Partendo dalla consapevolezza che il fenomeno affonda le sue origini nell’epoca antica e che oggi è al centro di un acceso dibattito pubblico, questa riflessione propone un’analisi interdisciplinare che si articola tra prospettive sociologiche, giuridiche, psicologiche e psico‑criminologiche.
Di Bombarda Ilaria-Francesca, Ricci Viviana, Sorrentino Antonella e Specchio Giulia
La pedofilia: fenomeno socioculturale antico
La nascita della pedofilia ha il suo apice massimo di diffusione tra il IV il VI secolo a.C, a Sparta e Atene. Un fenomeno che consisteva nell’atto sessuale tra adulti maschi, solitamente impegnati nel ruolo di magister, ossia “guide” e “formatori” a tutto tondo dei giovani, e adolescenti, ovvero i pueri che avrebbero abitato e sostenuto la propria città-stato (la Polis) una volta cresciuti e divenuti cittadini perfetti e soldati capaci. I giovani erano così educati dai loro mentori attraverso esperienze spirituali e pedagogiche; momenti, quest’ultimi, in grado di trasmettere virtù e moralità fondative l’uomo della Grecia Antica.
Si citano anche i grandi filosofi del tempo: Socrate e Platone con le loro poesie di Alceo e Anacreonte che hanno prodotto un notevole quantitativo di informazioni e materiale sulla pederastia, la cui relazione prettamente sessuale si consumava tra un adulto e un minore in età compresa tra i 12 e i 18 anni.
La pederastia veniva considerata legale e riconosciuta come forma pedagogica educativa; a differenza della definizione di pedofilia odierna, intesa come relazione sessuale con un minore di 12 anni, illegale e riprovevole.
Anche durante il dominio romano il fenomeno della pederastia era diffuso, con la differenza che, se nelle popolazioni greche il protagonista di questo infamante atto era un “ragazzino libero” e di buona famiglia, nell’Antica Roma il malcapitato era, invece, il figlio di uno schiavo. Si ricorda anche come nelle popolazioni romane la sessualità era determinante per la definizione di rango e rimarcava lo status di potere che l’aristocratico era riuscito a detenere fino a quel momento: un romano libero poteva avere rapporti intimi, pedofilici e omosessuali solo con coloro che appartenevano a un ceto inferiore rispetto a quello personale e di riferimento.
La pedofilia nell’epoca medievale
La pedofilia, in epoca medievale, si divide in due scenari: da un lato la tradizione giudaico-cristiana sempre più diffusa, che ha costituto un deterrente nei confronti della pedofilia e della pederastia, con la sua difesa nei rapporti eterosessuali finalizzati alla procreazione.
In quest’epoca il congiungimento carnale era condannato e giudicato contra naturam (Eugenia Trunfio, Luisa Bellissimo).
Dall’altro lato, invece, nelle botteghe artigiane dell’epoca, c’era una proliferazione del fenomeno: quando un maestro prendeva un apprendista artigiano e/o artista, veniva strumentalizzato per poter ottenere facili guadagni (Eugenia Trunfio, Luisa Bellissimo).
Un bambino di 8-10 anni quando lasciava la sua famiglia, per imparare un mestiere alla bottega dal suo maestro, dove non era iniziato solo al lavoro, ma anche al sesso.
Il bambino viveva nella promiscuità dell’ambiente lavorativo, era obbligato a servire e sopperire alle esigenze sessuali degli adulti; uno spazio che doveva garantire un futuro diventava un vero e proprio luogo di schiavitù.
Questo facilitato anche dall’educazione che il giovane riceveva dalla famiglia d’origine, il quale doveva essere servizievole e nel luogo di lavoro, questo modo di porsi portava gli adulti ad approfittarsi e ad abusare del suo corpo.
