui i vertici di Autostrade per l’Italia avrebbero attuato una sistematica politica di riduzione e rinvio degli interventi di manutenzione, con lo scopo di contenere i costi, aumentare gli utili della concessionaria e distribuire dividendi più elevati agli azionisti di Atlantia.
Secondo la Procura, i controlli sul viadotto Polcevera erano insufficienti o venivano eseguiti con metodologie inadeguate. Nel corso della requisitoria i pubblici ministeri avevano parlato anche di accertamenti effettuati “con i binocoli”, sostenendo che le verifiche approfondite sugli stralli e sulla pila 9 non fossero state svolte secondo le regole tecniche necessarie per un’opera tanto particolare e delicata.
L’accusa ha ricostruito una lunga sequenza di segnalazioni, studi e relazioni che, già pochi anni dopo l’inaugurazione del 1967, avevano evidenziato fessurazioni, infiltrazioni, corrosione e segni di degrado. Lo stesso progettista Riccardo Morandi, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, aveva indicato la necessità di proteggere la struttura e di intervenire per scongiurare rischi futuri.
La Procura ha sostenuto che la fragilità del ponte, proprio per le sue caratteristiche costruttive e per la presenza dei cavi d’acciaio inglobati nel calcestruzzo, imponesse controlli specifici e continui.
Quando il viadotto crollò, era stato da poco approvato un progetto di retrofitting destinato a rinforzare due pile, compresa la pila 9, quella il cui cedimento provocò il disastro. Per l’accusa, se il progetto non fosse stato rinviato e i lavori fossero partiti in tempo, il ponte non sarebbe crollato il 14 agosto 2018.
Un altro pilastro dell’impianto accusatorio riguardava Spea, la società incaricata da Aspi di svolgere le attività di sorveglianza e ispezione. Secondo i magistrati, i controlli sarebbero stati condotti utilizzando procedure e cataloghi dei difetti inadeguati, senza restituire una rappresentazione completa delle reali condizioni del viadotto.
La filosofia manutentiva contestata alla concessionaria avrebbe consentito al degrado di avanzare nella convinzione di poterne controllare l’evoluzione e di poter intervenire soltanto all’ultimo momento utile. Una strategia che, secondo l’accusa, sulla pila 9 fallì tragicamente.
Le responsabilità contestate al ministero
La Procura non aveva individuato responsabilità soltanto all’interno di Aspi e Spea. Il terzo filone riguardava dirigenti, funzionari e consulenti del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Secondo l’accusa, la struttura pubblica incaricata della vigilanza sulle concessionarie non avrebbe esercitato in maniera adeguata i propri poteri di controllo, omettendo per anni verifiche dirette sulle condizioni del ponte e sull’effettivo rispetto degli obblighi di manutenzione da parte di Autostrade.
La condanna a cinque anni inflitta a Mauro Coletta rappresenta la pena più elevata pronunciata nel filone ministeriale. Il Tribunale ha inoltre condannato a quattro anni e due mesi Antonio Brencich.
È stato invece assolto Roberto Ferrazza, già provveditore alle opere pubbliche, per il quale la Procura aveva chiesto quattro anni.
Le motivazioni della sentenza chiariranno quali specifiche omissioni siano state attribuite ai funzionari condannati e per quali ragioni il collegio abbia escluso la responsabilità degli altri imputati riconducibili alla vigilanza statale.
La tesi delle difese: un vizio occulto e impossibile da individuare
Le difese hanno contestato per tutto il processo la ricostruzione della Procura.
Secondo i consulenti degli imputati, alla base del cedimento ci sarebbe stato un difetto costruttivo nascosto nella parte superiore della pila 9. Un vizio che avrebbe favorito la corrosione dei cavi interni agli stralli ma che non sarebbe stato individuabile neppure attraverso controlli approfonditi.
Per gli avvocati, quindi, non sarebbe stato possibile prevedere l’imminenza del collasso. Le difese hanno inoltre sostenuto che i vertici delle società non potessero occuparsi personalmente delle singole ispezioni tecniche e che le responsabilità dovessero essere valutate in relazione alle competenze, alle deleghe e alle informazioni effettivamente disponibili per ciascun imputato.
Le 24 assoluzioni sui reati principali e le pene sensibilmente inferiori rispetto alle richieste dell’accusa mostrano che il Tribunale ha operato una valutazione distinta delle singole posizioni. Soltanto il deposito delle motivazioni permetterà però di comprendere quali parti delle differenti tesi tecniche siano state accolte.
Le 24 assoluzioni per il crollo e per le morti
Accanto alle 32 condanne, il dispositivo contiene 24 assoluzioni dalle contestazioni relative al crollo, agli omicidi e alle lesioni.
Michele Renzi è stato assolto dalle accuse di crollo colposo, omicidio colposo e lesioni colpose “per non avere commesso il fatto”.
