La concomitanza, nella città di Roma, di iniziative che rilanciano la parola “remigrazione”, di mobilitazioni che pretendono di parlare «in difesa della vita» negando l’autodeterminazione delle donne e di soggetti politici che costruiscono consenso sulla gerarchia tra le persone non è casuale. Tutto si tiene: la pretesa di decidere quali corpi possano abitare lo spazio pubblico e quali debbano essere respinti, espulsi, trattenuti, rimossi e la volontà di controllare il corpo delle donne, la sessualità, la maternità, la libertà riproduttiva.
Si tiene l’idea che esistano vite degne di protezione e vite sacrificabili, famiglie riconosciute e relazioni da cancellare, persone da difendere e persone da consegnare alla paura, alla marginalità, alla violenza istituzionale.
La remigrazione, l’attacco al diritto d’asilo, il sostegno alle politiche di guerra, riarmo e bombardamento che distruggono vite, corpi, case, ospedali, scuole, territori e la libertà riproduttiva con la restaurazione di un modello patriarcale di famiglia, il razzismo istituzionale e la retorica della sicurezza appartengono alla stessa direzione politica: un progetto di mondo fondato sulla supremazia e sul controllo dei corpi, delle relazioni, della mobilità e delle risorse.
Selezione e disumanizzazione
È il disegno di un necrocapitalismo che produce valore attraverso esclusione, confinamento, sfruttamento, controllo delle frontiere, disciplinamento dei corpi femminili, devastazione dei territori e gerarchizzazione delle vite.
In questo quadro, la parola “remigrazione” è il tentativo di rendere presentabile un progetto di espulsione, selezione e disumanizzazione. L’entrata in applicazione del Patto europeo su migrazione e asilo segna, in questo senso, un passaggio politico gravissimo: il diritto d’asilo rischia di essere sempre più compresso dentro logiche di filtro, sospetto, selezione e respingimento, mentre alcune persone vengono amministrate come eccedenza, contenute ai confini e private di pieno accesso alla parola, alla protezione e alla giustizia.
Per le donne migranti, per le donne in fuga da violenza maschile, tratta, sfruttamento, matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, persecuzioni familiari e sociali, questo scenario significa maggiore esposizione alla violenza e minore possibilità di essere riconosciute come titolari di diritti.
Odio e paura
Allo stesso modo, la retorica “pro vita” non tutela la vita delle donne. La vita delle donne non è tutelata quando si ostacola l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, quando si colpevolizzano le scelte riproduttive, quando si impone un modello unico di famiglia, quando si pretende di sostituire alla libertà femminile un ordine morale fondato sull’obbedienza, sul controllo e sulla subordinazione.
Non c’è difesa della vita dove si nega la libertà. Non c’è protezione della famiglia dove si cancellano le differenze, le relazioni, le storie concrete delle persone. Non c’è sicurezza dove si alimentano razzismo, misoginia, omolesbobitransfobia e gerarchie sociali. Non c’è governo democratico della migrazione quando la protezione viene subordinata alla deterrenza e quando il diritto d’asilo viene trattato come un problema di ordine pubblico.
La direzione è chiara: un progetto di mondo disumano, in cui i diritti diventano privilegi concessi solo ad alcune persone; in cui il corpo delle donne torna a essere terreno di disciplina politica; in cui le persone migranti sono rappresentate come scarto; in cui la povertà, la vulnerabilità e la differenza vengono trasformate in colpa; in cui la democrazia viene svuotata dall’interno attraverso parole d’ordine violente, normalizzate e rese istituzionali.
È una visione vecchia, incancrenita, che puzza di odio e paura. Una visione fondata sul rifiuto dell’altra e dell’altro, sul terrore della differenza, sulla nostalgia di un ordine gerarchico che vorrebbe riportare indietro le relazioni, i diritti, i desideri, le libertà.