Il mondo medievale, nonostante l’etica religiosa, non riuscì mai del tutto a tutelare la dignità del fanciullo, dal momento che non esisteva una concezione del bambino come persona da mettere in sicurezza e da rispettare nella sua unicità e individualità (Eugenia Trunfio, Luisa Bellissimo).
Fine Ottocento e primi del Novecento
Sul finire del IXX secolo prevale ancora una visione duale del bambino: al bambino innocente dell’Emile di Rousseau, si contrappone il bambino “icona” del peccato originale e della viziosità dell’animo umano (Dottorando DARIO ITEM , Tutor Ch.mo Prof. PAOLO VENEZIANI, Coordinatore Ch.mo Prof. ALBERTO CADOPPI (2009)).
Tra le due prevalse la seconda, dove l’educazione di un fanciullo, concettualmente rappresentato come naturalmente inclinato al male, doveva essere repressa necessariamente con qualsiasi misura, anche se violenta (Dottorando DARIO ITEM , Tutor Ch.mo Prof. PAOLO VENEZIANI, Coordinatore Ch.mo Prof. ALBERTO CADOPPI (2009)).
A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, sulla spinta degli studi delle scienze psicologiche e psichiatriche, gli abusi sessuali sui minori iniziano ad essere indagati anche da un punto di vista clinico. La pedofilia cessa di essere semplicemente un “comportamento indecente” e inizia a essere considerata un vero e proprio disturbo della personalità (Dottorando DARIO ITEM, Tutor Ch.mo Prof. PAOLO VENEZIANI, Coordinatore Ch.mo Prof. ALBERTO CADOPPI (2009)).
Il fenomeno della pedofilia in epoca contemporanea
L’insieme dei tabù sessuali, che hanno contraddistinto le epoche precedenti, inizia a essere abbandonato a favore di una sessualità analizzata e vissuta nella sua interezza.
In epoca contemporanea, dove vige la cultura della tolleranza, per la prima volta la pedofilia viene vista come “il male assoluto” e la priorità diventa quella di eliminarla attraverso riforme giuridiche (Dottorando DARIO ITEM, Tutor Ch.mo Prof. PAOLO VENEZIANI, Coordinatore Ch.mo Prof. ALBERTO CADOPPI (2009)).
Tutela penale del minore
Negli ultimi decenni l’interesse del legislatore è stato particolarmente sollecitato dal fenomeno della pedofilia. L’attenzione verso l’infanzia e la tutela del medesimo, relativamente alle condotte sessuali, hanno comportato una profonda trasformazione in ambito giuridico, e se in passato la disciplina penale era costruita attorno all’esigenza di preservare il comune senso del pudore e i valori morali condivisi, l’evoluzione culturale e normativa ha spostato il focus sulla persona offesa. Per il minore, quale soggetto titolare di diritti fondamentali, nasce l’esigenza di provvedere ad attuare una protezione particolarmente intensa, proprio in ragione della sua condizione di vulnerabilità.
La predisposizione di un modello attuativo di protezione e tutela trova origine nel diritto internazionale. Non a caso, si dà ampio spazio al riconoscimento della centralità del bambino all’interno di un ordinamento giuridico, in cui è possibile promuovere una serie di strumenti sovranazionali che dovrebbero garantire diritti e tutela dello stesso.
Già la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1924 aveva affermato la necessità di assicurare particolari forme di protezione ai bambini. Tale percorso è stato successivamente consolidato dalla Dichiarazione del 1959 e rafforzato anche durante la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia del 1989, che ha imposto agli Stati specifici obblighi di prevenzione e contrasto nei confronti di ogni forma di abuso sessuale e sfruttamento.
La continua e graduale affermazione dei diritti dell’infanzia ha contribuito a modificare il modo di interpretare le aggressioni sessuali ai danni dei minori. Ad oggi, l’abuso non è più considerato soltanto come una violazione di regole sociali o morali, ma al contrario, assume il significato di una grave lesione della persona, capace di compromettere l’equilibrio psicologico e la formazione dell’identità individuale.
