L’Iran istituisce un’autorità per il controllo dello Stretto di Hormuz, per vincere la guerra e sopravvivere alla pace.
INTRODUZIONE
A seguito dell’attacco israelo-statunitense, l’Iran, oltre alla rappresaglia missilistica contro Stato ebraico e le basi militari americane nel Golfo, ha immediatamente emanato l’annuncio della chiusura dello Stretto di Hormuz. Il blocco, imposto unilateralmente su decisione dei Pasdaran, ha riguardato navi di ogni tipo e provenienza, con il fine di spingere le monarchie arabe del Golfo e il resto del mondo a una crisi economica tale da mettere pressione a Stati Uniti e Israele per l’interruzione del conflitto.
Quella che all’inizio sembrava esclusivamente una forma di guerra asimmetrica contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, col tempo ha mostrato l’intenzione iraniana di trasformare il blocco di Hormuz in qualcosa di più duraturo. Già dopo pochi giorni è emerso come la Repubblica Islamica concedesse il passaggio a circa 15 navi al giorno. Queste venivano fatte passare attraverso il coordinamento con la marina dei Pasdaran e probabilmente dietro il pagamento di un pedaggio. La bandiera issata dalle navi evidenzia un altro dettaglio: la maggior parte delle imbarcazioni autorizzate risultano essere battenti bandiera di paesi amici all’Iran, come Cina, Iraq e Pakistan. Il tentativo della Repubblica Islamica è duplice, mettere in crisi l’ordine americano e riscrivere il proprio nello spazio del Golfo Persico. Questo esperimento vede la sua momentanea realizzazione giuridica nell’istituzione del Persian Gulf Strait Authority (PGSA) avvenuta lo scorso 5 maggio.
LO STATUS QUO E LA SUA ROTTURA
Gli Stati Uniti sono una potenza talassocratica, ovvero fondano la loro forza sul controllo dei mari. Questo avviene grazie all’impiego di una straordinaria flotta dispiegata in tutto il mondo con la funzione di salvaguardare il libero passaggio marittimo nei principali stretti, dove passano le rotte commerciali che contano il 90% circa del commercio mondiale, che connesso genera il fenomeno chiamato globalizzazione. L’impero americano si fonda sul mantenimento di questo sistema. La capacità di garantire sicurezza di navigazione consente agli Stati Uniti di usare la propria proiezione marittima principalmente in ambito militare, per offesa e difesa.
La dottrina statunitense prevede il controllo delle due sponde del continente americano, e quindi dei due oceani, e una proiezione marittima globale che poggia su basi terrestri che fanno da catena di contenimento contro le principali potenze terrestri della massa eurasiatica, Russia e Cina. In questo sistema, l’UNCLOS garantisce acque territoriali e mare libero per ogni paese, ma i rapporti di forza favoriscono inevitabilmente gli americani, gli unici con una flotta capace di arrivare in ogni angolo del globo per imporre la propria volontà, nonché di violarne le norme quando necessario. Questo vantaggio è usato come arma, per interdire il passaggio nelle rotte alle navi nemiche e praticando blocchi commerciali attraverso la misura delle sanzioni. Nello specifico del caso di Hormuz, la presenza della Fifth Fleet di stanza in Bahrein, segnala la capacità americana di proiezione in prossimità dello spazio iraniano che, insieme alle basi terrestri, costruisce una catena di contenimento e soffocamento della Repubblica Islamica.
Figura 1, suddivisione delle flotte statunitensi. https://www.navalgazing.net/A-Brief-Overview-of-the-United-States-Fleet;
La Grande Strategia iraniana, attraverso il logoramento della presenza statunitense in Medio Oriente, ha come obiettivo la ritirata del nemico. Se fino al 2026 questa strategia è stata portata avanti in maniera asimmetrica e graduale, i bombardamenti americani del 28 febbraio hanno accelerato le cose, portando la Repubblica Islamica in una guerra esistenziale. Gli attacchi diretti ed efficaci, come mostrato dalla CBS e Washington Post, alle basi americane presenti nella regione perseguono questo obiettivo; tuttavia, per eliminare la presenza del nemico dal proprio estero vicino, l’Iran cerca di conquistare lo spazio marittimo del Golfo Persico, massimo smacco per la talassocrazia statunitense.
La conquista di Hormuz avviene attraverso la proiezione sul mare di forza militare terrestre, lanciando missili, droni e barchini veloci e rendendo insicuro il passaggio alle navi commerciali. Proprio l’asimmetria di questi attacchi ha spostato il terreno di scontro: non potendo competere direttamente sul mare, l’Iran colpisce da terra, portando veloci offensive di tipo partigiano contro il nemico. Questo segnala il tentativo di territorializzare lo spazio di mare adiacente al paese, di fatto annettendo il Golfo al territorio iraniano, nazionalizzandolo e imponendo le proprie regole.
