il pressing del sindacalista sull’indotto Hitachi Rail


REGGIO CALABRIA C’è una frase, captata dagli investigatori della Dda di Reggio Calabria, che fotografa meglio di qualsiasi altra il metodo di Maurizio Chiarolla, il sindacalista della Confsal-Fismic finito ieri in carcere insieme a Salvatore Aricò e Roberto Puglia. I tre sono stati arrestati dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Claudia Colli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Borrelli. L’accusa, a vario titolo, è di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Chiarolla, nelle intercettazioni, sta telefonando a Nicola Pettinato, consulente della Phoenix Logistic, società dell’indotto Hitachi Rail. Vuole sapere perché i lavoratori della sua area sindacale non vengono presi in considerazione per le assunzioni. Il tono non è quello di una richiesta. È quello di chi si sente creditore: «e non ci tieni presenti? perché? che fai?».
Quella telefonata è solo una delle tante. Per mesi, tra l’autunno del 2024 e il febbraio del 2025, Chiarolla ha tempestato di chiamate i vertici della Phoenix, inviato curricula via WhatsApp, preteso incontri, evocato scioperi. Un pressing continuo, documentato dalle intercettazioni, che il gip Claudia Colli descrive con parole nette nell’ordinanza che ha portato al suo arresto: un soggetto che «non si limita a svolgere ordinaria interlocuzione sindacale, ma pretende di incidere direttamente sulle scelte organizzative dell’impresa, rivendicando una sorta di prerogativa nella selezione del personale e reagendo con crescente pressione e finanche aggressività alla mancata considerazione dei nominativi segnalati».

I curricula, gli accordi, le promesse mancate

Il rapporto tra Chiarolla e la Phoenix Logistic viene ricostruito dagli inquirenti attraverso una sequenza di contatti che si snoda per mesi. Il 25 novembre 2024 Chiarolla chiama Pettinato per avere conferma di una prossima tornata di assunzioni nello stabilimento. Ottenuta una rassicurazione generica, non si accontenta: vuole poter «mandare qualcuno» ai colloqui. Pettinato frena, spiega che i tempi non sono ancora definiti, ma ricorda di aver già ricevuto in passato curricula inviati da Chiarolla o da suoi sodali — tra cui quello del nipote di Salvatore Aricò, coindagato nell’inchiesta, trasmesso via WhatsApp nell’aprile del 2024. Il giorno dopo è Pettinato a richiamare. Chiarolla lo accoglie con un rimprovero: «dopo che abbiamo fatto accordi… tu mi tratti male… fai le assunzioni e manco ci tieni presente… l’amicizia…». Nella stessa giornata invia via WhatsApp un altro curriculum. Non si limita a segnalare: si inserisce direttamente nel processo di selezione. Il 29 novembre torna a chiamare. Pettinato gli spiega che la Phoenix non sta assumendo, sta solo costruendo una lista di candidati per il futuro. Chiarolla replica accusandolo di aver fatto accordi con gli altri sindacati escludendo il suo. A dicembre prova a organizzare un incontro di persona, che non si concretizzerà mai. Prima di Natale, chiudendo una conversazione con Pettinato, gli promette una bottiglia di vino «che non te la meriti, ma te la do lo stesso» — una sottigliezza che gli investigatori leggono come l’espressione di un rancore trattenuto.

Lo strappo di febbraio

La rottura definitiva arriva nel febbraio 2025. Il 10 del mese Aricò informa Chiarolla che la Phoenix ha convocato un incontro con i sindacati confederali — Cisl, Uil, Cgil — e con Confindustria, escludendo la Confsal-Fismic. Per Chiarolla è la conferma di essere stato tagliato fuori. Tenta di raggiungere Pettinato senza successo. Chiama allora direttamente il direttore di Confindustria Vibo Valentia, Anselmo Ascenzio Pungitore, e annuncia uno sciopero per il giorno successivo. Pungitore prova a calmarlo, gli suggerisce di tentare prima un confronto diretto con l’azienda. Chiarolla non ne vuole sapere: rivendica che il suo sindacato sia «la prima organizzazione» all’interno della Phoenix e pretende che questo venga riconosciuto. Poi aggiunge, in una conversazione con Aricò, che lascerà Pettinato «morire tutto il giorno» nell’incertezza prima di richiamarlo — una forma di pressione psicologica calcolata. Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, Chiarolla apprende che Hanaman e Labate si erano incontrati con Pettinato a Vibo Valentia. Quella sera convoca i sodali e organizza la riunione operativa che, secondo il gip, ha preceduto gli incendi della notte.