La stessa formula è stata utilizzata per Donato Dino Giuseppe Maselli, Antonino Valenti e Federico Zanzarsi, assolti dai reati di crollo colposo, omicidio stradale e lesioni stradali loro contestati.
Sono stati assolti perché “il fatto non costituisce reato” Pierluigi Ceseri, Agostino Chisari, Igino Lai, Alessandro Melegari, Alessandro Natali, Franco Rapino, Michele Santopolo, Ugo Sartini e Nicola Spadavecchia. Le accuse riguardavano, a seconda delle rispettive posizioni, il crollo colposo, l’omicidio colposo e le lesioni colpose.
Assoluzione perché il fatto non costituisce reato anche per Alberto Ascenzi, Vincenzo Cinelli, Roberto Ferrazza, Luca Frazzica, Giovanni Proietti, Massimo Ruggeri, Fabio Sanetti, Bruno Santoro, Mario Servetto, Giuseppe Sisca e Marco Trimboli, accusati a vario titolo di crollo colposo, omicidio stradale e lesioni stradali.
Per Massimiliano Giacobbi, morto durante il processo, il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere per l’estinzione dei reati. La sua posizione riguardava il falso in atto pubblico, il crollo colposo, l’omicidio stradale e le lesioni.
Assolti tutti dalle accuse di attentato alla sicurezza dei trasporti
Il Tribunale ha assolto perché “il fatto non sussiste” tutti gli imputati ai quali erano stati contestati i reati previsti dagli articoli 432 e 437 del Codice penale.
Si tratta, rispettivamente, delle accuse di attentato alla sicurezza dei trasporti e di rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.
L’assoluzione da questi reati non ha escluso, per 32 imputati, la responsabilità colposa per il crollo e per le morti.
Le assoluzioni per i falsi nei rapporti ispettivi
Il quadro delle decisioni sui falsi è particolarmente articolato, perché numerosi imputati condannati per il crollo e per gli omicidi sono stati assolti da singole contestazioni documentali.
Per i falsi documentali cartacei contenuti nei rapporti ispettivi sono stati assolti perché il fatto non sussiste Paolo Agnese, Serena Allemanni, Alberto Ascenzi, Mario Bergamo, Carlo Casini, Maurizio Ceneri, Matteo De Santis, Fulvio Di Taddeo, Michele Donferri Mitelli, Luca Frazzica, Antonino Galatà, Massimiliano Giacobbi, Marita Giordano, Stefano Marigliani, Giorgio Melandri, Massimo Meliani, Giampaolo Nebbia, Riccardo Rigacci, Mariano Romagnolo, Massimo Ruggeri, Fabio Sanetti, Paolo Strazzullo, Marco Trimboli, Antonino Valenti e Marco Vezil.
Per i falsi informatici inseriti nelle relazioni trimestrali sono stati assolti, sempre perché il fatto non sussiste, Paolo Agnese, Serena Allemanni, Alberto Ascenzi, Mario Bergamo, Carlo Casini, Maurizio Ceneri, Matteo De Santis, Fulvio Di Taddeo, Michele Donferri Mitelli, Luca Frazzica, Antonino Galatà, Massimiliano Giacobbi, Marita Giordano, Stefano Marigliani, Massimo Meliani, Giampaolo Nebbia, Riccardo Rigacci, Mariano Romagnolo, Fabio Sanetti, Paolo Strazzullo, Antonino Valenti e Marco Vezil.
Serena Allemanni, Carlo Casini, Giorgio Melandri, Massimo Ruggeri, Fabio Sanetti e Marco Trimboli sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato dalle accuse relative ai falsi documentali informatici nei rapporti ispettivi.
Serena Allemanni, Carlo Casini e Fabio Sanetti sono stati assolti con la stessa formula anche dall’accusa di concorso nei falsi documentali cartacei contenuti nelle relazioni trimestrali.
Le assoluzioni per rifiuto di atti d’ufficio
Per i reati di rifiuto di atti d’ufficio sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato Serena Allemanni, Alberto Ascenzi, Mario Bergamo, Lanfranco Bernardini, Paolo Berti, Giovanni Castellucci, Maurizio Ceneri, Matteo De Santis, Fulvio Di Taddeo, Michele Donferri Mitelli, Lucio Ferretti Torricelli, Antonino Galatà, Massimiliano Giacobbi, Marita Giordano, Stefano Marigliani, Massimo Meliani, Giampaolo Nebbia, Riccardo Rigacci, Fabio Sanetti, Paolo Strazzullo, Antonino Valenti e Marco Vezil.
Anche in questo caso, per molti degli imputati l’assoluzione dalla singola contestazione si accompagna alla condanna per il crollo e per le morti.
Le prescrizioni per lesioni e falsi
Il Tribunale ha dichiarato prescritti i reati di lesioni colpose contestati a Paolo Agnese, Gabriele Camomilla, Carlo Casini, Giorgio Fabriani, Mauro Malgarini, Riccardo Mollo e Mariano Romagnolo.
