Perché l’Europa continua a farsi indirizzare da Zelensky? (Antonio Evangelista)


C’è una domanda che continua a tornare.
Una domanda che diventa sempre più difficile ignorare: perché?
Perché l’Occidente continua a stringersi attorno a Volodymyr Zelensky – nonostante tutto e tutti – come se fosse l’incarnazione stessa della libertà e della democrazia mentre, sullo sfondo, si accumulano episodi che in qualsiasi altro contesto avrebbero provocato scandali internazionali e settimane di dibattito pubblico?

Perché il silenzio, l’imbarazzo, la rimozione?
Negli ultimi anni l’Ucraina ha progressivamente rivalutato figure storiche che continuano a dividere profondamente storici e opinione pubblica internazionale… e parliamo della rivalutazione del nazismo del III Reich.
Stepan Bandera, nazionalista ucraina filonazista nella seconda grande guerra, è stato ed è celebrato come eroe nazionale da ampi settori della politica ucraina. Le organizzazioni nazionaliste di estrema destra che operarono durante la Seconda guerra mondiale vengono sempre più spesso inserite in una narrazione eroica della storia nazionale.

Le tensioni con la Polonia sulla memoria dei massacri nazisti di Volinia – stragi compiute, dal 1943 al 1945, dai tedeschi e dall’esercito insurrezionale ucraino UPA – non si sono mai realmente sopite.
Nel maggio 2026, i resti di Andriy Melnyk (storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini – OUN) e di sua moglie sono stati solennemente risepolti nel Cimitero Militare Nazionale vicino a Kiev. La cerimonia, che ha visto la presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, volutamente concepita per omaggiare Andriy Melnyk, collaboratore della Germania nazista, ha provocato nuove polemiche internazionali.

E poi c’è stato il caso che forse meglio di ogni altro rappresenta il cortocircuito morale del nostro tempo: Yaroslav Hunka.
Un veterano della 14ª Divisione Waffen-SS Galizien accolto con una standing ovation nel Parlamento canadese alla presenza di Zelensky e del primo ministro canadese.
Soltanto dopo l’entusiasmo e gli applausi il mondo scoprì chi fosse realmente quell’uomo.
Lo scandalo provocò le dimissioni del presidente della Camera canadese.
Eppure, dopo pochi giorni, il caso scomparve.
Archiviato, dimenticato… come se nulla fosse accaduto.

Perché?
Perché episodi che in qualsiasi altro Paese verrebbero considerati inaccettabili diventano improvvisamente irrilevanti quando riguardano l’Ucraina?
E soprattutto: perché nessuno sembra voler affrontare una domanda ancora più grande?
Zelensky è davvero soltanto il presidente di un Paese in guerra?
O rappresenta qualcosa di più?
È possibile che sia diventato il volto pubblico, e il braccio clandestino, di interessi geopolitici, economici e strategici molto più ampi?
Domande scomode, ma necessarie.
Perché la storia insegna che dietro i grandi conflitti raramente agisce un solo uomo.
Dietro le guerre ci sono quasi sempre reti di potere e soprattutto interessi economici, industrie, banche, classi dirigenti, apparati mediatici, politici.
Ed è qui che il presente inizia a dialogare con il passato.

Negli anni Trenta il nazismo non conquistò il potere soltanto grazie ai suoi fanatici.
Ricevette sostegno, tolleranza e complicità da settori economici e finanziari che ritenevano Hitler utile ai propri interessi, come denunciato dettagliatamente sul The Guardian il 26 settembre 2004: “How Bush’s grandfather helped Hitler’s rise to power – Come il nonno di Bush aiutò Hitler al potere”.
La storia ha documentato come importanti gruppi industriali e finanziari occidentali continuarono a intrattenere rapporti con la Germania nazista anche mentre il continente scivolava verso la catastrofe.
I profitti continuavano a circolare.

