ESERCITI DA OPERETTA? NO, PEGGIO – PugliaSera


Un tempo si diceva “esercito da operetta”.

Con questa espressione vennero liquidati prima l’esercito pontificio e poi il Regio Esercito italiano, accusati di essere deboli, folkloristici e inadeguati.

Un giudizio che considero storicamente ingeneroso, tanto nel primo quanto, soprattutto, nel secondo caso.

Ma se volessimo accettare per un momento quella definizione, una domanda diventa inevitabile: come dovremmo definire gli eserciti occidentali di oggi?

Lo chiedo dopo la fuga dei cavalli militari verificatasi durante le prove della parata del 2 giugno.

Lo chiedo dopo aver visto soldati spagnoli incapaci di gestire correttamente la propria bandiera nazionale, membri della Household Division britannica svenire durante le cerimonie pubbliche, cavalieri disarcionati, paracadutisti americani finire fuori bersaglio e militari tedeschi lasciarsi cadere il fucile durante il cambio della guardia.

Se quelli di ieri erano eserciti da operetta, questi cosa sono?

Eserciti da reality?

Eserciti da talent show?

O, per usare una definizione più contemporanea, eserciti da Tozzi Fan?

Fatte le dovute proporzioni, per me sì.

Ma il problema non sono le figuracce.

Il problema sono i soldi pubblici che spendiamo per mantenere strutture, uomini e mezzi che dovrebbero rappresentare l’eccellenza dello Stato e che troppo spesso sembrano invece incarnarne la mediocrità.

Da ex militare ho imparato una lezione che oggi sembra quasi rivoluzionaria: la forma è sostanza.

Non è una questione estetica.

Non è nostalgia.

Non è militarismo.

È professionalità.

Perché nell’ambiente militare la forma significa disciplina, addestramento, autocontrollo e capacità di reagire correttamente sotto pressione.

Quando la forma crolla, prima o poi crolla anche la sostanza.

E già immagino come finirà questa vicenda dei cavalli.

Si cercherà il responsabile immediato.

Il pizzardone che ha acceso un petardo.

L’ultimo anello della catena.

Come accade quasi sempre in Italia.

Ma il punto non è quello.

Perché se bastano dei botti a mettere in crisi una componente a cavallo dell’Esercito, allora il problema non è chi ha acceso il petardo.

Il problema è chi avrebbe dovuto prevedere quella eventualità.

Il problema è il sistema.

C’è un aspetto che continuo a non comprendere.

L’Esercito italiano sostiene costi enormi per mantenere la componente a cavallo: cavalli, scuderie, veterinari, maniscalchi, trasporti, strutture e personale specializzato.

Benissimo.

Ma se la Nazione decide di investire queste risorse, allora deve pretendere il massimo livello professionale da chi appartiene a quella specialità.

Diversamente si tratta soltanto di una costosa rappresentazione teatrale.

Non mi interessa avere una cavalleria olimpica.

Mi interessa avere una cavalleria militare.

Le Olimpiadi si svolgono ogni quattro anni.

La credibilità delle Forze Armate si costruisce ogni giorno.

Gli Indiani delle Grandi Pianure combattevano a pelo contro l’artiglieria e le armi da fuoco dell’esercito americano.

I cavalleggeri del Savoia Cavalleria caricarono sul Don sotto il fuoco sovietico.

Nessuno pretende di tornare a quei tempi.

Ma proprio per questo risulta difficile comprendere come nel 2026 un cavallo militare possa perdere il controllo per dei semplici botti e come un cavaliere possa trovarsi impreparato a gestire una situazione del genere.

Altro che petardi.

Sul Don c’erano cannoni, mortai, mitragliatrici e bombe a mano.

Eppure i cavalli caricavano.

Per questo continuo a sostenere che gli animali destinati a rappresentare la cavalleria militare dovrebbero essere abituati a qualsiasi tipo di rumore e che i cavalieri dovrebbero padroneggiare completamente il proprio mezzo.

Sparare da cavallo.

Lanciare una bomba a mano da cavallo.

Condurre l’animale in condizioni estreme.

Non perché serva ancora in guerra.

Ma perché quella è la cultura professionale della specialità.

Lo stesso principio vale per tutte le altre armi.

Ricordo perfettamente un periodo, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, in cui alcuni appartenenti alla Folgore non avevano mai effettuato un lancio.

Una situazione assurda.

Fortunatamente quella stortura venne corretta.

Ma il fatto stesso che sia potuta esistere dimostra quanto sia facile confondere l’appartenenza formale con la competenza reale.

Io pretendo che un paracadutista sia brevettato e si sia lanciato.

Pretendo che un ufficiale di Marina sappia navigare a vela.

Pretendo che un alpino sappia stare in montagna.

Pretendo che un cavaliere sappia dominare il proprio cavallo.

E pretendo che un pompiere possieda una preparazione fisica superiore a quella del cittadino comune.

Basta osservare le competizioni americane del Firefighter Combat Challenge per comprendere quale livello di preparazione venga richiesto a chi deve intervenire nelle emergenze.

La forma è sostanza.

Sempre.

Ed è qui che emerge una differenza culturale sempre più evidente.

In Cina, in Russia e in Corea del Nord si continua ad adottare nelle parate il cosiddetto passo dell’oca, probabilmente uno dei movimenti più faticosi, scomodi e innaturali che un esercito abbia mai concepito.

Non perché abbia una particolare utilità tattica.

Non perché sia bello da vedere.

Ma perché rappresenta plasticamente una concezione opposta a quella oggi dominante in Occidente.

Lì si insegna ancora che il militare deve adattarsi alla disciplina.

Da noi si pretende sempre più spesso che sia la disciplina ad adattarsi al militare.

Possiamo condividere o meno questa impostazione.

Possiamo persino considerarla eccessiva.

Ma non possiamo negare che essa produca uomini e donne disposti a sopportare livelli di rigore che da noi sembrano ormai inaccettabili.

Durante una visita di Donald Trump in Cina, l’ala dell’Air Force One sfiorò la testa di un militare cinese schierato sull’attenti.

L’uomo non si mosse.

Aveva visto il pericolo.

Ne era consapevole.

Eppure rimase immobile.

Quel gesto, quasi folle agli occhi occidentali, riassume perfettamente la differenza tra due concezioni del servizio.

Da una parte gli eserciti che concepiscono il militare come parte di qualcosa di più grande.

Dall’altra gli eserciti che sembrano sempre più concentrati sui diritti individuali e sempre meno sui doveri.

Qualcuno dirà che questa visione non è democratica.

Forse.

Ma l’esercito non nasce per distribuire comfort.

Nasce per preparare uomini e donne a combattere e, se necessario, a morire per la propria Patria.

Il problema dell’Occidente non è la mancanza di tecnologia.

Non è la mancanza di denaro.

Non è la mancanza di armamenti.

Il problema è che abbiamo progressivamente sostituito il concetto di dovere con quello di diritto.

E un esercito può sopravvivere a molte cose.

Può sopravvivere alla scarsità di mezzi.

Può sopravvivere a una sconfitta.

Può persino sopravvivere a una guerra.

Ma non può sopravvivere alla perdita della propria disciplina.

Perché la disciplina è ciò che trasforma una somma di individui in una forza armata.

E la storia ci insegna che chi crede in qualcosa vale spesso più di chi possiede semplicemente la tecnologia più avanzata.

Lorenzo Valloreja


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