L’Asia sta tracciando una via di sviluppo convergendo sulla completa elettrificazione dei propri sistemi industriali, commerciali e civili. Non si tratta più soltanto di una virtuosa transizione ecologica per ridurre le emissioni, bensì di un imperativo categorico di sicurezza nazionale e di competitività macroeconomica. A puntare l’attenzione su questo scenario è il rapporto del think thank Ember, intitolato Electric Asia. Il continente sconta da sempre una profonda asimmetria geografica: il territorio asiatico possiede appena il 4% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale. Questa scarsità cronica ha costretto l’intera area geografica a importare ogni anno l’equivalente di circa 975 miliardi di euro in combustibili fossili, una cifra enorme che da sola rappresenta il 62% delle importazioni globali di fonti fossili e drena oltre il 3% del prodotto interno lordo dell’intera area geografica.

La vulnerabilità strutturale di questo modello è emersa a seguito dei ripetuti shock geopolitici che hanno colpito le catene di approvvigionamento negli ultimi anni. Nel corso del 2024, il continente ha acquistato il 45% del proprio greggio e il 30% del proprio gas naturale liquefatto dai mercati del Medio Oriente, rendendo la stabilità economica regionale costantemente appesa a un filo, come dimostrato dai timori legati al blocco parziale o totale dello Stretto di Hormuz. Le conseguenti impennate dei prezzi e le periodiche interruzioni delle forniture hanno convinto i policy maker asiatici a cambiare radicalmente strategia, dando vita a un nuovo paradigma che vede nella tecnologia elettrica il pilastro fondamentale della propria indipendenza economica.
Asia, sorpasso storico sui mercati occidentali
Il dato che emerge con maggiore evidenza dall’analisi è la rapidità disarmante con cui sta avvenendo questo cambiamento di rotta. Già nel 2016 l’Asia ha ufficialmente superato l’Occidente in termini di tasso di elettrificazione generale, e lo ha fatto registrando un livello di ricchezza pro capite che era pari a soltanto un quarto rispetto a quello dei paesi occidentali. Oggi la quota di energia finale coperta dall’elettricità nel continente asiatico si attesta al 26%, a fronte del 21% registrato in Occidente, con una velocità di incremento annuale che è ben 5 volte superiore rispetto a quella europea o nordamericana.
Questo fenomeno non è circoscritto alla sola superpotenza cinese, la quale ha comunque effettuato il proprio sorpasso sul blocco occidentale già nel lontano 2012. L’intero quadrante si sta muovendo all’unisono, seppur con modalità differenti.
Le nazioni del Sud-est asiatico hanno superato gli Stati Uniti per livello di elettrificazione nel 2023 e per quota di veicoli elettrici venduti nel 2024, mentre l’Asia meridionale ha scavalcato gli Usa per penetrazione dell’energia solare nel mix energetico fin dal 2022. Dal 2000 a oggi, l’Asia è stata la destinataria e la causa del 75% dell’intera crescita della domanda globale di energia elettrica, a dimostrazione del fatto che lo sviluppo industriale contemporaneo non è più indicizzato al consumo di barili di petrolio, ma alla disponibilità di chilowattora.
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Il monopolio della manifattura tecnologica
A supportare questa transizione epocale vi è una leadership industriale assoluta nel settore che gli analisti definiscono electrotech. L’Asia non è soltanto una fitta rete di consumatori di energia rinnovabile, ma è il vero e proprio fornitore monopolistico delle tecnologie che la generano. Attualmente, le fabbriche asiatiche producono oltre il 95% dei pannelli solari utilizzati a livello mondiale, l’85% delle batterie agli ioni di litio e il 75% delle turbine eoliche. Anche escludendo la Cina dal computo, il resto dell’Asia si posiziona stabilmente come il secondo produttore mondiale di componentistica per l’accumulo e di moduli fotovoltaici, surclassando la capacità produttiva congiunta di tutto il resto del pianeta.
La transizione interna è alimentata da investimenti di capitale imponenti, che riflettono un definitivo disinvestimento dalle fonti fossili. Il rapporto di spesa evidenzia come le risorse finanziarie allocate in Asia a favore delle tecnologie elettriche e rinnovabili siano ormai superiori al doppio rispetto a quelle destinate all’esplorazione e alla produzione di carbone, petrolio e gas. Questo trend è reso ancor più solido da una profonda e progressiva riduzione dei costi di produzione.
Nell’arco di soli cinque anni, le economie di scala e le innovazioni di processo hanno reso i sistemi che combinano impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo notevolmente più convenienti rispetto alla generazione termica tradizionale a carbone o a gas nella quasi totalità dei mercati regionali. Parallelamente, le automobili a trazione puramente elettrica hanno raggiunto la parità del prezzo d’acquisto rispetto ai veicoli endotermici in numerosi segmenti commerciali.
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Lo scudo elettrico a difesa dell’economia domestica
La nuova dottrina strategica promossa dai governi prevede l’implementazione immediata di quello che viene chiamato electro-shield, uno scudo protettivo che mira a blindare i bilanci statali dalle oscillazioni dei mercati internazionali delle materie prime. Gli obiettivi macroeconomici di lungo periodo legati a questa politica sono straordinariamente ambiziosi. L’elettrificazione su vasta scala dei trasporti su gomma consentirà di dimezzare le importazioni di petrolio della regione, generando risparmi netti stimati in oltre 265 miliardi di euro all’anno. La ricompensa finale per il completamento di questo percorso strategico si traduce nella concreta possibilità di trattenere all’interno del circuito economico asiatico circa 885 miliardi di euro all’anno, risorse finanziarie che in precedenza venivano costantemente drenate verso l’estero per pagare le forniture di combustibile e che ora possono alimentare un circolo economico virtuoso basato sull’innovazione interna.
Oltre ai benefici strettamente commerciali, la transizione energetica promette un impatto sociale e sanitario di proporzioni gigantesche per l’intera popolazione. Più del 70% dell’intero sistema energetico asiatico può essere convertito all’alimentazione elettrica sfruttando tecnologie commerciali già pienamente mature e disponibili sul mercato. Questo passaggio permetterà di abbattere drasticamente l’inquinamento atmosferico che attualmente affligge l’area, dove nove abitanti su dieci sono esposti quotidianamente a concentrazioni di polveri sottili superiori ai limiti massimi stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Dalla sostituzione delle cucine tradizionali a biomassa nei villaggi rurali alla decarbonizzazione dei distretti industriali urbani, la rivoluzione asiatica si prospetta come il più imponente programma di sanità pubblica e di stabilizzazione economica mai intrapreso nella storia moderna. L’Asia ha compreso che il futuro non si estrae dal sottosuolo, ma si produce in fabbrica, e si appresta a governare l’era elettrica globale.
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