Porto, Silvia Salis e Alessandro Terrile tirano dritto sulla tassa d’imbarco: «Il Comune difende l’interesse della città»


Nel bilancio del primo anno della giunta, la sindaca e il vicesindaco fissano la linea sul rapporto tra Comune e scalo: collaborazione con l’Autorità di sistema portuale, ma senza invasioni di campo. Restano aperti i nodi della tassa d’imbarco, dell’espansione verso mare, del collegamento tra Waterfront e Porto Antico, dei depositi chimici e della variante al tunnel subportuale

Il Comune non vuole governare il porto al posto dell’Autorità di sistema portuale, ma non intende rinunciare a difendere gli interessi della città quando le scelte dello scalo ricadono su Genova, sui suoi quartieri, sui suoi conti e sulla sua vivibilità. È questa la linea tracciata dalla sindaca Silvia Salis e dal vicesindaco e assessore al bilancio Alessandro Terrile durante la conferenza stampa di bilancio del primo anno di amministrazione, nel passaggio dedicato a uno dei dossier più delicati per il futuro cittadino: il rapporto tra porto, Comune, sviluppo industriale, mobilità, ambiente e risorse economiche.

Silvia Salis ha scelto di partire da una distinzione netta. La sindaca, ha detto, non deve essere “la sindaca del porto”. Non perché il porto non sia centrale per Genova, ma perché la città deve superare una stagione in cui, secondo la sua lettura, la commistione tra azione amministrativa e vicende portuali ha prodotto fatti di cronaca recenti, noti e pesanti, che la città non può rivendicare con orgoglio. Il riferimento è al quadro emerso negli ultimi anni attorno allo scalo, fino agli arresti che hanno segnato una frattura politica e istituzionale.

La posizione della sindaca è quindi costruita su un equilibrio: il porto deve funzionare, deve produrre valore, deve crescere in armonia con Genova, ma il Comune non deve confondere il proprio ruolo con quello dell’Autorità di sistema portuale. Salis rivendica una collaborazione necessaria con chi ha la responsabilità diretta della gestione dello scalo, ma chiarisce che non intende imporre il proprio punto di vista sulle decisioni riservate ad altri soggetti. Il confine, però, si sposta quando le decisioni portuali hanno conseguenze sulla città.

Il caso più evidente è la tassa d’imbarco. Su quel terreno la sindaca ha rivendicato di non avere fatto alcun passo indietro. Per la sindaca, se esiste un tributo che il ministero obbliga a riscuotere nell’interesse della città, il Comune deve pretenderne l’applicazione. La differenza rispetto al passato, nella sua lettura, sta proprio qui: un’amministrazione può scegliere di non riscuotere un’entrata per non scontentare gli operatori portuali, oppure può decidere di far valere l’interesse generale di Genova. La giunta rivendica di avere scelto la seconda strada, anche a costo dello scontro.

L’8 luglio è fissata la prima udienza sulla tassa d’imbarco. Da quel passaggio dipenderà una parte non marginale della partita finanziaria. Alessandro Terrile ha spiegato che stupisce la posizione processuale assunta dall’Autorità di sistema portuale, perché il Comune ritiene di stare applicando una legge dello Stato e di dare attuazione a un accordo sottoscritto tra Comune e governo. Il vicesindaco ha ricordato anche che la presidenza del Consiglio dei ministri si è costituita sostenendo la posizione del Comune, elemento che per Tursi rafforza la correttezza della propria impostazione.

Il problema è anche economico. Per il 2026 il gettito previsto era di circa 3 milioni e mezzo di euro, ma il ritardo nell’applicazione dell’addizionale rischia di far perdere una parte consistente dell’entrata. Terrile ha spiegato che il Comune, per prudenza contabile, ha sterilizzato quella previsione, considerando che anche una decisione positiva del tribunale amministrativo regionale arriverebbe probabilmente ad agosto, quando una quota importante della stagione passeggeri sarà già trascorsa. Questo comporta un sacrificio rilevante in termini di riduzione della spesa, perché quella risorsa era stata immaginata come contrappeso alla riduzione dell’imposta municipale propria sui canoni concordati.

Il porto, però, non è solo questione fiscale. Il vicesindaco ha insistito sul principio che lo scalo può crescere davvero solo se cresce insieme alla città e senza conflitti permanenti. Questo non significa, ha precisato, che il Comune voglia entrare nelle competenze che la legge assegna all’Autorità di sistema portuale. Significa però che il dialogo deve essere costante, operativo e anche franco, perché non sempre Comune e porto sono d’accordo. La tassa d’imbarco lo dimostra. Tuttavia, secondo il vicesindaco, non passa settimana senza riunioni tra i due enti per affrontare problemi concreti e questioni strategiche.

