L’ondivaga politica di Donald Trump sui dazi (Fabrizio Casari)


La settimana scorsa, Trump ha ordinato dazi dal 10 al 12,5% ai prodotti di 60 paesi, tra i quali Giappone, India, Messico, Francia ed Ecuador, confermando così l’incapacità di trovare una soluzione strutturale al disavanzo commerciale statunitense. La cui responsabilità si deve alla fine delle produzioni industriali sostituite dalla finanziarizzazione dell’economia, che ha determinato la politica degli ultimi 20 anni. Gli statunitensi continuano ad essere il maggior consumatore di prodotti al mondo, solo che avendo smesso di produrli, devono importarli.

Sebbene il personaggio lasci aperta ogni possibile lettura riguardo parole e atti spesso difficili da configurarsi con qualche cenno di coerenza, di per sé l’idea di riempire il mondo di dazi e sanzioni non è nuova nell’establishment statunitense. L’idea dei dazi ha due obiettivi, entrambi riassumibili nella difesa della centralità statunitense sull’economia mondiale. La scommessa politica di Trump è sul complesso dell’architettura economica statunitense, sulla necessità di ripristinare una supremazia nella produzione industriale che inverta il ciclo globalista nel rapporto tra import ed export. Nello specifico USA, infatti, la fine dell’economia industriale a vantaggio della finanziarizzazione ha causato la perdita di milioni di posti di lavoro, sconquassando l’equilibrio sociale interno e costringendo ad una maggiorazione forte dell’import che è pesantemente gravata sul bilancio commerciale.

In questa logica i dazi vengono usati come strumento di pressione nel negoziato globale sui nuovi assetti economici, ma non risolvono il problema e non aiutano né la macroeconomia – perché generano un punto in più di inflazione, già pericolosamente al 3,1% – né la microeconomia, dato che i consumatori statunitensi pagano già 58 miliardi di dollari in più ogni anno a causa delle tariffe, con un conseguente significativo aumento del costo della vita.

Artur Laffer, capo economista di Reagan, che su un tovagliolo in un ristorante disegnò della curva di Laffer che diede lo spunto alla reaganomics, ha avvertito Trump dai “danni irreparabili” che i dazi porteranno all’economia USA. Peraltro Trump, che i repubblicani vedono come il nuovo Reagan, opera in un contesto molto più complicato di quello degli anni ’80, perché l’interconnessione globale dei mercati e la circolazione dei prodotti rende impossibile il governo dispotico dei mercati.

I dazi, inoltre, ottengono misure di reciprocità che danneggiano molto un’economia come quella statunitense e non incidono efficacemente sulla bilancia dell’import/export, perché producono un aumento del costo dei prodotti generando così una maggiore inflazione. Infine, aggiungono una ulteriore difficoltà ad un export come quello statunitense che è già danneggiato dalle sanzioni unilaterali verso 24 paesi – il 73% della popolazione mondiale – ai quali nessun prodotto dell’export statunitense potrà mai arrivare.

Insomma, i dazi all’impossibilità di vendere ai propri nemici aggiungono il maggior costo di esportare ai paesi amici. Una mossa suicida, priva di lungimiranza politica, fondata solo sulla riaffermazione di una potenza economica, politica e militare che non trova più riscontri nella realtà. Allora, perché tanta insistenza, per di più con una dimostrazione di volatilità che produce un’immagine di scarsa affidabilità e credibilità dell’Amministrazione?

Perché nell’idea trumpiana i dazi sono uno strumento per negoziare nuovi equilibri. Servono ad incrementare le entrate USA ma anche a limitare la crescita delle economie emergenti sui mercati e la maggiore libertà di manovra degli stessi rispetto agli interessi dell’Occidente. Nello schema trumpiano, del resto, il debito Usa va pagato dagli alleati e la ripresa economica va garantita a scapito di tutti gli altri paesi. Incapace di crescere e con un debito mostruoso che la rende tecnicamente a rischio default, si concentra sulla riduzione dell’altrui crescita, così da ridurre il rischio di una progressiva ininfluenza imperiale.

