La Banca d’Italia, con le Questioni di Economia e Finanza 1011 del giugno 2026, ha pubblicato la prima valutazione organica della Decontribuzione Sud a livello d’impresa. Il verdetto è netto: lo sgravio del 30% sui contributi previdenziali introdotto nel 2020 per le aziende del Mezzogiorno ha ridotto il costo del lavoro del 4,2% ma non ha prodotto effetti misurabili su occupazione e salari. I risparmi sono finiti in liquidità, non in nuovi investimenti.
Significa che la più grande misura di politica industriale per il Sud degli ultimi anni – chiusa anticipatamente il 31 dicembre 2024 e sostituita da gennaio 2025 da uno schema più ristretto per le sole Pmi – ha funzionato da cuscinetto per i conti aziendali più che da leva per creare posti di lavoro.
Cos’è Decontribuzione Sud
La misura, introdotta nell’ottobre 2020 e messa a regime dalla Legge di Bilancio 2021, prevedeva un taglio del 30% dei contributi a carico del datore di lavoro per i dipendenti del settore privato in:
- Abruzzo;
- Basilicata;
- Calabria;
- Campania;
- Molise;
- Puglia;
- Sardegna;
- Sicilia.
Non prevedeva vincoli di nuove assunzioni o investimenti.
La dotazione complessiva, ricorda lo studio di Bankitalia, era di 41,7 miliardi di euro su 11 anni, circa 5,5 miliardi l’anno fino al 2025.
Lo strumento era però legato al quadro Ue sugli aiuti di Stato, prima al Temporary Framework Covid-19 e poi a quello attivato per la crisi ucraina. Con la fine delle due misure, la Commissione europea non ha autorizzato ulteriori proroghe. Con la decisione C(2024) 4512 del 25 giugno 2024 la Decontribuzione Sud è stata chiusa 5 anni prima del previsto.
Dal 2025 la Legge di Bilancio 2025 ha reintrodotto una versione ridotta, nota come Decontribuzione Sud per le Pmi, con uno sconto del 25% con tetto a 145 euro mensili per lavoratore, decrescente fino al 15% nel 2029.
Pochi beneficiari e difficoltà di accesso
Nei 4 anni di applicazione lo sgravio ha riguardato in media il 60% dei lavoratori eleggibili, in linea con la stima del 64% del XXII Rapporto Annuale Inps. La spesa effettiva si è fermata intorno al 60% delle risorse disponibili.
Per le grandi imprese il freno principale sono stati i tetti agli aiuti di Stato fissati da Bruxelles, raggiungibili rapidamente se lo sconto era applicato all’intera forza lavoro.
Per le Pmi il vincolo è stato il Documento unico di regolarità contributiva (Durc), l’attestazione che certifica i versamenti previdenziali in regola. Secondo i dati Inps richiamati dallo studio, nel 2023 il 23% delle imprese del Mezzogiorno ne era sprovvisto, quindi era automaticamente escluso dalla misura.
Il fenomeno ha pesato soprattutto per le micro-imprese e nel turismo, dove il lavoro nero nel 2023 ha sfiorato il 14,4% contro una media nazionale del 10%.
Gli effetti di Decontribuzione Sud sull’economia
Per misurare l’effetto della misura, Bankitalia ha confrontato le Pmi con sede in Abruzzo e Molise, subito a Sud del confine amministrativo che delimita il Mezzogiorno, con le Pmi gemelle localizzate poco più a Nord, nelle Marche, in Umbria e nel basso Lazio – aziende simili per mercato e tessuto produttivo, ma divise dall’eleggibilità allo sgravio.
Il contesto macro nello stesso periodo è stato favorevole a tutto il Mezzogiorno: tra il 2019 e il 2023 il Pil del Sud è cresciuto del 5,9% contro il 3,4% del Centro-Nord e l’occupazione del 4,5% contro l’1,7%. La sfida dello studio è stata proprio separare l’effetto della Decontribuzione Sud da quello del Superbonus, dello sblocco delle assunzioni nella Pa e della ripresa della domanda interna.
Cosa è migliorato
Una volta isolato, l’effetto della misura sulle Pmi beneficiarie è stato misurato in:
- costo del lavoro sceso del 4,2%;
- aumento della profittabilità, con i margini Ebitda sull’attivo in crescita di 1,8 punti e il Roe di 4;
- maggiore liquidità, con il cash flow sul debito in crescita di 3,2 punti.
Salari fermi, niente assunzioni, pochi investimenti
Peccato che su occupazione, salari medi e investimenti, invece, l’impatto sia stato statisticamente nullo. Le imprese, in pratica, hanno usato lo sgravio per aumentare la propria liquidità e non per assumere o aprire cantieri.
Per gli autori dell’Occasional Paper 1011, il motivo principale è l’incertezza in cui la misura ha vissuto: autorizzazioni di Bruxelles concesse 6 o 12 mesi alla volta, in piena fase di inflazione e tassi alti. In quel quadro lo sconto contributivo è stato percepito come temporaneo e i risparmi sono finiti dove servivano subito: nel conto in banca e non in strategie di medio periodo.
Un effetto positivo sui ricavi c’è stato, ma è comparso solo nel 2023, concentrato nelle imprese con maggiore intensità di lavoro. Per queste lo sconto contributivo si è tradotto, in piena fase inflazionistica, in margini per moderare gli aumenti di prezzo e guadagnare quote di mercato. Un piccolo travaso ai dipendenti si è visto solo dove i salari di partenza erano sotto la media di settore.
Perché Decontribuzione Sud non ha funzionato
La fotografia che esce dallo studio di Bankitalia, mette in fila diversi fattori che hanno contribuito al fallimento di Decontribuzione Sud, almeno per i fini per i quali era stata pensata la misura.
Il primo è l’orizzonte temporale. Una decontribuzione gestita a colpi di proroghe semestrali non basta a sbloccare investimenti ma serve un calendario pluriennale certo.
C’è poi un problema di progettazione: i dati Inps e la letteratura economica indicano che gli incentivi mirati a chi fatica di più nel mercato del lavoro funzionano meglio degli sgravi orizzontali estesi a tutto il Sud – a differenza, ad esempio, di bonus donne, giovani e Zes.
Infine, un problema strutturale: finché il 23% delle imprese del Sud resta fuori dal perimetro per mancanza del Durc, le misure generalizzate continueranno a premiare chi è già in regola, lasciando scoperta una fetta consistente del tessuto produttivo meridionale.
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