Per lungo tempo il sistema penale italiano ha interpretato i reati sessuali attraverso una prospettiva influenzata fortemente dalla concezione etico-sociale di riferimento. Fattispecie relative alla sessualità venivano, infatti, collocate tra i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Pertanto, risultò chiaro che l’interesse protetto non coincideva con la persona offesa, ma tutto era rivolto alla salvaguardia di valori ritenuti essenziali per la sola collettività. Un’impostazione di questo tipo finiva per mettere quindi in secondo piano la concreta esperienza della vittima la cui sofferenza assumeva rilevanza ed era meritevole di protezione, esclusivamente nella misura in cui si traduceva in una lesione dell’ordine morale.
Un cambiamento rilevante, cha ha rappresentato uno dei passaggi più significativi nel processo di modernizzazione della disciplina penale in materia sessuale, si è avuto grazie all’entrata in vigore della legge n. 66 del 1996. Attraverso tale riforma, il legislatore, nell’attribuire un diverso valore al bene giuridico tutelato, ha operato una scelta che annoverava i reati sessuali nell’ambito dei delitti contro la libertà personale. L’attenzione dell’ordinamento quindi si è concentrata sulla persona e sulla sua capacità di autodeterminarsi, riconoscendo che la pedofilia e la violenza sessuale producono un’offesa che investe la sfera più intima dell’individuo e del minore e che compromette la possibilità di compiere scelte libere in un ambito strettamente connesso alla costruzione della propria identità.
All’interno del nuovo assetto normativo assume quindi una posizione fondamentale l’articolo 609-quater del Codice penale, dedicato agli atti sessuali con minorenni. Tale disciplina trova fondamento nella consapevolezza che il processo di maturazione sessuale della persona richiede un percorso durante il quale il soggetto acquisisce in maniera naturale gli strumenti necessari per comprendere il significato e le conseguenze delle proprie decisioni. Muovendosi sulla base di tale presupposto, il legislatore ha ritenuto che il minore non possieda quel livello di consapevolezza che consente di esprimere una scelta autenticamente libera; e, di conseguenza, ogni forma di tutela va intensificata fino al punto in cui condizionamenti, influenze e/o dinamiche di sopraffazione siano chiaramente percepibili e riconoscibili dal minore stesso. Per questa ragione la normativa interviene per impedire che l’immaturità tipica dell’età evolutiva possa essere sfruttata da soggetti adulti, e quindi eventuale consenso manifestato, viene considerato privo di efficacia giuridica.
Analoga è la finalità, disciplinata dall’articolo 609-quinquies c.p., in materia di corruzione di minorenne. La tutela si estende oltre la dimensione strettamente fisica dell’abuso coinvolgendo e tutelando il corretto sviluppo della personalità del minore. L’ordinamento considera infatti pericolose anche quelle condotte che possono esporre il bambino a contenuti sessualmente espliciti o che lo coinvolgono in situazioni assolutamente incompatibili con il suo livello di maturazione.
Un’a ulteriore intensificazione della risposta penale si è avuta con la legge n. 269 del 1998, adottata per contrastare lo sfruttamento sessuale dei minori nelle sue molteplici manifestazioni. Attraverso l’introduzione di specifiche fattispecie incriminatrici, il legislatore ha ampliato il raggio d’azione del diritto penale, intervenendo non soltanto sull’abuso diretto, ma anche sulle attività che alimentano il mercato dello sfruttamento. Quindi, reati specifici come la prostituzione minorile, la pornografia infantile ed il turismo sessuale, sono stati disciplinati in maniera tale da contrastare l’intero sistema criminale che si crea intorno. Da un’analisi puramente criminologica, si ha contezza che la pedofilia assume una dimensione che supera i confini nazionali, e la diffusione del turismo sessuale minorile ha evidenziato l’esistenza di reti criminali che sfruttano le differenze tra ordinamenti giuridici riuscendo spesso ad eludere i controlli e sottrarsi alle conseguenze penali. In numerosi paesi caratterizzati da forti difficoltà economiche, non a caso bambini e adolescenti sono diventati vittime di circuiti di sfruttamento alimentati dalla domanda proveniente dalle società occidentali. Tale fenomeno ha spinto molti ordinamenti ad introdurre norme fondate sul principio di extraterritorialità, consentendo quindi la punizione dei propri cittadini anche per reati commessi all’estero.
