C’è una Genova che riconosci immediatamente. È quella illuminata dalla Lanterna, percorsa tra i palazzi dei Rolli, apprezzata per il suo paesaggio unico abbracciato dal mare e dai monti.
Di fronte, c’è una Genova che riconosci altrettanto immediatamente. È la città dei contrasti netti, che non lascia spazio a zone grigie e che ti schiaffa sul viso povertà economica e culturale, emarginazione, abuso di sostante stupefacenti, violenza, aggressioni.
Un dualismo che caratterizza la Superba da sempre ma che negli ultimi anni sembra spostare il calendario ai ‘favolosi anni ’80’ quando il consumo di eroina aveva compromesso la salute e l’abitabilità di molte zone della città.
Oggi quello che abbiamo davanti è una città scissa, dove lo spaccio e l’abuso di crack tra via Pré ,Darsena, piazza della Commenda e la zona del Ghetto sono ‘arredamento urbano’, dove le molestie nei confronti di donne giovani o giovanissime fanno eco tra le vie di Cornigliano (giusto per riferirsi ai fatti di cronaca più recenti), dove le risse e le aggressioni tra bande rivali per motivi che definire futili è riduttivo riempiono le colonne dei quotidiani locali e, talvolta, nazionali.
Di contro, la città sta vivendo uno dei momenti di massima apertura: il turismo crescente in una città unica per il suo patrimonio storico artistico e culturale; l’avvio di percorsi partecipati per ridurre le discriminazioni come testimonia anche un ufficio dedicato alla tutela dei diritti LGBTQIA+, discusso ma apprezzato; con progetti di rigenerazione urbana che vogliono mettere al centro l’abitare non solo delle proprie case ma anche di luoghi come piazze, parchi e aree di aggregazione che non devono essere solo ‘contenitori’ per attività commerciali.
Se dovessimo immaginare questo dualismo come qualcosa di fisico, potremmo pensarlo come la punta di un grande iceberg verso cui sembriamo inesorabilmente destinati a schiantarci.
Al di sotto di tutto questo, la contrapposizione è ben più semplice e si divide tra chi ha qualcosa (un’idea, un sogno, una possibilità) e chi non ha niente (niente istruzione, niente socialità, niente dimora). Tutti e tutte noi, a questo punto, dovremmo aprire una riflessione ben più ampia che non si pieghi alla narrazione ‘populista’: che società stiamo costruendo? Che tipo di esseri umani stiamo formando?
Due domande che, anche se non sembra, ci toccano in maniera profonda.
Nessuno, in buona fede, vuole rinunciare a un’azione repressiva nei confronti di chi spaccia, aggredisce, minaccia. La sicurezza è un diritto fondamentale dei cittadini che meritano di poter vivere, lavorare, portare i propri figlie e le proprie figlie in giro senza paura. Presidi fissi, controlli, misure cautelari sono doverose.
Il punto, però, è che la repressione agisce sulle manifestazioni del problema, non sulle radici. Arresti i pusher, ne arrivano altri. Chiudi un locale violento, la violenza si sposta di cento metri.
La storia delle politiche urbane di mezzo mondo ce lo ha insegnato: senza intervento sulle cause profonde come disagio sociale, assenza di prospettive, incapacità di gestire le emozioni e le relazioni, ogni misura di sicurezza è destinata a combattere battaglie locali in una guerra più grande.
La letteratura scientifica sull’argomento è ampia e dovrebbe orientare le politiche pubbliche con ben altra urgenza di quanto non accada oggi in Italia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNESCO riconoscono da anni l’educazione affettiva e relazionale come un diritto fondamentale dell’infanzia e dell’adolescenza e uno strumento essenziale per la promozione della salute pubblica. Diversi studi, riassunti nelle linee guida internazionali della Comprehensive Sexuality Education, dimostrano che programmi scolastici strutturati fin dalla scuola primaria migliorano le competenze relazionali e riducono significativamente i comportamenti a rischio.