Ciò è avvenuto prima con l’uso della forza, poi con una regolamentazione giuridica. Infatti, nella giornata del 5 maggio, la Repubblica Islamica ha annunciato l’istituzione del Persian Gulf State Authority. Questo dovrebbe essere un’autorità statale iraniana con il compito di dirigere il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, oltre che regolare attraverso norme giuridiche le nuove regole dello Stretto. Tale formalizzazione evidenzia il tentativo iraniano di trasformare lo status quo del Golfo in un sistema permanente che sopravviva allo stato di guerra, da cui ricavare benefici strategici ed economici. Questo include il rilascio delle autorizzazioni che le navi devono richiedere direttamente all’organo competente in coordinamento con la Marina dei Pasdaran, il pagamento di un pedaggio e la totale esclusione al transito delle navi nemiche, leggasi Israele e Stati Uniti.
NUOVO ORDINE A GUIDA IRANIANA
Di fatto tale ordine si è costruito nel corso della guerra, attraverso le azioni asimmetriche mosse dagli iraniani contro gli americani e monarchie arabe del Golfo. L’uso della forza nel contesto bellico ha stabilito una momentanea regolamentazione dello Stretto, che ora la Repubblica Islamica tenta di istituzionalizzare al fine di costruire un ordinamento futuro di carattere giuridico. La costruzione dell’ordine giuridico avviene attraverso la mappatura delle aree sotto il controllo iraniano. Tale disciplinamento va in contrasto con l’UNCLOS nella regolamentazione della libertà di navigazione, in particolare l’art. 34 che prevede che gli Stati costieri debbano limitare la propria sovranità al diritto internazionale.
Il Persian Gulf State Authority di fatto scavalca la giurisdizione globale e crea un diritto localizzato in una specifica area geografica, ordinato nella regolamentazione e orientato nello spazio del Golfo Persico, di cui Teheran vorrebbe appropriarsi, contro i nemici (Stati Uniti e Israele) che ne risultano esclusi. Ancora una volta è la forza a plasmare il diritto. L’atto prima militare e poi giuridico dell’Iran mette in crisi l’intero sistema dell’impero americano, portando una specifica regione al di fuori della globalizzazione. Il presunto attacco al giacimento petrolifero di Fujairah, porto localizzato oltre lo Stretto di Hormuz, vuole estendere il controllo iraniano a tutta l’area fino all’ingresso nell’Oceano Indiano, atto che poi viene ribadito nella delimitazione cartografica dell’autorità. La modalità di controllo della Repubblica Islamica non si limita alle acque costiere ma si estende fino alla possibilità di colpire con i propri armamenti terrestri.

Figura 2, Mappa pubblicata dal PGSA, https://x.com/PGSA_IRAN/status/2057188154092761311/photo/1;
Il controllo di Hormuz è diventato la bomba nucleare dell’Iran, come definito anche da Dmitri Medvedev. La Repubblica Islamica ha compreso che le promesse statunitensi sono inaffidabili e per garantire una pace duratura, piuttosto che un effimero cessate il fuoco, necessita di una reale arma negoziale. La conquista dello Stretto, che colpisce l’intero sistema globale di libera circolazione e costruisce una profondità difensiva efficace, fa slittare l’arma nucleare in secondo piano. Parzialmente distrutte le basi americane nel Golfo e impedendo l’accesso alle navi statunitensi, l’Iran intende cacciare il proprio nemico per riappropriarsi del controllo del suo estero vicino, costruendo nelle sue idee le condizioni per una pace duratura.
Nel discorso del 30 aprile, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha affermato che il futuro del Golfo sarà senza gli Stati Uniti. La data dell’orazione non è una coincidenza, in questa giornata si commemora la vittoria safavide per la definitiva cacciata dei Portoghesi dal Golfo Persico nel 1622, trionfo che celebra il carattere multipolare della civiltà islamica. Tale discorso rientra nel contesto della mitizzazione storica che Teheran attua come strumento per definire i propri obiettivi geopolitici.