Gli affari continuavano.
Le responsabilità venivano rinviate.
Nel frattempo, la propaganda costruiva consenso.
Si individuava il nemico.
Si selezionavano le informazioni.
Si amplificavano le paure.
Si convincevano le popolazioni che la guerra fosse inevitabile, necessaria… che ‘i sovietici’ fossero alle porte.
Oggi il contesto è diverso, uniformi diverse, slogan diversi, tecnologie diverse.
Ma i meccanismi appaiono diabolicamente familiari.
John Pilger – critico della politica estera americana, australiana e britannica, che considerava guidata da un’agenda imperialista e colonialista – descriveva questo processo come un “vuoto sottomesso”: una società che finisce per accettare come normali narrazioni costruite dal potere politico, economico e mediatico.

Non servono censori, nemmeno dittature.
Basta che alcune domande non vengano poste, che alcune verità diventino indicibili.
Basta che il dissenso venga ridicolizzato ed è esattamente ciò che sembra accadere oggi.
Chiunque provi a interrogarsi sul ruolo dei gruppi ultranazionalisti in Ucraina viene immediatamente accusato di essere filorusso.

Chiunque ricordi episodi scomodi viene marginalizzato.
Chiunque chieda negoziati viene dipinto come un traditore.
Intanto la macchina continua a girare.
Le industrie della difesa registrano profitti record.
I bilanci militari aumentano ovunque.
L’Europa si riarma.
Le tensioni con la Russia crescono.
Ogni incidente rischia di diventare una crisi e poi un’escalation.
Ogni escalation rischia di diventare qualcosa di irreversibile.

Persino episodi controversi, come la vicenda del presunto drone russo caduto in Romania e successivamente ridimensionata dallo stesso presidente rumeno, contribuiscono ad alimentare un clima di tensione permanente.
E ancora una volta la domanda ritorna: chi trae vantaggio da tutto questo? Chi sta lavorando dietro le quinte per arrivare all’armageddon? Al giudizio finale!
Chi beneficia economicamente di una nuova corsa agli armamenti?
Chi beneficia politicamente di una società costantemente mobilitata contro un nemico esterno? Chi beneficia finanziariamente di una guerra destinata a durare anni?

La risposta non è necessariamente nascosta.
È la stessa che la storia ci consegna ogni volta che osserviamo da vicino i grandi conflitti.
La guerra produce distruzione per i popoli ma produce anche enormi opportunità per chi controlla industrie, finanza, risorse energetiche, apparati militari e informazione.
Oggi come ieri, con attori diversi, linguaggi diversi, strumenti diversi.
Ma con logiche che sembrano sorprendentemente simili.
Naturalmente la storia non si ripete mai identica.
Volodymyr Zelensky non è Adolf Hitler.
L’Ucraina del XXI secolo non è la Germania del Terzo Reich e sostenere il contrario sarebbe un errore storico.

Ma un’altra forma di errore consiste nel rifiutarsi di vedere i paralleli.
Perché le tragedie non nascono mai all’improvviso, nascono quando le società smettono di interrogarsi.
Nascono quando la propaganda sostituisce il dibattito.
Nascono quando gli interessi economici prevalgono sulla prudenza politica.
Nascono quando il riarmo viene presentato come l’unica soluzione possibile.
Nascono quando chi pone domande diventa più pericoloso di chi alimenta il conflitto.
Ed è questo il vero motivo di inquietudine.
Non soltanto ciò che accade oggi in Ucraina.
Non soltanto ciò che rappresenta Zelensky.
Ma il fatto che dietro queste vicende sembri emergere ancora una volta un modello storico che l’Europa avrebbe dovuto imparare a riconoscere.
Un modello nel quale propaganda, interessi economici, mobilitazione emotiva e militarizzazione procedono insieme.

Un modello che il Novecento ha già conosciuto.
Un modello che ha già prodotto catastrofi immani.
E sullo sfondo di tutti questi eventi si staglia una domanda che nessuno sembra voler affrontare.
Siamo davvero sicuri che questa volta finirà diversamente?
Ho i miei dubbi guardando al delirio che ha rapito politica e informazione facendone suoi fidi scudieri… al confronto la pazzia di allora impallidisce!

 

 

Antonio Evangelista


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