anatomia di un antifascismo in crisi con se stesso


Roma, 16 giu – C’è un modo superficiale, ma non per questo sbagliato, di leggere quanto accaduto sabato a Roma: limitarsi a dire che le contromanifestazioni contro il Corteo della Remigrazione non sono riuscite a oscurare la piazza avversaria. Sarebbe vero, ma insufficiente. Perché il dato politico più interessante non sta soltanto nel rapporto numerico o nella riuscita organizzativa delle singole mobilitazioni. Sta nella frattura che quella giornata ha reso visibile dentro il campo antifascista e antagonista. Partiamo da un fatto semplice, che basta da solo a inquadrare la posta in gioco: sabato 13 giugno, di fronte al Corteo della Remigrazione, il campo avversario non si è presentato come un fronte unico. Si sono mosse piazze separate, con percorsi e sigle distinte, e questa separazione non è un dettaglio organizzativo ma un dato politico che merita di essere letto in tutta la sua portata.

L’antifascismo spiegato dagli antifascisti

A segnalare questa frattura, oltre alla constatazione delle piazze separate, è intervenuto anche Acta Media, con un articolo dal titolo “Fuck remigration! Sì, ma come andiamo oltre lo slogan?“. Non parliamo di una struttura capace, da sola, di muovere masse o imporre una linea all’intero arcipelago della sinistra radicale: Acta Media conta poco come forza organizzativa diretta, ma conta molto come sensore politico. È uno di quei nodi militanti che non si limita a raccontare un ambiente: prova a interpretarlo, orientarlo, fornirgli linguaggio e autocoscienza. Per questo il suo intervento va preso sul serio per inquadrare un disagio che, evidentemente, attraversa realmente quella galassia. Il testo, va detto, non parla affatto di un fronte diviso in due linee politiche contrapposte. Il pezzo di Acta Media pone una domanda più di metodo che di linea: di fronte al tentativo della destra radicale di costruire una “occupazione simbolica e materiale dello spazio urbano”, che senso ha rispondere con mobilitazioni “parallele, frammentate, centrate soprattutto sulla propria autoaffermazione“? La critica si rivolge esplicitamente alla tendenza a ricodificare ogni giornata di piazza come “successo” indipendentemente dalla sua reale capacità di modificare i rapporti di forza, e richiama l’esperienza delle mobilitazioni di fine settembre attorno al “blocchiamo tutto”, di cui denuncia la difficoltà a tradursi in continuità organizzativa. La conclusione del pezzo è netta: occorre tornare a nominare la lotta di classe nelle sue forme contemporanee, non come slogan ma come pratica materiale radicata nei territori, nei lavori, nelle vite, perché solo da lì l’antifascismo può tornare a essere “una forma di organizzazione del conflitto” e non una semplice postura.

Cosa significa davvero “vincere” una mobilitazione?

Resta comunque un riscontro a un punto reale: tra le mobilitazioni che hanno marciato separate convivevano accenti diversi, tra chi ha insistito sulla cornice antifascista in senso proprio e chi ha inserito la giornata in una cornice più ampia di scontro con il governo. Non è una differenza da sovrastimare, perché tutte le sigle condividevano l’obiettivo immediato di contestare il corteo della Remigrazione, ma è un dato che, letto insieme alla critica di metodo di Acta Media, aiuta a capire perché quella giornata abbia prodotto più di un’interpretazione su cosa significhi davvero “vincere” una mobilitazione. Perché la verità è che sabato la Remigrazione non è stata un dettaglio laterale ma il centro simbolico della giornata. Tutto il resto, comprese le risposte antifasciste, si è definito in rapporto a essa: lo dimostra il fatto che tre mobilitazioni distinte abbiano scelto, indipendentemente l’una dall’altra, di organizzarsi nello stesso giorno e nello stesso perimetro urbano per contestarla. L’articolo di Acta Media interviene esattamente in questo spazio, ma il suo bersaglio non è la pluralità delle sigle, bensì la logica dell’autorappresentazione: ci si convoca, ci si riconosce, si riafferma la propria appartenenza, si racconta la giornata come successo e si torna a casa senza chiedersi davvero quali rapporti di forza siano stati modificati. È una critica interna, non proprio moderata. Una critica di sinistra radicale alla sinistra radicale. Ma proprio qui sta il punto che ci interessa. Il fronte avversario fatica a tradurre la propria energia di piazza in continuità organizzativa.

L’immigrazione di massa come questione materiale

Ovviamente, la lettura di Acta Media si ferma a un passo da una domanda che il suo stesso impianto teorico dovrebbe porre. Se davvero si tornasse al conflitto sociale e ai “soggetti concreti che lo attraversano”, come scrive il pezzo, allora si dovrebbe iniziare a nominare anche l’immigrazione di massa come questione materiale. Non come feticcio identitario, non come ossessione propagandistica, ma come dispositivo concreto che incide sui salari, sulla casa, sul welfare, sulle scuole, sugli ospedali, sulla sicurezza, sulla tenuta comunitaria delle periferie. Bisognerebbe chiedersi chi paga il prezzo di quartieri trasformati in zone di scarico sociale. Bisognerebbe chiedersi chi trae vantaggio da una manodopera ricattabile, da salari compressi, da comunità disgregate, da una guerra tra poveri amministrata dall’alto. Bisognerebbe chiedersi perché grande capitale, progressismo urbano, burocrazie europee, associazionismo umanitario e antifascismo morale finiscano quasi sempre dalla stessa parte quando si parla di frontiere, accoglienza e cittadinanza. Qui, anche la sinistra radicale che vorrebbe riportare la sinistra radicale sui giusti binari si blocca. Vuole parlare di classe, ma senza toccare il dogma antirazzista. Vuole parlare di periferie, ma senza riconoscere che proprio le periferie sono state usate come laboratorio dell’immigrazione di massa. Vuole parlare di lavoro, ma senza nominare la concorrenza al ribasso. Vuole parlare di case popolari, ma senza affrontare il nodo della pressione sociale e demografica. Vuole parlare di anticapitalismo, ma continua a difendere uno dei principali strumenti del capitalismo.