Tra le manifestazioni più preoccupanti, legate alla pedofilia ed agli abusi sessuali, assume particolare rilievo la pornografia minorile. L’avvento delle tecnologie digitali ha decisamente contribuito in maniera significativa all’intensificarsi di quest’ultimo fenomeno ed ha differenziato le modalità di diffusione e produzione del materiale illecito. La rete agevola la circolazione immediata dei contenuti e favorisce la creazione di comunità virtuali nelle quali immagini e video vengono condivisi su scala globale. Un tale sistema, purtroppo, ha osteggiato le operazioni investigative che necessitano di costanti aggiornamenti degli strumenti di contrasto.
Le istituzioni europee hanno poi elaborato strategie comuni per fronteggiare questi fenomeni e, mediante iniziative promosse dall’Unione Europea, hanno valorizzato il ruolo della cooperazione internazionale attraverso lo scambio informativo tra forze di polizia e grazie all’impiego di tecnologie avanzate che permettono l’individuazione degli autori dei reati. L’intento consiste nel rendere più significativa l’azione repressiva all’interno di uno spazio, come quello digitale, che non conosce confini territoriali ed è più difficile da contrastare.
L’evoluzione normativa degli ultimi decenni evidenzia un crescente aumento della soglia di tutela. Il diritto penale tende, infatti, ad intervenire in maniera predittiva, prima che l’abuso venga concretamente consumato, attraverso l’individuazione e la repressione di comportamenti che manifestano una chiara finalità di sfruttamento sessuale. Una tale scelta deriva principalmente dalla consapevolezza che le conseguenze prodotte sulle vittime possono essere profonde e durature, oltre che lesive del processo di maturazione e crescita del minore.
La complessità del fenomeno impone tuttavia interventi che non devono esaurirsi solo in maniera repressiva o attraverso l’applicazione dell’azione penale, ma è fondamentale che la protezione del minore richieda l’attuazione di politiche educative capaci di rafforzare la consapevolezza dei rischi.
Le azioni funzionali da mettere in evidenza sono quelle a sostegno delle vittime, dove la necessità si pone su l’adozione di programmi di prevenzione che permettano rapidamente di intercettare, soprattutto per i più piccoli, eventuali situazioni di pericolo.
La pedofilia continua a rappresentare una delle più gravi forme di aggressione ai diritti dell’infanzia, ma l’evoluzione della normativa, al fine di contrastare tale fenomeno, cerca di attivarsi costantemente con strumenti di protezione che siano al passo con le trasformazioni sociali e tecnologiche, dimostrando il crescente impegno che gli ordinamenti giuridici provano ad attuare. Quindi, una risposta adeguata ad una criminalità, che costantemente assume forme sempre nuove e sempre più sofisticate, è rappresentata da strategie capaci di integrare repressione, prevenzione e cooperazione internazionale.
Il cervello e la devianza pedofila: un’analisi neuropsicologica e criminologica oltre i luoghi comuni
Negli ultimi anni, il tema della pedofilia è tornato con forza al centro del dibattito pubblico e scientifico, anche in seguito a episodi di cronaca che hanno profondamente colpito l’opinione collettiva e riacceso l’attenzione sulla tutela dei minori e sull’efficacia degli strumenti di prevenzione. Parallelamente, lo sviluppo delle neuroscienze e della neuropsicologia forense ha contribuito a modificare il modo in cui questo fenomeno viene analizzato, spostando il focus da una lettura esclusivamente morale o giuridica a una prospettiva più articolata, orientata alla comprensione dei meccanismi sottostanti.
