A otto anni dalla fusione, l’analisi di Domenico Mazza contesta il toponimo composto: «Il trattino separa invece di unire e alimenta i campanilismi. Si vari un referendum popolare per scegliere una denominazione ispirata alla Magna Graecia».
Ci si chiede spesso quanto conti il nome che attribuiamo a una persona o a una cosa. Eppure, gran parte del suo significato nasce proprio dall’atto di darle un nome.
La fusione amministrativa tra i due estinti comuni della Sibaritide ha dato vita a una realtà nuova. Oggi è una delle più estese d’Italia e la settantatreesima città del Paese per popolazione. Eppure continua a presentarsi con il nome di due comuni che non esistono più.
È una contraddizione.
È arrivato il momento di completarne la nascita, attribuendole il nome che merita. Un nome che sancisca definitivamente l’atto costitutivo della nuova città. Un nome che consegni alla memoria ciò che Corigliano e Rossano sono state come città autonome.
Sia chiaro, nessuno dimenticherà le proprie origini, la propria cadenza o le proprie tradizioni. Anzi, le custodirà gelosamente. Ma questa nuova città ha bisogno di essere battezzata. Ha bisogno di un nome che appartenga a tutti coloro che, democraticamente, ne hanno voluto la nascita.
Perché senza un nome non c’è battesimo. E senza battesimo non c’è nascita compiuta.
L’aberrazione del nome composto
L’errore da non commettere è credere che l’accostamento di due toponimi, uniti da un trattino, basti a rappresentare una realtà amministrativa nuova. La formula binaria non riconosce ciò che è nato. Si limita a prolungare l’ombra di ciò che non esiste più. Il nuovo Comune non nasce dall’accostamento dei due nomi, ma dall’atto istituzionale che lo ha costituito.
Il nome composto assomiglia più a un treno merci che alla genesi di una delle prime cento città italiane. Non a caso ogni sintesi comunicativa lo spezza in due. La stampa raramente lo riprende per intero. La popolazione continua a dire l’uno o l’altro. E dire l’uno o l’altro non è una scorciatoia linguistica innocua.
È la memoria separata che si riattiva ogni volta, impedendo che si formi un’unica denominazione condivisa.
Finanche molte personalità politiche locali continuano a parlare di Corigliano o di Rossano, piuttosto che della città nella sua interezza.
Il trattino non fonde. Separa. Tiene in vita, ogni giorno, la dualità che la fusione avrebbe dovuto superare.
Persistere in questa aberrazione significa condannare i cittadini, ancora arroccati ai rispettivi campanili, a non riconoscersi nella nuova realtà. Significa alimentare una battaglia sociale ogni volta che si tenterà di migliorare la collettività, trasformando ogni intervento in una presunta sottrazione anziché in un valore aggiunto.
Sono trascorsi otto anni senza che la politica affrontasse davvero questa questione. L’ha trattata come un dettaglio anagrafico e non come una priorità istituzionale.
Dare un nome alla città non è un vezzo formale. È un indicatore preciso della qualità della classe politica che oggi amministra questo Comune. Una classe dirigente riluttante perfino a completare, sul piano simbolico, ciò che ha contribuito a creare.
Prima della fusione c’erano un’area urbana e due città. Oggi abbiamo una città e due aree urbane. Un rovesciamento da cui la burocrazia non sa ancora come uscire.
Il precedente di Lamezia
Esiste un precedente molto simile al nostro.
È quello di Lamezia Terme. Una città nata dalla fusione di Sambiase, Nicastro e Sant’Eufemia.
Il nome fu scelto contestualmente alla nascita della città. Non fu rimandato. Non restò sospeso per anni sotto la sigla dei comuni estinti.
Il nome Lamezia fu ricavato dal latinismo del fiume che irrora quel territorio: il Lamatos. Nell’immaginario collettivo dei cittadini permane, naturalmente, il ricordo dei vecchi comuni. Ma, a quasi sessant’anni dalla sintesi degli estinti municipi, il loro spirito è ormai quello di lametini.
Perché un conto è l’identità, che richiede generazioni per formarsi, comunque vada. Un altro è il sentire comune. Questo può nascere solo dopo che la città avrà un nome, mai prima. Ogni anno trascorso senza un nome non è un anno di identità rimandata. È un anno in cui quel sentire non ha nemmeno potuto cominciare a formarsi.
A Corigliano-Rossano, finché resterà quel trattino, si continuerà a percepire Corigliano e Rossano come due mondi ancora distinti.
Per la sua posizione baricentrica nella piana di Sibari, anche la nuova città jonica avrebbe numerosi riferimenti ai quali attingere per costruire una propria nomenclatura.
L’area ricadeva nella perimetrazione di una delle più potenti πόλεις (città) dell’antichità. Apparteneva al quadrante thurino. La sua localizzazione si colloca nella parte più interna del golfo. Riferimenti storici e geografici che potrebbero rimandare a Sybaris, Thurium o Jonia.
Oppure si potrebbe richiamare la Magna Graecia attraverso Coros: una sintesi simbolica delle prime sillabe di Corigliano e Rossano. L’amalgama capace di evocare quel mondo mai perduto dal quale discendiamo.
Quale che sia la scelta — quelle segnalate, suggerite o altre eventuali — ciò che conta è il principio. Un nome nuovo. Un nome che custodisca la memoria delle due comunità, ma sancisca definitivamente la nascita di un soggetto istituzionale inedito.
È compito della classe dirigente studiare un sistema capace di raccogliere una rosa di nomi da sottoporre, senza alcun indugio, a un quesito referendario.
Perché è attraverso questo percorso che il nuovo nome deve nascere.
Fondersi è essenza, non somma
L’amministrazione comunale ha finalmente deciso, dopo otto anni, di intervenire sulla toponomastica cittadina. Questa operazione permetterà una complessiva revisione e razionalizzazione dello stradario civico. L’obiettivo principale resta quello di eliminare i doppi indirizzi tra le due circoscrizioni. Duplicazioni che oggi creano soltanto disordine. La coesistenza di vie e civici identici, d’altronde, è un’anomalia intollerabile. Il giusto coronamento a questa operazione è dare finalmente un nome alla città. Un nome che accompagni e sigilli questo necessario percorso di cambiamento.
Tuttavia, non è solo una questione di stradario o nomenclatura. Sul piano collettivo, il problema è ancora più visibile. I social moltiplicano le carneficine verbali tra cittadini che continuano a parlare di amministratori impegnati a gestire due centri. È uno spettacolo indecoroso che mortifica un’intera città. Se questa resterà la percezione dominante, vorrà dire che il principio stesso della fusione non è stato compreso.
La parola fusione richiama la fonderia. È lì che materiali diversi vengono portati ad altissime temperature fino a rapprendersi in una lega nuova. Una lega con caratteristiche profondamente diverse da quelle dei singoli elementi che l’hanno originata.
È questo il senso di una fusione amministrativa.
L’amalgama di due realtà che hanno deciso di unire le proprie forze senza rinunciare alla rispettiva identità storica. Non per cancellare il passato, ma per costruire un futuro più forte.
La fusione è forza. È molto più di una semplice somma algebrica.
È essenza. È spirito nuovo. È, comunque, operazione già suggellata.
Chi continua a non comprenderlo rischia di sciupare la più grande occasione che la storia ci abbia mai consegnato.
Resta un solo atto da compiere. Darle un nome.
Domenico Mazza
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Redazione CosenzaPost
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