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Che cosa è cambiato nel semestre
Per due anni i costi delle imprese e il costo del denaro sono scesi insieme. Nel primo semestre 2026 l’equilibrio si è rotto: da aprile i prezzi dell’energia sono tornati a correre, a giugno la Banca centrale europea (Bce) ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023 e a settembre li ha alzati di nuovo. Da allora le due curve salgono nella stessa direzione. Il cambiamento riguarda ogni impresa con un fido o un finanziamento a tasso variabile; in Lombardia è a tasso variabile l’80% dei nuovi finanziamenti per investimenti.
Il peso non è uguale per tutti. L’inflazione è la stessa per la grande e per la micro impresa; il tasso no. Nel Nord Ovest, nel primo trimestre 2026, un prestito per liquidità sotto i 50.000 euro costava a un’impresa l’8,74%, uno sopra il milione il 3,56%. Con l’inflazione al 3% il primo costa oltre cinque punti in termini reali, il secondo poco più di mezzo punto. L’aumento dei prezzi alleggerisce il debito solo di chi già lo pagava poco.
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Indicatore
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Prima
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Dopo
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Fonte
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Inflazione, Italia
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gennaio: 1,0%
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giugno: 3,0%; agosto: 3,3% (Nic)
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Istat
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Energia al consumo, variazione annua
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gennaio: −6,2%
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giugno: +12,9%
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Istat
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Tasso Bce sui depositi
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2,00% fino al 16 giugno
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2,25% dal 17 giugno; 2,50% dal 16 settembre
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Bce
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Euribor a tre mesi, media mensile
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febbraio: 2,01%
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giugno: 2,34%; agosto: 2,51%
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Bce
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Tabella 1. I numeri decisivi del semestre. Fonte: Istat, Bce.
Chi ne risente di più
Il costo del denaro arriva alle imprese per gradini, e il gradino dipende dall’importo del fido. La tabella riporta i tassi medi del Nord Ovest sui prestiti per liquidità (scoperti, anticipi, linee revolving) per classe dell’importo a disposizione, cioè del fido, e quanto resta dopo aver tolto l’inflazione.
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Classe dell’importo a disposizione
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Tasso, %
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Tasso reale, punti percentuali
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|---|---|---|
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Fino a 50.000 euro
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8,74
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5,7
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Da 50.000 a 125.000
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7,30
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4,3
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Da 125.000 a 250.000
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6,26
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3,3
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Da 250.000 a 500.000
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5,39
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2,4
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Da 500.000 a 1 milione
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4,57
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1,6
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Oltre 1 milione
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3,56
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0,6
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Tabella 2. Tasso annuo effettivo sui prestiti per liquidità, imprese escluse le ditte individuali, Nord Ovest, primo trimestre 2026, e tasso reale con inflazione al 3,0% (elaborazione del Centro Studi: tasso meno inflazione Nic di giugno 2026). Fonte: Banca d’Italia, Condizioni e rischiosità del credito, I trimestre 2026, tavola TRI31101; Istat.
In Italia la stessa scala va dall’8,81% al 3,58%: il Nord Ovest non fa eccezione, e la distanza fra la classe più piccola e la più grande è simile in tutte le macroaree. Il divario fra le due classi estreme era di 4,96 punti nel primo trimestre 2025 ed è di 5,18 nel primo trimestre 2026: il ciclo dei ribassi non lo ha ridotto.
Nel Varesotto la scala tocca una parte di imprese più ampia che in Lombardia e in Italia: a fine 2025 le imprese artigiane erano il 33% delle attive, contro il 28% in Lombardia e il 24% in Italia. Sul credito la provincia si comporta come la classe delle piccole: i prestiti alle imprese private sono 5.336 milioni nel primo trimestre 2026, il 4% in meno di un anno prima e il 25,7% in meno di cinque anni prima, e la quota delle imprese sugli impieghi provinciali è scesa dal 35,8% al 28,8%. In Lombardia il credito cresce solo per le imprese medie e grandi (a marzo 2026 +1,9% nel complesso, −4,0% alle piccole imprese), e la quota delle piccole sul totale è passata da quasi il 40% del 2012 a meno di un quarto nel 2025.