Nel linguaggio del DSM-5-TR, la pedofilia è definita come la presenza persistente di fantasie, impulsi o comportamenti sessuali rivolti a minori prepuberi (American Psychiatric Association, 2022). Si tratta di una definizione necessaria sul piano diagnostico, ma che, da sola, non è sufficiente a cogliere la complessità del fenomeno né a spiegare i processi che ne sono alla base. A tal proposito, la ricerca ha cercato di integrare dati provenienti da ambiti diversi: neuroscienze, psicologia cognitiva e criminologia, con l’obiettivo di comprendere non solo “che cosa” accade, ma “come” e “in quali condizioni” determinati comportamenti possano emergere. In questo quadro, gli studi di neuroimaging strutturale e funzionale hanno evidenziato come, in una parte dei soggetti, possano essere presenti alterazioni in reti cerebrali coinvolte nel controllo degli impulsi, nella regolazione emotiva e nei processi di cognizione sociale (Poeppl et al., 2013; Cantor et al., 2008).
Tra le aree maggiormente studiate emerge la corteccia prefrontale, che svolge un ruolo centrale nei processi di pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nell’inibizione comportamentale. Una ridotta efficienza di questi circuiti non implica un’assenza di controllo, ma può tradursi in una minore stabilità nella regolazione degli impulsi, soprattutto in condizioni specifiche o stressanti (Joyal et al., 2007; Schiffer et al., 2007). Più chiaramente, non si tratta di una perdita totale della capacità di controllo, ma di un controllo meno efficace e meno modulabile. Accanto ai sistemi prefrontali, le strutture limbiche ed in particolare l’amigdala, sono coinvolte nei processi di elaborazione emotiva e nell’attribuzione di significato agli stimoli. Le evidenze neuroscientifiche hanno osservato pattern di attivazione atipici in risposta a stimoli sessuali, suggerendo la possibilità di una diversa organizzazione delle preferenze erotiche a livello neurale (Poeppl et al., 2013). Tuttavia, è fondamentale chiarire che tali evidenze non implicano alcuna forma di determinismo biologico. La neuropsicologia contemporanea interpreta questi dati in termini probabilistici: si tratta di fattori di vulnerabilità che possono aumentare il rischio, ma non di cause dirette del comportamento (Seto, 2008). A questo livello si affianca la dimensione cognitiva. La letteratura ha evidenziato la presenza di distorsioni cognitive ricorrenti che possono contribuire al mantenimento del comportamento deviante. Questi schemi includono la minimizzazione del danno, la reinterpretazione del significato della relazione con il minore e la costruzione di giustificazioni interne che riducono la percezione della gravità dell’atto (Ward & Keenan, 1999; Seto, 2008). Non si tratta semplicemente di razionalizzazioni consapevoli, ma di modalità strutturate di elaborazione della realtà che influenzano il modo in cui le situazioni vengono percepite e interpretate. Un ulteriore elemento riguarda la cognizione sociale. In alcuni studi è stata osservata una possibile dissociazione tra la componente cognitiva e quella affettiva dell’empatia: i soggetti possono comprendere la situazione dell’altro, ma mostrare una ridotta capacità di rispondere emotivamente al suo stato (Schiffer et al., 2017).
Questa discrepanza tra comprensione e risonanza emotiva può incidere in modo significativo sui processi decisionali e sulla regolazione del comportamento. Se la neuropsicologia consente di individuare vulnerabilità e meccanismi sottostanti, è la criminologia che permette di collocare questi elementi all’interno di una cornice più ampia, in cui il comportamento viene analizzato nella sua dimensione dinamica e situazionale. Il passaggio all’atto, infatti, non può essere interpretato esclusivamente come espressione di una predisposizione individuale, ma deve essere letto come il risultato dell’interazione tra caratteristiche personali e contesto.