Il nodo delle assunzioni come strumento di potere

Sullo sfondo di questa vicenda c’è una questione più ampia, che l’ordinanza tratteggia con chiarezza. Lo stabilimento Hitachi Rail di Reggio Calabria è un polo produttivo di rilievo, con un indotto fatto di società in appalto e subappalto. Le assunzioni, in un territorio con alti tassi di disoccupazione, rappresentano una risorsa contesa — e il controllo su chi entra a lavorare si traduce in deleghe sindacali, quote sugli stipendi, radicamento sul territorio. È in questa cornice che il gip legge il movente di Chiarolla: non una rivalità personale, ma la difesa di una posizione di potere economico e organizzativo. Un potere che, quando ha rischiato di sgretolarsi, avrebbe cercato di recuperare con il fuoco.

L’ombra della ‘ndrangheta e il metodo mafioso

L’inchiesta richiama un precedente inquietante. Nell’ordinanza viene citato il collaboratore di giustizia Sebastiano Vecchio, ex appartenente alle forze dell’ordine e soggetto interno alla cosca Serraino. Secondo quanto si legge nel provvedimento, Vecchio «descriveva le dinamiche di potere relative alle assunzioni all’interno dello stabilimento, indicando un controllo esercitato dalle cosche del territorio (in particolare, le cosche Serraino e Labate) e individuando specificamente alcuni sindacalisti quali referenti dei rispettivi interessi criminali». Sempre secondo le dichiarazioni del collaboratore, rese in sede di interrogatorio il 27 novembre 2020, «il potere relativo alle assunzioni costituirebbe una proiezione dell’influenza mafiosa, anche con ricadute sul piano politico». A questo si aggiunge un passaggio dell’ordinanza che non può passare inosservato. Il gip scrive che «vengono richiamati altri elementi, emersi in diversi procedimenti, che attesterebbero i contatti di Chiarolla con esponenti della criminalità organizzata (anzitutto interlocuzioni con Antonino Votano, soggetto indicato come organizzatore e dirigente della cosca Libri)». Nell’ordinanza si legge che «gli stessi P.M. non ritengono allo stato sufficienti i riscontri in ordine all’intraneità di Maurizio Chiarolla alla cosca Labate». Ciò non toglie che nel capo di imputazione compaia l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, quella che riguarda l’uso del metodo mafioso o la finalità di agevolare un’associazione di stampo mafioso. Una norma che, come chiarisce il gip richiamando la giurisprudenza della Cassazione, non richiede la prova dell’appartenenza formale a un sodalizio criminale. È sufficiente che la condotta evochi la forza intimidatrice tipica delle consorterie mafiose, generando nelle vittime quella soggezione e quella omertà che sono il marchio dell’agire ‘ndranghetistico. Bruciare l’auto di un sindacalista rivale nel cuore della notte, a Reggio Calabria, non è un gesto qualsiasi. È un messaggio che si propaga ben oltre le vittime dirette, raggiungendo l’intera platea di lavoratori, imprenditori e rappresentanti sindacali che gravitano attorno allo stabilimento. Ed è proprio questa capacità di generare assoggettamento diffuso che il gip ritiene sufficiente a configurare il metodo mafioso. L’azione intimidatoria, scrive il giudice, mirava non a una «mera ritorsione personale», bensì all’imposizione di una posizione dominante sulla gestione delle assunzioni e dell’intero assetto dell’appalto connesso allo stabilimento Hitachi: un settore economico localmente rilevante, sul quale qualcuno avrebbe voluto esercitare un controllo senza più dover chiedere il permesso a nessuno. (redazione@corrierecal.it)

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 Redazione Corriere

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