Per la prescrizione delle lesioni stradali è stato dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Serena Allemanni, Claudio Bandini, Mario Bergamo, Lanfranco Bernardini, Paolo Berti, Antonio Brencich, Salvatore Buonaccorso, Giovanni Castellucci, Maurizio Ceneri, Mauro Coletta, Emanuele De Angelis, Matteo De Santis, Fulvio Di Taddeo, Michele Donferri Mitelli, Lucio Ferretti Torricelli, Michele Franzese, Antonino Galatà, Marita Giordano, Stefano Marigliani, Massimo Meliani, Giampaolo Nebbia, Riccardo Rigacci, Paolo Strazzullo, Carmine Testa e Marco Vezil.
Per alcuni falsi in atto pubblico è stata dichiarata la prescrizione nei confronti di Michele Donferri Mitelli, Giovanni Proietti e Paolo Strazzullo.
Parti civili, spese legali e provvisionali respinte
Sul versante civile, il Tribunale ha condannato gli imputati riconosciuti responsabili a rifondere in solido le spese di costituzione sostenute dalle parti civili, con l’esclusione delle organizzazioni sindacali.
Per Paolo Berti, Giovanni Castellucci, Matteo De Santis, Fulvio Di Taddeo, Michele Donferri Mitelli, Antonino Galatà, Mauro Malgarini, Massimo Meliani, Riccardo Mollo e Riccardo Rigacci, l’obbligo è stato limitato alle spese relative alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, alla Regione Liguria, al Comune di Genova, a Terminal Contenitori Porto di Genova, a Egle Possetti, Marcello Bellasio, al Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi e a Ferdinando Stucci.
Il dispositivo liquida 9.174 euro in favore della parte civile assistita dall’avvocato Liberti e 20.946,90 euro per le parti rappresentate dall’Avvocatura dello Stato.
Sono stati riconosciuti 34.755,75 euro per ciascun difensore alle parti civili assistite dagli avvocati Angilletta, Bruzzone, Caputo, Liguori, Repetti, Schiaffino, Mereu, Mezzapesa, Nappi e Navarra.
La somma è di 69.511,50 euro per ciascun difensore in favore delle parti civili assistite dagli avvocati Cesareo, Delfino, La Cognata, Mezzogori, Mortara, Quartero, Silvestri e Tulino.
Per le parti civili rappresentate dagli avvocati Golda e Raffaele Caruso sono stati liquidati 101.847,60 euro per ciascun difensore.
Il Tribunale ha inoltre riconosciuto 14.805,95 euro e 8.866,58 euro per la parte civile assistita dall’avvocato Di Salvo, distinguendo il periodo precedente e quello successivo all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, e 1.501,45 euro in favore della parte civile Angela Lazzarotto.
A tutte le somme si aggiungono la maggiorazione del 15 per cento per le spese generali e gli accessori previsti dalla legge.
Sono state invece respinte le domande presentate da Fit Cisl Liguria, Fim Cisl Liguria, Fisascat Cisl Genova Area Metropolitana, Usr Cisl Liguria, Uil Liguria e Cgil Camera del Lavoro Metropolitana, con compensazione integrale delle spese.
Il collegio ha respinto anche tutte le richieste di provvisionale, quindi non ha disposto anticipazioni immediatamente esecutive sui risarcimenti nell’ambito del dispositivo di primo grado.
Confiscati mezzi e reperti, il restante materiale sarà restituito
La sentenza dispone la confisca dell’autocarro Man targato BJ666YS, dei nastri laminati a caldo, del semirimorchio targato AL19914, della motrice Iveco 440 targata ZA818SH, dei campioni prelevati con le carotature e degli ulteriori reperti ancora sottoposti a sequestro.
Per il restante materiale è stato disposto il dissequestro e la restituzione agli aventi diritto.
Un processo da record durato quattro anni
Il processo si era aperto il 7 luglio 2022, quasi quattro anni dopo il crollo. Era stato preceduto da tre anni di indagini, da una lunga udienza preliminare e da due incidenti probatori, uno dedicato allo stato dei resti del ponte e l’altro alle cause del cedimento.
Per ospitare imputati, difensori, consulenti e parti civili, il Tribunale di Genova aveva dovuto installare una tensostruttura nel cortile del palazzo di giustizia.
Nel corso delle 284 udienze sono stati esaminati oltre 280 testimoni, quattro periti e un numero elevatissimo di ingegneri e consulenti tecnici. Il materiale raccolto comprende 332 faldoni, oltre 12 terabyte di documenti, fotografie, filmati e intercettazioni e più di 24mila pagine di trascrizioni.
Gli imputati erano assistiti da 67 avvocati, ai quali si aggiungevano 33 legali in rappresentanza delle 168 parti civili ammesse.
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Federico Antonopulo
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