Le prospettive criminologiche contemporanee, in particolare i modelli multifattoriali e quelli orientati al rischio, evidenziano come il comportamento sessuale deviante emerga più frequentemente in presenza di condizioni facilitanti: accesso alla vittima, assenza di controllo esterno, isolamento sociale, distorsioni normative e opportunità situazionali. Alla luce di queste considerazioni, non esiste un unico percorso che conduce al comportamento deviante, ma una pluralità di traiettorie possibili, differenti per struttura motivazionale, funzionamento psicologico e storia evolutiva. Un contributo rilevante proviene anche dai modelli di prevenzione situazionale, che spostano l’attenzione dal “perché” al “come” il comportamento si realizza. Ciò implica che la prevenzione non possa limitarsi all’intervento sul singolo individuo, ma debba includere strategie più ampie di riduzione delle opportunità e di rafforzamento dei sistemi di protezione. In ambito forense, questa integrazione tra livelli di analisi trova applicazione nella valutazione del rischio di recidiva.
Gli strumenti di risk assessment considerano non solo variabili statiche, ma anche fattori dinamici, tra cui la regolazione emotiva, le distorsioni cognitive, le competenze relazionali e il contesto di vita. In questo senso, i dati neuropsicologici possono arricchire la valutazione criminologica, ma non sostituirla. Il fenomeno appare quindi riconducibile a dinamiche molteplici e interconnesse che evita tanto il riduzionismo biologico quanto le semplificazioni moralistiche: la pedofilia non viene interpretata come un fenomeno completamente separato dal funzionamento umano, ma come l’esito estremo di processi che, in forme diverse, appartengono alla condizione umana. Ciò che varia è l’equilibrio tra questi sistemi, la loro regolazione e le condizioni contestuali in cui si esprimono. Considerando tali aspetti, diventa possibile collocare il fenomeno all’interno di una cornice teorica più ampia, che supera la contrapposizione tra normalità e devianza come categorie rigide e separate. Il comportamento criminale non emerge da un sistema “altro”, ma da una configurazione specifica e disfunzionale, di processi neuropsicologici, cognitivi ed ambientali che, in forme attenuate e controllate, sono presenti in ogni individuo: è in questo senso che si può parlare di “potenziale criminale universale”: non come affermazione provocatoria, ma come modello interpretativo che riconosce la continuità tra funzionamento tipico e atipico. Le stesse strutture e funzioni che consentono l’adattamento; la regolazione degli impulsi, la ricerca di gratificazione, la costruzione di significati e la relazione con l’altro, sono le medesime che, in condizioni di squilibrio, possono contribuire allo sviluppo di traiettorie disfunzionali.
Questa lettura non attenua la gravità del fenomeno né mette in discussione la responsabilità individuale ma, al contrario, ne rafforza la comprensione, sottraendola a spiegazioni semplicistiche e permettendo di individuare con maggiore precisione i punti critici su cui intervenire. Spostare lo sguardo dalla dicotomia tra “normale” e “patologico” alla continuità dei processi significa aprire uno spazio nuovo per la prevenzione, fondato non solo sulla reazione al comportamento, ma sull’identificazione precoce dei fattori di rischio e sulla modulazione dei contesti in cui questi possono attivarsi. In questa integrazione tra neuroscienze, psicologia e criminologia si delinea dunque una prospettiva che non mira a giustificare il fenomeno, ma a comprenderne i meccanismi, senza ridurre la complessità del problema a mere spiegazioni unidimensionali, tentando di collegare fattori neurobiologici, cognitivi e ambientali.