I prezzi invece sono uguali in tutti i cinque territori, perché energia, materie prime e servizi si formano su mercati nazionali ed europei; cambia la struttura produttiva che li subisce. A Lecco i prodotti in metallo raccolgono il 35,5% degli addetti manifatturieri, a Como il tessile il 21,3%, a Varese gomma e plastica l’11,8% (il doppio degli altri territori) e macchinari e prodotti in metallo insieme il 29,3%. Gomma e plastica è il comparto con la quota di energia sugli acquisti più alta (4,9%) e compra chimica per il 28,8%; nel semestre la chimica è salita dell’8,0% e l’energia alla produzione del 14,9%. Il rapporto non trasforma queste quote in una graduatoria dei costi provinciali, perché i pesi per farlo non esistono.
Che cosa può verificare un’impresa da qui a fine anno
Il rapporto non dà consigli, ma indica quattro punti che il semestre ha reso conveniente riesaminare.
- Il proprio tasso, non quello della Bce. Nel contratto di finanziamento: indice di riferimento, spread, periodicità di revisione, presenza di un tetto. Con l’80% dei nuovi finanziamenti a tasso variabile, è quel numero a dire quanto del 2026 è già arrivato in azienda e quanto deve ancora arrivare. Chi ha un variabile senza tetto e margini stretti ha una finestra, con il tasso Bce sui depositi ancora al 2,50%, per valutare con la banca la copertura o il passaggio al fisso.
- La classe di importo. Fra la classe sotto i 50.000 euro e quella fra 50.000 e 125.000 il tasso medio differisce di 1,44 punti, più di tutto ciò che la Bce ha aggiunto nel 2026 (50 punti base). È una distanza fra medie di imprese diverse, non il risparmio garantito a chi cambia classe: accorpare linee frammentate su più banche in un’unica linea di importo maggiore, con garanzia consortile, è una leva da verificare con la banca.
- Il tempo fra pagare e incassare. Nel primo trimestre le imprese artigiane lombarde dichiaravano acquisti di materie prime a +17,3% e prezzi dei prodotti finiti a +11,2%. La differenza si copre con la cassa, presa in prestito con gli strumenti della liquidità, cioè al gradino più alto della scala. Chi vende a novanta giorni deve prezzare i novanta giorni o accorciarli.
- L’energia, un costo che l’impresa non controlla. Da aprile il prezzo dell’energia sale e si forma su mercati sui quali la singola impresa non ha leve. Se ne può ridurre l’incidenza con contratti a prezzo fisso dove esistono, autoproduzione dove il capannone lo consente, efficienza dove il processo è energivoro. A giugno i prezzi alla produzione dell’energia segnavano +14,9% in un anno, contro il 2,9% dell’indice al netto dell’energia.
Un esempio di calcolo, non un caso reale
Due imprese hanno uno scoperto di 100.000 euro utilizzato per tutto l’anno. La micro impresa, nella sua classe, paga l’8,74%: 8.740 euro di interessi. La grande impresa, con fidi sopra il milione, paga il 3,56%: 3.560 euro. Con l’inflazione al 3,0%, i 100.000 euro da restituire fra un anno valgono 3.000 euro in meno per entrambe: alla micro restano 5.740 euro di costo reale, alla grande 560. Se i due rialzi Bce si trasferiscono per intero, entrambe pagano 500 euro in più. In proporzione il rialzo pesa di più sulla grande, che però parte da un costo reale dieci volte più basso. Il problema della piccola resta il livello, non il rialzo.
Avvertenza. Documento con finalità informativa, costruito sui dati disponibili alle date di consultazione indicate nel rapporto completo. Le analisi riguardano aggregati e periodi dichiarati e non costituiscono consulenza per la singola impresa.
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