L’antifascismo è egemone solo se manca volontà

Il 13 giugno ha costretto tutti a scegliere. Se la Remigrazione viene trattata soltanto come “fascismo” e “razzismo”, l’antifascismo resta nel suo rito: contropiazza, slogan, indignazione, autoriconoscimento — esattamente il limite che lo stesso Acta Media denuncia, pur senza spingersi a interrogare il nodo migratorio come problema materiale. Se invece viene trattata come questione sociale, allora il discorso cambia. Allora bisogna entrare nella carne viva della società. Bisogna parlare di lavoro povero, periferie abbandonate, servizi pubblici saturi, insicurezza quotidiana, salari schiacciati, identità popolari spezzate. E su questo terreno l’antirazzismo militante perde la sua comoda superiorità morale, perché deve rispondere alla domanda che evita da anni: chi paga davvero il costo dell’immigrazione di massa? Ma la giornata di sabato dice qualcosa anche a destra. Perché non ha smentito soltanto l’automatismo antifascista. Ha smentito anche il fatalismo di chi, anche nel nostro campo, ripete da anni che “loro sono sempre di più”, “loro controllano le piazze”, “loro hanno le reti”, “loro vincono comunque”. È una forma di resa preventiva mascherata da realismo. In realtà è subalternità. Loro sembrano sempre di più quando dall’altra parte manca una volontà politica organizzata. Sembrano invincibili quando nessuno contende davvero lo spazio. Sembrano egemoni quando la destra accetta di pensarsi come minoranza assediata, condannata a commentare, lamentarsi e sopravvivere.

La Remigrazione ha imposto il tema

Gran parte dell’attenzione mediatica mainstream si è concentrata sui cori del corteo popolare: da questi soggetti informativi non ci poteva aspettare altro del resto. Ma che questa cortina fumogena abbia oscurato la vista anche a destra, è preoccupante. Dopo tanti anni di dossieraggi, “inchiestoni” sulle trame nere e fakenews molti soggetti si sono fatti trovare incredibilmente impreparati alla prevedibilissima bordata sui cori fascisti. Perchè sabato il fatto politico più rilevante è stato un altro, molto più importante di qualsiasi “Duce duce”: la Remigrazione ha imposto il tema. Ha obbligato gli avversari a reagire, e a reagire su tre fronti separati. Ha costretto media, apparati militanti e forze politiche a posizionarsi. Ha mostrato che nessuna egemonia è eterna e che nessuno spazio urbano è perduto per sempre. Quando una parola d’ordine entra nel punto scoperto della società, quando riesce a legare sicurezza e lavoro, casa e comunità, confini e sovranità, identità e giustizia sociale, gli equilibri cambiano. La lezione quindi è doppia. L’antifascismo scopre che la sua postura non produce più automaticamente egemonia, ed è significativo che a dirlo non sia un osservatore esterno ma una voce del campo militante stesso. La destra dovrà capire che il vittimismo non produce potenza. Non basta denunciare il sistema, non basta lamentarsi degli apparati avversari, non basta ripetere che “loro” sono più forti. Occorre costruire presenza, radicamento, linguaggio, disciplina, continuità. Occorre smettere di rincorrere e iniziare a imporre il terreno dello scontro.

La Remigrazione non è una battaglia da moderati

Inutile dire che se l’antifascismo non sa dove andare a sbattere la testa, non saremo noi a indicargli la strada. Ci limitiamo a constatare che sulla patina di vittoria che stendono su ogni loro manifestazione, c’è più opacità che luce. E questa constatazione ci deve aiutare, una volta di più, a capire la portata storica di una battaglia come la Remigrazione. Chiariamoci: anche a destra la tentazione di dividersi tra “puri” e “ultras” è sempre dietro l’angolo, e lo abbiamo visto anche dopo sabato quando molti influencer, commentatori e comunicatori, dall’alto delle proprie vette, hanno fatto a gara nel prendere le distanze da alcuni cori sentiti durante il corteo. “Così non piacciamo ai moderati”, “così non si va da nessuna parte”, “questo è un favore alla sinistra”. Ma la verità è che una proposta politica non può essere separata dal tipo umano che deve portarla avanti con le proprie gambe. A chi dovrebbe essere affidata la Remigrazione? A Piantedosi, Salvini o Tajani? A chi ha costruito la sua popolarità sulle pose e le parole politicamente scorrette ma poi si trasforma in bacchettone? Come ha ricordato Francesco Boco su queste colonne, “ogni tornante storico decisivo è attraversato almeno da una grande domanda, da una grande tendenza, che deve essere compresa in tutta la sua portata”. Il flusso palesatosi sabato non può e non deve essere arrestato.

Sergio Filacchioni




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