Pedofilia e Perversioni Sessuali attraverso una prospettiva multidimensionale
La pedofilia è, dunque, parte di quei fenomeni così complessi che, pur essendo state condotte numerose indagini, risulta, ancora oggi, di difficile comprensione. Per tale motivo è consigliabile approcciarsi a tale questione attraverso un’analisi oltre che rigorosa, anche multidimensionale e inclusiva le aree più clinica, giuridica e socioculturale.
Nello specifico, la valutazione più dinamica e diagnostica è solitamente effettuata da figure professionali competenti, che si aiutano adoperando alcuni testi diagnostici di avanguardia; a questo proposito, è necessario richiamare nuovamente il già citato DSM-5, non più solo per la definizione generale, ma per analizzare nel dettaglio come questo vada a distinguere i disturbi citati. In questo manuale, la pedofilia è, infatti, distinta dalla parafilia e dalle parafilie sessuali. Il disturbo pedofilico va, perciò, considerato come un interesse sessuale a dir poco atipico, che si presenta come una persistente e intensa attrazione verso quei soggetti collocabili nella fascia di età pre-puberale e/o adolescenziale, senza che necessariamente il carnefice possieda disagi psichiatrici. Va aggiunto anche il fatto che tale abuso è perpetrato su minori che non sono mai consenzienti e del tutto consapevoli di ciò che stanno subendo. La parafilia è, invece, un continuo e penetrante interesse sessuale, anch’esso acuto, verso oggetti, situazioni e persone non consenzienti. Questa sfocia in disturbo parafilico quando tali fantasie e atteggiamenti fanno emergere un disagio clinicamente significativo nel soggetto, tanto da causare una compromissione funzionale e provocare danni a terzi. Le parafilie più comuni, a parte la pedofilia, sono qui riassumibili in feticismo, esibizionismo, voyerismo, frotteurismo, masochismo, sadismo e travestitismo.
Secondo una prospettiva più psicoanalitica, la pedofilia è associata anche a una forma di perversione, che si palesa come una difesa psichica oltre che come fissazione psicosessuale e per il quale l’oggetto sessuale atipico è necessario a proteggere l’IO da quelle forme di angosce più profonde (Crisafi, Trunfio, & Bellissimo, 2010).
L’avvento della tecnologia e, in particolar modo, dell’informatica ha comportato un brusco aumento del fenomeno e delle patologie psichiatriche fino ad ora trattate. Ad esempio, i pedofili hanno un più facile accesso al materiale di tipo pedopornografico. La ricerca di materiali pedofilici e a sfondo sessuale è conosciuta come CSAM (Child Sexual Abuse Material) e ha dato vita anche a nuove strategie di adescamento. Di queste si possono ricordare il grooming online, che è coadiuvato purtroppo anche dal Deep Web. Il reo attiva, dunque, una raffinata manipolazione psicologica della vittima che fa sì che siano sfruttati i media e i video games per instaurare con quest’ultima una relazione di fiducia, andandovi a erodergli gradualmente le difese personali. Tutto questo, spesso, promuove anche lo sviluppo di community di pedofili, che stringono legami per lo scambio di materiale erotico e, nelle situazioni più gravi, anche dei malcapitati medesimi (Wefers et al., 2024).
I profili di questi abusanti si caratterizzano per tratti identitari comuni, tra cui la mancanza di empatia e forme di distorsioni cognitive, come è stato possibile evidenziare già da un punto di vista prettamente criminologico. Nello specifico, ritorna necessario approfondire, ancora una volta, il deficit di empatia cognitiva e affettiva che conduce inevitabilmente l’individuo a non essere in grado di percepire quanto dolore e quali danni ha arrecato alla vittima. Allo stesso modo, le distorsioni cognitive sono il prodotto di un vuoto emotivo, a cui seguono meccanismi di giustificazione, tra cui quelle secondo cui il bambino fosse stato consenziente e l’atto abusante fosse in realtà una forma di educazione affettiva (Galvano & Figna). Tutto questo è necessario all’abusante per placare i sensi di colpa e mantenere integra e accettabile l’idea di sé. Tali meccanismi sono parte del ciclo della violenza, dove l’abusante è stato a sua volta vittima di traumi pregressi, seppur ciò non giustifica il comportamento scorretto e imputabile (Galvano & Figna).
