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Roma, 5 giu – Il ddl Valditara sul consenso informato in ambito scolastico è legge. Dopo l’approvazione alla Camera del 3 dicembre 2025, il Senato ha dato il via libera definitivo il 4 giugno con 78 voti favorevoli e 38 contrari. Il provvedimento introduce, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, l’obbligo di acquisire il consenso informato preventivo dei genitori – o degli studenti maggiorenni – per la partecipazione ad attività che riguardino temi legati alla sessualità. Le famiglie dovranno poter visionare in anticipo i materiali didattici e conoscere contenuti, finalità, modalità di svolgimento ed eventuali soggetti esterni coinvolti. Per infanzia e primaria, invece, le attività riferite alla sessualità restano escluse.
Il governo presenta la legge come una svolta a tutela dei genitori e dei minori. Giuseppe Valditara ha rivendicato il provvedimento come un modo per “dare voce alle famiglie” e impedire che, su temi delicati, la scuola proceda senza trasparenza. Le opposizioni parlano invece di arretramento e sostengono che il consenso informato finirà per ostacolare l’educazione sessuale e affettiva, soprattutto sul terreno della prevenzione della violenza e del disagio giovanile.
Il Senato approva il ddl Valditara sul consenso informato
Il problema è che entrambe le letture sono parziali. Il consenso informato introduce certamente un elemento di trasparenza, e questo non è secondario, perché per anni molti progetti sono entrati nelle scuole attraverso formule generiche, sportelli, laboratori e iniziative extracurricolari affidate ad associazioni o esperti esterni. Eppure proprio questo mostra il limite del provvedimento: se il nodo è la natura dei contenuti, la cornice culturale che li sostiene e il modello antropologico che trasmettono, la firma dei genitori non può bastare. Regolare l’accesso a determinati contenuti, vuol dire non avere il potere di cambiare l’indirizzo complessivo, affidandosi interamente al “buon senso” delle famiglie – come se queste fossero depositarie di un innato istinto di conservazione o discernimento. Perchè come abbiamo già scritto in passato, parlare di sessualità e affettività non è mai un fatto neutro. Non lo è quando si parla di corpo, identità, differenza sessuale, relazione, famiglia, generazione, responsabilità. Ogni percorso educativo su questi temi veicola inevitabilmente un’idea di persona e di società. Negli ultimi anni, buona parte del dibattito sull’educazione sessuo-affettiva è stata accompagnata da parole d’ordine precise: decostruzione degli stereotipi, inclusione, identità fluide, linguaggio neutro, superamento dei ruoli di genere. Non si tratta di semplici informazioni biologiche o sanitarie, ma di una visione del mondo. Su questo punto il governo avrebbe dovuto costruire una risposta culturale, non limitarsi a istituire una procedura d’accesso.
Nella responsabilità delegata alle famiglie c’è tutta la rinuncia della politica
Il rischio concreto è che la scuola si trovi a gestire una conflittualità molto più grande di quanto possa assorbirne. Alcuni genitori firmeranno, altri no. Alcuni studenti parteciperanno, altri resteranno fuori. Si creeranno così percorsi differenziati dentro le stesse classi, con la possibilità di dividere implicitamente gli alunni tra chi aderisce al linguaggio del “progresso” e chi ne viene tenuto lontano dalla famiglia. Una geografia che seguirà – possiamo scommetterci – le mappe del voto. È un cortocircuito evidente: una legge pensata per tutelare la libertà educativa può finire per rendere ancora più frammentata la funzione della scuola, già indebolita da anni di deleghe, progetti esterni e assenza di una cornice nazionale chiara. E qui sta il punto politico. Una scuola pubblica e nazionale non può limitarsi a chiedere il permesso. Deve sapere che cosa intende trasmettere. Non basta dire che nelle primarie non si deve parlare di sesso mentre nelle secondarie i genitori devono essere informati; bisogna stabilire quali contenuti siano compatibili con una formazione equilibrata e quali invece trasformino l’istituzione scolastica in un laboratorio di rieducazione ideologica. Se la scuola abdica al proprio ruolo, il vuoto verrà sempre riempito da altri enti: associazioni, onlus ed esperti che veicolano materiali pseudo-scientifici e modelli ideologici spacciati per “naturali” senza un vero filtro politico.
Il consenso informato non smonta la scuola-laboratorio della sinistra
La destra di governo continua così a comportarsi come se bastasse frenare la sinistra, correggerla, limitarla, renderla più trasparente. E questo è molto educativo, perchè dimostra quanto una minoranza può incidere sul linguaggio anche senza un consenso elettorale. La sinistra decide le parole, i temi, le categorie. “Educazione affettiva”, “prevenzione”, “inclusione”, “decostruzione”, “spazi di ascolto”: termini che sembrano neutri e che invece veicolano un’idea precisa di società. La destra interviene dopo, mettendo firme, paletti e autorizzazioni, ma senza proporre una visione propria. Se i materiali restano gli stessi, se i soggetti esterni restano gli stessi, se l’impianto culturale resta quello prodotto dalle burocrazie progressiste e dalle associazioni già attive nelle scuole, il consenso informato diventa solo un paravento. Anche la retorica dell’educazione affettiva merita di essere discussa con maggiore serietà e coraggio. Ogni fatto di cronaca che coinvolge giovani e violenza viene ormai tradotto nella stessa soluzione: più laboratori, più psicologi, più percorsi emotivi, più educazione alle relazioni. Ma ridurre fenomeni complessi a un deficit di competenze affettive significa depoliticizzare il problema. Il disagio giovanile, la violenza, la solitudine, l’incapacità di costruire legami stabili non nascono solo da una mancanza di informazioni o di ascolto. Hanno radici sociali, culturali, familiari, demografiche, tecnologiche. Contestare queste parole non significa negare i problemi, ma opporsi all’idea di scuola come presidio terapeutico che agisce per reprimere tutto ciò che è irruento, vitale e virile.
Il governo ha preferito una mediazione burocratica
Per questo la questione non può essere lasciata al consenso familiare. La scuola non deve diventare il luogo in cui si smonta l’identità dei ragazzi in nome dell’inclusione, ma non può nemmeno ridursi a un terreno neutro in cui ciascuna famiglia seleziona il proprio percorso, in un’ottimistica (e utopistica) versione liberale dell’esistenza. Deve tornare a essere un’istituzione capace di formare e indicare un orizzonte: responsabilità, differenza, continuità, apertura alla vita. In un Paese segnato dal crollo demografico e da una crescente fragilità antropologica, educare non può voler dire accompagnare la dissoluzione dei legami, ma ricostruire senso. Il consenso informato è una misura parziale, se non un’aperta sconfitta, perchè oltre a limitare determinati abusi non risolve il problema centrale: l’assenza di un modello educativo italiano autonomo. Il governo aveva l’occasione di dire una cosa netta: la scuola italiana non è il luogo della decostruzione post-identitaria, non è il laboratorio della fluidità, non è il terminale pedagogico della open society. È il luogo in cui una comunità politica forma i propri figli, trasmette un’eredità e costruisce un destino storico. Non lo ha fatto. Ha preferito la mediazione burocratica, facile da comunicare nell’immediato ma ingiustificabile sul lungo periodo.
Sergio Filacchioni
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