In queste ore, nel dibattito pubblico europeo e italiano, viene nuovamente alimentata — spesso in chiave apertamente russofoba — la preoccupazione per un possibile e pericoloso danneggiamento della centrale nucleare di Zaporiyia, nell’ambito del conflitto in Ucraina. Un tema drammatico che riguarda la sicurezza nucleare internazionale viene però talvolta utilizzato in modo strumentale, come leva emotiva e politica. Parallelamente, proprio mentre si rilancia l’allarme sul rischio atomico in zona di guerra, alcuni settori delle classi dirigenti europee e italiane — in particolare dell’area politico-economica conservatrice e neoliberale — tornano a proporre il ritorno al nucleare civile in Italia, come se nulla fosse accaduto, come se non vi fossero stati due referendum popolari a sancirne il rifiuto.
Sussiste una strana e preoccupante amnesia che sembra aver colpito le stanze del potere in Italia. Con una leggerezza che sconcerta, si assiste oggi al tentativo sistematico di riabilitare l’energia nucleare, trattando la materia come se fosse un dossier tecnico qualsiasi e non una delle ferite più profonde e discusse della storia recente del Paese. Si scrive e si parla di reattori, di atomo “pulito” e di transizione ecologica come se il popolo italiano non si fosse già espresso, per ben due volte e con una maggioranza schiacciante, contro questa tecnologia. I referendum del 1987 e del 2011 non sono stati semplici sondaggi d’opinione consultivi, ma veri e propri verdetti popolari, pronunciati sull’onda emotiva e razionale dei disastri di Chernobyl e Fukushima. Cancellare quella volontà con un colpo di spugna retorico rappresenta un precedente pericoloso per la tenuta democratica, un segnale chiaro di come le decisioni che impattano sulle generazioni future vengano ormai prese sopra la testa dei cittadini.
A ben guardare, tuttavia, questa improvvisa accelerazione non nasce da una reale e indipendente riflessione interna, né da un piano industriale strategico calibrato sulle specificità del nostro territorio. L’Italia, in questa partita, si sta muovendo come un attore subalterno, riflettendo passivamente una spinta geopolitica ed economica che viene da fuori. L’attuale governo ha accolto senza alcuna resistenza, e anzi con un entusiasmo sospetto, le direttive e gli orientamenti provenienti da Bruxelles, che nel 2022 ha inserito il nucleare nella cosiddetta “tassonomia verde”. Sotto il ricatto della crisi energetica e la bandiera della decarbonizzazione, l’Unione Europea ha sdoganato investimenti miliardari su una tecnologia che di verde ha ben poco, e l’Italia si è accodata per timore di restare isolata o per compiacere gli equilibri dominanti. È l’accettazione acritica di un modello imposto, un’operazione di maquillage politico in cui la sovranità nazionale viene sacrificata sull’altare degli equilibri economico-finanziari europei.
La retorica ufficiale si fa scudo di parole d’ordine seducenti: si parla di “Small Modular Reactors” e di reattori di quarta generazione, presentandoli come miracoli tecnologici pronti all’uso, sicuri e miniaturizzati. Ma dietro questo marketing energetico si nasconde la solita, vecchia realtà. Ad oggi, queste tecnologie sono in larga parte progetti sulla carta o prototipi dai costi esorbitanti e dai tempi di realizzazione lunghissimi, incompatibili con l’urgenza immediata della crisi climatica. Presentare l’atomo come soluzione per il riscaldamento globale significa distogliere risorse enormi e tempo prezioso dalle vere energie rinnovabili — il sole e il vento — di cui l’Italia sarebbe naturalmente ricca. Si sceglie deliberatamente di inseguire una chimera tecnologica costosa e centralizzata, che favorisce i grandi conglomerati industriali e finanziari, anziché promuovere un modello energetico diffuso, democratico e accessibile.
Ciò che si tace con maggiore colpevolezza è l’irrisolto dramma delle scorie radioattive. L’Italia non è ancora riuscita a individuare un sito per il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi a bassa e media intensità derivanti dalle vecchie centrali e dalla medicina nucleare, scontrandosi giustamente con la resistenza dei territori. Pensare di produrne di nuovi, e di alta intensità, è un atto di pura irresponsabilità. Significa condannare intere regioni e le generazioni future a convivere con un pericolo invisibile e praticamente indistruttibile, in un Paese strutturalmente fragile, sismico e densamente popolato. Riaprire la strada al nucleare in Italia non è un segno di modernità, ma un atto di cecità politica: un insulto alla memoria storica, un tradimento del mandato referendario e una scommessa d’azzardo giocata sulla pelle e sul futuro dei cittadini.
Laura Tussi
Nella foto: In Italia il dibattito sull’energia nucleare torna al centro della scena politica, riaprendo una questione che il Paese aveva già affrontato e chiuso tramite consultazione popolare.
L’8 e 9 novembre 1987, pochi mesi dopo il disastro di Chernobyl, si svolse un referendum che, pur senza introdurre un divieto esplicito, abrogò i meccanismi di sostegno pubblico ai Comuni ospitanti impianti nucleari e il potere del CIPE di imporre la localizzazione delle centrali. Da quell’esito avviò il progressivo smantellamento delle quattro centrali allora attive: Caorso, Trino, Latina e Garigliano.
Un secondo referendum si tenne il 12 e 13 giugno 2011, dopo l’incidente di Fukushima. Con un’affluenza del 54% e il 94% dei voti favorevoli all’abrogazione, gli italiani bloccarono il piano del governo Berlusconi che prevedeva la costruzione di nuove centrali di terza generazione sul territorio nazionale.
Nonostante questi precedenti, il 4 giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato un disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, con 155 voti favorevoli e 86 contrari, segnando di fatto un nuovo passo verso il possibile ritorno dell’atomo nel mix energetico italiano.
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