Il rialzo obbligazionario sta facendo, in parte, il lavoro delle banche centrali. Con uno scenario inedito per gli Stati Uniti, costretti a fare i conti con le richieste di investitori privati sempre più esigenti
Com’è possibile avere una borsa così resistente e che oscilla da mesi poco sotto il massimo storico, con il rendimento dei Treasury al massimo dal luglio 2001, l’inflazione prossima al 4%, la Fed che potrebbe alzare i tassi tre volte entro giugno 2027, il petrolio saldamente sopra i 100 dollari, il costo della benzina cresciuto del 40% in un anno e del 72% quello del diesel? Questo si chiedevano fino a pochi giorni fa gli operatori americani con gli analisti di Rbc ad argomentare che l’aumento dei rendimenti cominciava a «pesare sugli asset rischiosi», ossia sulle azioni.
Ma, a inizio ottobre, gli investitori avevano già, paradossalmente, risolto il problema: comprare tutti i titoli di Wall Street, specie quelli dei Magnifici 7, dei semiconduttori e quelli in qualche modo legati all’Intelligenza artificiale. L’S&P è cresciuto del 2,2% in quattro sedute, il Nasdaq del 2,7%, entrambi a nuovi massimi.
Ma quanto male fa alle borse il rialzo dei rendimenti dei titoli di stato? La domanda gli operatori se l’erano posta già nel 2022, quando il Treasury volò dallo 0,5% al 5% in 24 mesi e il tasso Fed passò da zero al 5,5% in 19 mesi, gettando nell’angoscia gli operatori. Si diceva allora che un punto percentuale nel rialzo dei rendimenti (o dei Fed Fund) equivalesse a un ribasso di circa il 10% dell’indice S&P. Ma in quei due anni di tassi e rendimenti in rialzo, l’indice crebbe del 40% e si ritrovò più alto di un abbondante 40% dall’era pre-Covid.
Il rendimento dei T-bond
Oggi Goldman Sachs si ritrova a fare gli stessi calcoli, con l’aggravante di un rendimento del Treasury cresciuto di quasi 150 punti (al 5,36%) in sette mesi a causa di una guerra insensata, del prezzo del petrolio volato del 52%, di un debito pubblico più alto di cinque anni fa (126% del pil) e un’offerta di bond societari e titoli di stato senza precedenti.
Il risultato è che gli attuali alti rendimenti possono deprimere il pil Usa di un insignificante 0,2% e limitare il rialzo di Wall Street a poco più del 10% (8700 punti dell’S&P) fra 12 mesi. Nulla di cui preoccuparsi. E nulla di grave sarebbe se il Treasury scendesse davvero di 60 centesimi fra tre mesi (al 4,75%) e di quasi un punto percentuale fra un anno, come stima Goldman (e parecchi altri analisti). Così potrebbe essere, se la guerra finisse presto, il petrolio crollasse a 77 dollari e l’inflazione core scendesse al 2,2% fra un anno.
L’attuale brutto momento pare a Goldman e a parecchi altri analisti una semplice tempesta transitoria. Ma S&P Global, solitamente poco incline al pessimismo, sostiene invece che gli effetti persistenti dell’inflazione, il ripristino delle catene di approvvigionamento, gli investimenti legati all’Ai e le forti emissioni obbligazionarie da società e governi, e a tassi sempre più alti, «fanno apparire i rendimenti a lungo termine più elevati come un fenomeno strutturale» e non una «tensione transitoria».
Il caso francese
Ma quando si parla dell’Eurozona tutti i mali appaiono strutturali ai grandi broker americani. Chi si fosse chiesto perché mai l’indice Stoxx 50 avesse perso il 7% dai livelli di metà agosto, mentre l’S&P è rimasto invariato, trova la risposta nella rinnovata crisi dei debiti sovrani in Europa. A innescarla è stata la Francia questa volta, con un deficit prossimo al 6%, che non può scendere, visto che pressoché tutti i partiti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, promettono politiche espansive come prima e più di prima. E così il rendimento del titolo di stato decennale (Oat) è passato dal 3,5% di fine giugno al 5% attuale. Fino a metà agosto ci si poteva illudere che il rialzo fosse in sintonia con quello del Treasury americano. Ma da metà agosto è apparso chiaro che sul debito d’Oltralpe covava una patologia tutta propria. Da fine giugno il rendimento del titolo americano è salito di 98 centesimi, più del Bund tedesco (+70 centesimi), rappresentativo di un debito che è meno della metà di quello Usa e vanta un rating da tripla A. Ma il rendimento dell’Oat è balzato di 150 punti base, contagiando in parte gli incolpevoli titoli spagnoli e soprattutto il nostro Btp (+114 punti) che ha visto lo spread allargarsi a 118 punti dai 78 di tre mesi fa. Difficile dire se quanto sta succedendo sia il prodromo di una nuova crisi dei debiti sovrani come quella del 2012. Ma il paradosso è che una turbolenza, questa volta originata dall’America, colpisca più duramente l’Europa.
Confronti
A ben guardare, la Francia non è messa peggio degli Stati Uniti: ha lo stesso rapporto debito/pil (125%) e un deficit al 5,4% (contro quasi il 7% degli Usa). Ma questi numeri sono destinati a peggiorare sensibilmente, se non vengono presi provvedimenti adeguati. Lo stesso discorso vale per l’America, che tuttavia vanta una crescita economica più che doppia, sebbene quasi tutta dovuta all’euforia e agli investimenti sull’Ai.
A fare la differenza è il ruolo delle banche centrali, con la Fed abituata ad eccedere in prodigalità. Il forte rialzo dei rendimenti sta già facendo parte del lavoro delle banche centrali, rendendo meno probabili i futuri rialzi dei tassi d’interesse, in America come in Europa. Ma ciò implica anche mercati finanziari più arroganti e in grado di condizionare la politica monetaria più che in passato.
Da decenni l’Eurozona ne è vittima consapevole, ma oggi questa dura legge pesa pure sugli Usa, poiché a comprare il suo debito non sono più gli organismi internazionali, ma investitori privati ed hedge fund che pretendono ritorni maggiori: dunque un sempre più alto premio per il rischio. Il sopravvento di questa (legittima) speculazione si scorge nell’andamento del Treasury che, nell’ultimo mese, mostra oscillazioni di rendimento pari a 15-20 centesimi in una singola giornata, come quasi mai s’era visto in passato. In questo contesto si fatica a creder che l’America rappresenti ancora un porto sicuro da ogni turbolenza, come suggerirebbe il forte rialzo del dollaro.
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