Mia madre, Angela Belluschi, soffre da tempo di una forma acuta di Alzheimer, ed è ormai un punto di riferimento dell’arte terapia nel contrasto con questa malattia e varie forme di demenza gestite e curate al di fuori di contesti istituzionalizzati e ospedalizzati. Insieme realizziamo forme artistiche che esprimono ciò che non si può spiegare e disegniamo con la presenza di due assistenti: Nora Romero e Johanna Aguilar.
I disegni di mamma vengono pubblicati sempre con i miei articoli e studi e saggi in portali e riviste web a livello internazionale, tra cui FarodiRoma, che si occupano di pace e diritti umani e denunciano le ingiustizie globali.
Purtroppo la sanità pubblica viene sempre più penalizzata a discapito dei pazienti per inviare armi in Ucraina e in Israele e per alimentare l’economia della morte e della guerra e del genocidio. Le attività di mamma sono un autentico esempio per riuscire a “creare pace” con le poche risorse disponibili.
Nel panorama politico contemporaneo, assistiamo a una paradossale e violenta inversione dei compiti ontologici dello Stato sociale. Le istituzioni pubbliche, nate storicamente per garantire il diritto alla salute, alla dignità e alla tutela delle vulnerabilità, si trovano progressivamente svuotate della loro linfa vitale. Questo declino non è il frutto di una casuale scarsità di risorse, bensì di una precisa scelta geopolitica: il trasferimento sistematico di capitali pubblici dall’economia della cura all’economia della morte. La sanità e il welfare vengono sacrificati sull’altare di complessi militari-industriali-energetici globali, giustificando il disinvestimento sociale con la necessità di alimentare conflitti internazionali, l’invio di armamenti e il mantenimento di equilibri di potere che si traducono, nei fatti, in stragi umanitarie e logiche di sterminio. In questo contesto, la fragilità umana – in particolare quella legata a patologie neurodegenerative come l’Alzheimer e le varie forme di demenza – cessa di essere un terreno di investimento etico e diventa, per il sistema istituzionale, un costo da ridurre o isolare.
La de-istituzionalizzazione della cura e la burocratizzazione del dolore.
La risposta standardizzata del sistema sanitario neoliberista alla demenza si consuma dentro contesti ospedalizzati e istituzionalizzati, spazi che spesso tendono alla spersonalizzazione e alla mera gestione bio-contenitiva del paziente. Quando la cura viene privata dei fondi necessari, l’istituzione si irrigidisce, trasformando il malato in un numero e il dolore in una pratica burocratica. È in questo interstizio di abbandono che si colloca la necessità radicale di una prassi terapeutica esterna, autogestita e comunitaria. Sottrarre il paziente affetto da demenza all’algido isolamento clinico significa compiere un atto di disobbedienza civile.
Significa affermare che la vita emotiva e intellettiva non termina con la perdita della memoria lineare, ma si sposta su un altro piano dell’essere. La presenza di un nucleo di supporto, che unisce legami filiali e assistenti dedicate, non rappresenta semplicemente un surrogato del welfare mancante, ma configura un micro-sistema politico alternativo: una cellula di mutuo soccorso che oppone la logica della presenza e dell’ascolto alla logica dell’abbandono di Stato.
L’estetica del non-dicibile: Il disegno come linguaggio preverbale
La demenza e l’Alzheimer erodono il linguaggio logico e formale, quel codice standardizzato che la società utilizza per determinare la produttività e la “validità” di un individuo. Quando la parola si spegne, il sistema tecnocratico decreta la fine sociale del soggetto. Tuttavia, l’espressione artistica dimostra la fallacia di questo assunto. Il disegno e la forma plastica diventano canali di una comunicazione preverbale e postrazionale, capaci di esprimere ciò che l’architettura logica del linguaggio non può più contenere. Il tratto grafico, il colore e la forma non sono semplici attività ricreative, ma veri e propri atti epistemologici.
Nel momento in cui il paziente traccia un segno sul foglio, riafferma la propria presenza nel mondo, esteriorizza un vissuto interiore che sfugge alla catalogazione clinica e produce senso. Questa produzione di senso, che non si cura del profitto né dell’efficienza, è l’esatto opposto della razionalità bellica. La guerra richiede standardizzazione, obbedienza e distruzione dei corpi; l’arte della cura richiede invece l’accoglienza dell’irripetibile unicità di un corpo e di una mente vulnerabili.
La pubblicazione internazionale come contronarrazione politica
I prodotti di questa estetica della fragilità non possono e non devono rimanere confinati nella sfera privata del focolare domestico o della cartella clinica. Quando i disegni nati dal silenzio della demenza vengono integrati all’interno di saggi, articoli e studi accademici diffusi su portali internazionali dedicati alla pace e ai diritti umani, si compie un cortocircuito semantico di straordinaria potenza. L’opera d’arte terapeutica cessa di essere un “sintomo” o un “manufatto clinico” e si trasforma in un manifesto politico. Essa offre una contronarrazione visiva che contrasta frontalmente le immagini di morte, distruzione e disumanizzazione che popolano i media mainstream globali. Mostrare la bellezza prodotta dalla mente di chi è considerato “improduttivo” dalla società capitalista significa denunciare l’assurdità di un sistema che preferisce finanziare ordigni di distruzione di massa piuttosto che preservare la fragile scintilla dell’intelletto umano.
Il saggio scientifico e il disegno terapeutico si fondono così in un’unica arma critica: la dimostrazione empirica che la pace non è un’astrazione diplomatica, ma una prassi quotidiana di preservazione della vita.
L’autentica economia della pace
In ultima analisi, il contrasto tra il sistema guerra e la prassi dell’arte terapia extraistituzionale svela la crisi valoriale della modernità. Da un lato, governi che investono risorse miliardarie nell’alimentare l’infrastruttura globale del genocidio e della devastazione; dall’altro, la resistenza micropolitica di chi, con pochissimi mezzi, crea spazi di espressione, dignità e pace. Questa resistenza dimostra che l’umanità si rigenera non attraverso la forza distruttiva delle armi, ma attraverso la capacità di prendersi cura della vulnerabilità estrema. Disegnare con e per chi soffre di demenza, documentare questo processo e offrirlo al mondo come chiave di lettura dei diritti umani significa tracciare una linea di demarcazione netta. È la scelta di non essere complici dell’economia della morte, dimostrando che anche con risorse minime, laddove subentra la volontà di riconoscere l’altro, è possibile edificare un’autentica, ostinata e rivoluzionaria architettura di pace.
Laura Tussi
Nelle foto: disegni di Angela Belluschi con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar
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