Ma la tesi ha la sua antitesi: l’avanzare delle economie emergenti ormai in grado di utilizzare la leva tecnologica necessaria nell’estrazione e utilizzo delle sue materie prime e delle sue risorse di suolo e sottosuolo, la poderosa crescita cinese e lo spostamento graduale ma continuo dei capitali da Nord verso Sud e verso Est, ridisegnano lo stato di salute delle economie a prescindere dagli interessi di Washington. Confermano un ruolo sempre più influente del Sud globale e riducono le capacità di condizionamento dell’Occidente sui mercati stessi. Era impensabile fino a 20 anni orsono, quando Washinton era arbitro indiscusso della concentrazione e dell’allocazione della ricchezza globale. Pensarsi protezionisti nell’importare e globalisti nell’esportare è non avere il senso della realtà.

La crisi dell’egemonia USA sui mercati viaggia in parallelo con quella dell’influenza del Dollaro sugli scambi e sul risparmio internazionale. Come segnala il Global Times, gli Stati Uniti hanno rappresentato a lungo oltre il 25% del PIL globale e il Dollaro, come valuta internazionale dominante, ha costituito circa il 60% delle riserve globali in valuta estera. Con questi vantaggi, gli Stati Uniti hanno raccolto enormi benefici dalla globalizzazione economica e dal sistema egemonico basato sul Dollaro, diventando il maggiore beneficiario del libero scambio e dell’attuale ordine economico internazionale.

Tuttavia, negli ultimi anni, come un Frankenstein che si ribella al suo creatore, la globalizzazione inventata dall’Occidente a seguito della caduta del campo socialista e con una Cina che gli sembrava solo un immenso mercato da conquistare (ma che è divenuta la prima potenza commerciale del mondo) ha decisamente invertito il senso di marcia. L’arroganza imperiale e la continua promozione della destabilizzazione planetaria, dalla quale gli USA traggono i maggiori dividendi e sanciscono il loro ruolo di gendarme mondiale, non solo ha progressivamente ridotto l’area di commercio possibile attraverso le sanzioni che colpiscono 24 paesi, (pari al 73% della popolazione mondiale), ma ha anche spinto molti paesi a ridurre le loro riserve strategiche in Dollari.

Destino inevitabile, a seguito dell’esproprio forzoso di capitali e asset di diversi paesi, principalmente Venezuela, Iran e Russia. Il segnale di una disponibilità senza limiti ad usare con totale arbitrio la funzione di gestore dei depositi delle riserve internazionali, ha chiarito il rischio a tutti. L’uso delle prerogative statunitense e l’estensione extraterritoriale delle sue decisioni che vengono usate come bastone sulla testa di concorrenti e avversari politici, genera preoccupazione; a fonte di vere e proprie rapine dei beni esteri allocati in Occidente si è persa la fiducia negli Stati Uniti, nella indipendenza, neutralità ed intoccabilità del suo sistema bancario che ha dimostrato essere subordinato alle decisioni politiche della Casa Bianca.

Non a caso la de-dollarizzazione negli scambi si accompagna alla progressiva riduzione dei depositi da parte degli altri stati e nella ormai molto ridotta disponibilità all’acquisto di titoli del Tesoro USA. Oltre ad una scarsa affidabilità della tenuta economica, si aggiunge la mancanza di fiducia verso gli impegni che gli USA prendono, dato che venir meno agli stessi è ormai pratica consueta in ogni ambito, dalla diplomazia alla finanza.

Quella parte di Est del mondo e soprattutto il Sud globale, hanno tracciato un cammino ormai irreversibile, quello del multipolarismo. Ormai non più solo opzione di giustizia, oggetto di un desiderio di equilibrio ed equità, ma anche rappresentazione viva dell’unica alternativa che il genere umano dispone prima di una terza ed ultima guerra mondiale come estrema ratio per la salvezza di un sistema dominante ormai fallito.

Il ruolo globale di Pechino, sostenuto da Mosca e da tutti i Paesi che ora vedono negli Stati Uniti il problema e non la soluzione, trasforma lo scontro USA-Cina-Russia e Sud globale in un conflitto sistemico; non su concetti economici, ma su modelli e su prospettive di sostenibilità. Avanza la disamericanizzazione del mondo. Come sottolineava tempo fa Atilio Boron, gli Stati Uniti laureano ogni anno 197.000 studenti in informatica e ingegneria, la Cina 1.380.000. A Pechino regna una calma vigile. Si ricorda che la Cina esiste da 5.000 anni, mentre gli Stati Uniti da 250. Qualcosa vorrà pur dire, no?

 

Fabrizio Casari per ALtrenotizie.org


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