Le conseguenze sulle vittime sono a dir poco devastanti e i traumi che ne conseguono sono multifattoriali e complessi. Tra le principali ripercussioni vi sono la frammentazione dello sviluppo della personalità, le profonde difficoltà nella gestione della propria sessualità futura e la paura nella costruzione di legami sociali. E ancora, le vittime tendono a manifestare comportamenti dissociati e di distacco emotivo prodotti dalla ferita psicologica, emotiva e fisica subita e che comportano un’impossibilità dell’equilibrio funzionale (Crisafi, Trunfio, & Bellissimo, 2010).
Ad oggi sono attivate specifiche azioni su un duplice binario, quali il legislativo e il trattamentale. Ivi si possono, infatti, citare documenti di protezione del minore, come la Convenzione di Lanzarote, e le leggi nazionali relative allo schema sanzionatorio e tutelativo oltre che i programmi di riabilitazione. A tal proposito si può affermare anche l’importanza applicativa dell’esperienza più internazionale, come la Sozialtherapie tedesca, che dimostra come un trattamento terapeutico intensivo per i sex offenders, concentrato sulla gestione degli impulsi e sulla ristrutturazione cognitiva risolutiva alla riduzione del rischio di recidiva (Rigoni, 2022).
Pertanto, l’aspetto più saliente rimane comunque la prevenzione primaria condotta rispetto a un’educazione all’affettività che garantisca ai minori la loro presa di coscienza sui confini e limiti del rispetto e che aiuti i genitori a essere oculati sulle potenziali insidie, soprattutto nel web.
Si giunge, d’altro canto, a riconoscere che diagnosi, disturbo e tutela sociale convergono tra loro e non possono essere considerati separatamente. Questo terribile fenomeno va, di conseguenza, affrontato anche mediante un atteggiamento che rileva il grado di fragilità della testimonianza e della pericolosità sociale. È qui che entra in campo l’analisi della psicologia giuridica, in grado di analizzare ampiamente i costrutti psicopatologici osservati nelle evidenze più peritali e negli strumenti di valutazione del contesto processuale e/o carcerario.
BIBLIOGRAFIA
Crisafi, M., Trunfio, E., & Bellissimo, L. (2010). Pedofilia: disciplina, tutele e strategie di contrasto. Giuffrè Editore.
Di Marina Crisafi, Eugenia Trunfio, Luisa Bellissimo. Pedofilia: disciplina, tutele e strategie di contrasto Giuffrè Editore.
Dottorando DARIO ITEM , Tutor Ch.mo Prof. PAOLO VENEZIANI, Coordinatore Ch.mo Prof. ALBERTO CADOPPI (2009)
DOTTORATO DI RICERCA IN DIRITTO PENALE XXI CICLO IL REATO DI ATTI SESSUALI CON FANCIULLI SECONDO L’ART. 187 DEL CODICE PENALE SVIZZERO.
Galvano, D. F., & Figna, D. F. Comprendere, Prevenire, Agire L’Analisi comportamentale come chiave per affrontare le complessità dei comportamenti disfunzionali.
Rigoni, C. (2022). Il trattamento terapeutico per i sex offenders in Germania: la Sozialtherapie. BioLaw Journal–Rivista di BioDiritto, (4), 177-194.
Wefers, S., Dieseth, T., George, E., Øverland, I., Jolapara, J., McAree, C., & Findlater, D. (2024). Understanding and deterring online child grooming: A qualitative study. Sexual Offending: Theory, Research, and Prevention, 19, e13147.
SITOGRAFIA
https://www.adir.unifi.it/rivista/2004/furfaro/cap3.htm#h1 </span
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