La violenza, come indicano le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo, affonda le radici in modelli relazionali appresi nell’infanzia e nell’adolescenza.
Lavorare sul riconoscimento delle emozioni, sul rispetto dei confini, sul consenso, sull’empatia riduce in modo documentato il rischio di comportamenti violenti e devianti in età adulta. La scuola è il luogo ideale per questo lavoro perché, a differenza della famiglia, raggiunge tutti, indipendentemente dall’estrazione sociale e culturale.
Eppure in Italia, secondo alcune ricerche, solo il 47% degli adolescenti dichiara di aver ricevuto un’educazione affettiva a scuola.
Eppure, qualcuno ce lo aveva già detto. Victor Hugo, ne I Miserabili, costruì il suo capolavoro intorno a una domanda che resta attualissima: cosa trasforma un essere umano in un pericolo per la società? La risposta del romanziere francese fu cristallina: la miseria materiale, certo, ma soprattutto la miseria morale e relazionale, l’assenza di chi sappia vedere l’umanità in chi è ai margini.
Don Lorenzo Milani, nella Scuola di Barbiana, dimostrò con i fatti quello che oggi la ricerca conferma con i numeri cioè che l’istruzione è lo strumento più potente di emancipazione e di prevenzione del disagio sociale. “I care”, “mi importa, mi preoccupo”, era il motto che contrapponeva ai suoi ragazzi di campagna, figli di braccianti, al “me ne frego” della cultura dominante. Educare è un atto politico. Scegliere di non farlo, o di farlo male, è anch’esso un atto politico.
Cesare Beccaria, il padre del diritto penale moderno, ne Dei delitti e delle pene (1764) scriveva che “è meglio prevenire i delitti che punirli”. Quasi tre secoli dopo, siamo ancora a discutere se l’educazione sia davvero un investimento o un lusso.
Genova in questo non è certo un caso isolato. Città di contraddizioni, continua a dimostrare che il degrado nasce dove la società non ha il coraggio di guardare, di capire e, sì, di educare. Oggi possiamo scegliere di continuare a gestire l’emergenza con atti immediati e questo deve essere fatto, deve. Ma dobbiamo avere il coraggio di chiederci cosa stiamo insegnando a chi sta crescendo, che sia a scuola, in famiglia, nella società tutta.
Secondo un sondaggio del 2025, il 70% degli italiani ritiene che l’educazione alle relazioni debba essere una materia obbligatoria nelle scuole, fondamentale per la prevenzione di odio, emarginazione e violenza. Non è una percentuale da ignorare, al contrario è una domanda a cui bisogna dare risposta. Ancora, altri studi hanno individuato quali sono i pilastri perché l’educazione affettiva funzioni davvero: obbligatorietà normativa, formazione qualificata dei docenti, coinvolgimento di famiglie e servizi sanitari, monitoraggio costante dei risultati. Politiche pubbliche realizzabili, che altri paesi europei hanno già adottato con risultati documentati.
A Genova, come in Italia, non si tratta di scegliere tra sicurezza ed educazione come se fossero opposti. Si tratta di capire che l’una senza l’altra è, nel lungo periodo, destinata a fallire.
Genova potrebbe diventare un laboratorio nazionale di questo approccio integrato: sicurezza come risposta immediata e necessaria, educazione affettiva e civica come investimento strutturale nelle scuole di ogni ordine e grado, lavoro di prossimità nei quartieri più fragili, spazi di aggregazione che sottraggano ragazze e ragazzi al vuoto in cui prospera il disagio. Un patto tra istituzioni, scuole, famiglie e terzo settore per ridare al concetto di comunità un contenuto reale.
Genova, con la sua storia e con le sue contraddizioni, ha le risorse culturali e umane per essere all’altezza di questa sfida. Ma bisogna volerlo, davvero. E bisogna iniziare adesso, nelle classi, nelle famiglie, nelle piazze. Prima che la prossima emergenza ci costringa di nuovo a rincorrere ciò che potevamo prevenire.
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Isabella Rizzitano
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