L’Iran sta cercando di costruire il suo Grande Spazio (Grossraum), traslando la propria influenza dalla terra al mare. Se l’impero persiano si estendeva sulle porzioni terrestri del Medio Oriente tramite i suoi alleati (Hezbollah, PMF, Huthi, Al-Asad), questo conflitto crea l’occasione per spostare il proprio raggio d’azione sul mare, di fatto costringendo le monarchie arabe del Golfo a scendere a patti con Teheran. Il presunto tentativo fallito degli Emirati Arabi Uniti di coinvolgere gli altri attori regionali nel colpire l’Iran può segnalare la cautela da parte delle altre monarchie nel confrontarsi con la Repubblica Islamica, capace di rispondere con forza sia militare diretta, che indiretta con la chiusura di Hormuz. A questo punto, Bahrein, Kuwait, Qatar e UAE sarebbero costretti a cedere al ricatto iraniano e sottostare alle nuove regole per poter uscire dal proprio giardino di casa.
La Repubblica Islamica sta cercando una nuova narrazione alla questione del pedaggio per il transito attraverso lo Stretto. Per evitare di costruire un nuovo ordine basato esclusivamente sulla forza, secondo le dichiarazioni del portavoce del ministero degli esteri iraniano Ismael Baqaei non ci saranno veri pedaggi, ma le navi dovranno pagare una tassa per “protezione ambientale e per i costi di gestione a Iran e Oman”. L’inclusione di Mascate nel nuovo sistema e la motivazione formale per la richiesta di pagamenti segnala il tentativo iraniano di coinvolgere altri attori regionali nella costruzione di un nuovo ordine basato su dati concreti, come l’essere bagnati dalle acque di Hormuz.
Il media di informazione legato alla Repubblica Islamica PressTv, la cui comunicazione ha un evidente scopo politico oltre che di propaganda, scrive: “la sovranità sullo Stretto di Hormuz è un fatto, non un’astrazione legale. L’Iran non necessita del riconoscimento americano sulla sovranità legale sullo Stretto. Lo strategico collegamento marittimo del Golfo Persico è sotto il controllo effettivo dell’Iran, un fatto compiuto non per negoziazione ma per azione, un diritto conquistato ed esercitato, non un favore da implorare al tavolo delle trattative”. Di fatto viene annunciata la proprietà del Golfo Persico conquistato in guerra, in cui il PGSA rappresenta solo l’ultimo tassello per costruire un ordinamento giuridico riconoscibile.
Alla luce di questi elementi, il traballante memorandum of undestanding raggiunto il 23 maggio tra l’amministrazione statunitense e la Repubblica Islamica sembra confermare in parte il sistema. In attesa della discussione dei dettagli, l’Iran avrebbe acconsentito a far tornare il traffico nello Stretto ai livelli pre-guerra pur mantenendone il controllo diretto sul passaggio delle navi. Questo di fatto significherebbe un reale cambio di paradigma nella fruizione di Hormuz, che passerebbe dal libero passaggio all’essere oggetto del controllo e del volere iraniano. La dichiarata difficoltà nel rimuovere le mine marine lascerebbe solo pochi corridoi disponibili per il passaggio, il quale necessiterebbe sempre del coordinamento della Marina Sepah.
PROSPETTIVE
Il piano dell’Iran è certamente audace, ma al momento regge. La nuova regolamentazione, ora usata in stato di eccezione bellica ma che dovrebbe diventare un ordinamento concreto e duraturo, è stata costruita sulla forza militare. La sua sopravvivenza probabilmente rimarrà legata a questo elemento. Se gli Stati Uniti dovessero riuscire a riaprire lo Stretto o a piegare la volontà di Teheran, il PGSA rimarrebbe nient’altro che un esperimento. Nelle trattative che si rincorrono in questi giorni tra i due belligeranti, il controllo iraniano su Hormuz è una costante tra le richieste della Repubblica Islamica, ormai consapevole della sua importanza come area di profondità strategica. Considerando la necessità statunitense di riacquisire il controllo sul Golfo, è presumibile che lo Stretto non verrà riaperto attraverso la diplomazia.
Al contrario, la potenza talassocratica americana, colpita al cuore potrebbe tentare nuove operazioni militari per ristabilire l’ordine precedente. Se la forza militare iraniana ha costruito un nuovo sistema, quella statunitense può ripristinare il suo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dimostrato una certa stanchezza nelle operazioni militari e il terreno di scontro del Golfo Persico gioca a favore dell’Iran. Grandi portaerei e navi da guerra in un piccolo corridoio marittimo sarebbero eccessivamente esposti agli attacchi asimmetrici dei veloci barchini iraniani e della potenza tellurica espressa da droni e missili. La previsione sull’esito dello scontro bellico spetta ad analisti militari specializzati, ciò che resta è la necessità per l’Iran resistere all’eventuale offensiva americana per poter mantenere il telaio di potenza che sostenga il nuovo ordine pianificato.
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Lorenzo Timitilli
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