Uno dei temi più sensibili riguarda l’eventuale espansione portuale. Alessandro Terrile ha richiamato l’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale, che fissa alcuni principi ritenuti non superabili. Un’espansione, secondo quella linea, può essere presa in considerazione solo se giustificata da un effettivo incremento dei traffici e solo dopo valutazioni rigorose sull’impatto ambientale, sulla fruibilità della spiaggia e sull’equilibrio con la città. Il riferimento alla spiaggia più grande di Genova indica che non si tratta di un dossier puramente tecnico, ma di una scelta destinata a incidere sulla qualità della vita e sull’uso pubblico del litorale.

Un altro capitolo riguarda l’area compresa tra Waterfront e Porto Antico, con al centro il futuro delle riparazioni navali. Per Terrile, quel comparto è in crescita sia sul fronte dell’industria navalmeccanica sia su quello della nautica e del refitting, e ha bisogno di nuovi spazi. Il Comune guarda con favore all’ipotesi di espansione verso mare dell’attività industriale, proposta per la prima volta da Confindustria e poi recepita nel ragionamento sullo sviluppo dell’area. L’idea è recuperare lo spazio tra l’attuale zona delle riparazioni navali e la vecchia diga, creando le condizioni per rafforzare le attività produttive e, allo stesso tempo, liberare una fascia di rispetto più vicina alla città.

Dentro questa visione rientra anche il collegamento ciclopedonale tra Waterfront e Porto Antico. Il Comune non si oppone all’ipotesi di un percorso sopraelevato. Anzi, il vicesindaco ne indica due possibili vantaggi: chi lo percorre potrebbe godere di una vista migliore rispetto a un tracciato a raso in mezzo ai cantieri navali e, allo stesso tempo, il collegamento non interferirebbe con le attività industriali presenti nell’area. La scelta, quindi, dovrebbe tenere insieme fruizione pubblica, sicurezza, attrattività urbana e continuità produttiva.

Il problema non risolto, però, è la variante al tunnel subportuale. Alessandro Terrile ha spiegato che il Comune attende da mesi, e i cittadini da anni, la variante promessa da Autostrade per l’Italia e dal commissario Marco Bucci. Il nodo riguarda il collegamento tra il tunnel subportuale e il tunnel delle Casacce, in particolare l’uscita intermedia che non risulta prevista nella gara d’appalto per la realizzazione dell’opera. Il Comune dice di essere stato rassicurato sul fatto che la variante arriverà, ma al momento non l’ha ancora ricevuta.

Per il vicesindaco non è serio immaginare il futuro dell’area tra Waterfront, Porto Antico e riparazioni navali senza conoscere con certezza l’assetto definitivo del tunnel subportuale. Prima di disegnare il collegamento tra le due zone e decidere come organizzare spazi industriali, passaggi pubblici e relazioni urbane, il Comune vuole vedere la variante, valutarla e poi esprimere il proprio assenso. Solo dopo quel passaggio, secondo Terrile, sarà possibile ragionare con maggiore solidità sul disegno complessivo.

Resta poi il tema del piano regolatore portuale. Sono già partiti incontri tecnici tra Autorità di sistema portuale e Comune per avviare il coinvolgimento di Tursi nel percorso di aggiornamento dello strumento di pianificazione dello scalo. Il lavoro dell’Autorità portuale è iniziato da mesi, ma per l’amministrazione comunale quella sede dovrà essere decisiva anche per affrontare uno dei nodi più annosi: la ricollocazione dei depositi chimici.

Il vicesindaco auspica che quando sarà presentata la base ufficiale del nuovo piano regolatore portuale, il documento contenga almeno una soluzione concreta per lo spostamento dei depositi chimici. Nei prossimi giorni, ha spiegato, sono previsti incontri anche a livello politico tra gli enti. Il tema non è secondario, perché da anni attraversa il dibattito cittadino e riguarda sicurezza, compatibilità urbana, attività portuale e rapporto con i quartieri coinvolti.

Il capitolo porto, nel bilancio del primo anno della giunta Salis, diventa quindi una delle prove più complesse del nuovo metodo rivendicato dall’amministrazione. La sindaca Silvia Salis non vuole una sovrapposizione tra Comune e porto, né una politica che entri nelle decisioni operative dello scalo. Ma non vuole nemmeno che Genova rinunci al proprio interesse quando sono in gioco entrate pubbliche, spiagge, quartieri, collegamenti, ambiente, sviluppo industriale e pianificazione urbana.

La linea è collaborazione senza subalternità. Il porto deve continuare a produrre valore e occupazione, ma deve farlo dentro una relazione più ordinata con la città. La tassa d’imbarco, l’espansione verso mare delle riparazioni navali, il collegamento tra Waterfront e Porto Antico, la variante del tunnel subportuale, il piano regolatore portuale e la ricollocazione dei depositi chimici sono i dossier sui quali questa impostazione dovrà essere misurata. Per ora, la giunta manda un messaggio chiaro: dialogo costante con l’Autorità di sistema portuale, ma quando l’interesse di Genova è in gioco il Comune non intende restare spettatore.


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