La libertà non nasce dai confini
Ma le giovani generazioni sono già altrove. Le ragazze e i ragazzi vivono ogni giorno relazioni, scuole, università, quartieri, linguaggi e pratiche attraversate dall’incontro, dalla pluralità, dall’integrazione concreta. Sono soprattutto le giovani e i giovani, insieme alle donne, a rifiutare questa concezione chiusa e violenta del mondo, perché sanno che la libertà non nasce dai confini, ma dalle relazioni; non nasce dall’obbedienza, ma dalla possibilità di scegliere; non nasce dall’odio, ma dalla giustizia.
A questo disegno oscuro si lega anche il disprezzo per l’ambiente. Lo stesso modello che tratta le persone come eccedenza tratta i territori come risorse da consumare, i corpi come strumenti da disciplinare, la natura come materia da sfruttare fino all’esaurimento.
Differenza Donna rifiuta questa visione.
La nostra pratica quotidiana accanto alle donne che subiscono violenza sessista e di genere, alle donne migranti, alle madri, alle ragazze, alle persone esposte a discriminazioni multiple ci dice ogni giorno che i diritti non sono mai divisibili. Non si può difendere la libertà delle donne senza difendere la libertà delle persone migranti. Non si può contrastare la violenza sessista e di genere se si alimenta una cultura politica fondata sul possesso, sull’esclusione e sulla gerarchia. Non si può parlare di vita mentre si costruiscono dispositivi di controllo sui corpi e sulle esistenze. Non si può difendere il futuro senza difendere il Pianeta.
Per questo denunciamo con forza la saldatura tra razzismo, sessismo, capitalismo predatorio, devastazione ambientale e autoritarismo che attraversa queste mobilitazioni e che trova sponde anche nelle politiche europee di restringimento della protezione internazionale. Siamo dinanzi a una strategia culturale e politica che vuole riportare indietro il paese e l’Europa, annullare gli spazi di libertà, colpire l’autodeterminazione, cancellare le conquiste femministe e indebolire i principi di uguaglianza, solidarietà e dignità.
Una nuova resistenza democratica
La risposta deve essere netta. Donne e giovani, in primo luogo, ma insieme a loro tutte e tutti coloro che non accettano un mondo fondato sulla paura, sulla gerarchia e sull’esclusione, devono sentirsi chiamate e chiamati in prima persona. Questa è una nuova resistenza democratica, femminista e transfemminista, antirazzista, ecologista e sociale. Non riguarda solo chi è direttamente colpita o colpito oggi: riguarda la forma stessa della convivenza, il futuro delle libertà, la possibilità di costruire una società non fondata sul dominio.
La vita che difendiamo è la vita libera dalla violenza, dal ricatto, dal controllo, dalla povertà, dal razzismo, dalla paura. È la vita delle donne che scelgono. È la vita delle persone migranti che hanno diritto a esistere, restare, chiedere protezione, costruire relazioni e futuro. È la vita delle bambine e dei bambini che devono crescere in una società capace di cura. È la vita democratica di una comunità che non accetta gerarchie tra esseri umani.
Differenza Donna continuerà a stare dalla parte della libertà, dell’autodeterminazione, della giustizia sociale, della giustizia ambientale e della dignità di tutte e tutti. Contro ogni progetto di mondo disumano, affermiamo un’altra idea di società: femminista e transfemminista, antirazzista, ecologista, democratica, solidale.
Prendiamo parola e invitiamo a prendere parola. Contraddiciamo ogni discorso che normalizza l’espulsione, il controllo, la subordinazione, la guerra, il razzismo, la violenza contro le donne e la devastazione del Pianeta. Non lasciamo che queste parole diventino senso comune, che queste politiche diventino destino, che questa visione disumana si presenti come inevitabile.
Solleviamoci. Con le parole, con le pratiche, con la presenza, con la partecipazione, con la solidarietà. Solleviamoci insieme, perché nessuna libertà è al sicuro se viene negata a qualcuna o a qualcuno.
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