Riflettendo sulle politiche abitative per le persone con disabilità, il problema non è che nelle case famiglia, o nelle piccole strutture, le persone con disabilità non riescano ad adattarsi ed anche essere felici, il problema è che dovremmo smettere tutti e tutte di pensare che le persone con disabilità debbano vivere in luoghi speciali, distinti da quelli del resto della popolazione, esattamente per gli stessi motivi per i quali abbiamo abolito le classi differenziali.
«Ogni tanto qualcuno rispolvera una vecchia idea e la presenta come una soluzione innovativa – ha scritto qualche giorno fa Daniela Mignogna, referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti), in un articolo pubblicato sulla testata «Superando»[1] –. È il caso della proposta di creare classi separate per gli studenti e le studentesse con disabilità. Un’idea che, dietro parole apparentemente rassicuranti, nasconde una realtà molto semplice: la segregazione». «Le classi differenziali non furono superate per un capriccio ideologico – prosegue poco più avanti Mignogna, mentre io sto già pensando di dedicarle un monumento –. Furono abolite perché rappresentavano un fallimento educativo e umano. Separavano, etichettavano e condannavano molti studenti a sentirsi “cittadini di serie B”. Oggi riproporre modelli simili significa ignorare decenni di progresso culturale e civile». Il riferimento è chiaramente alle dichiarazioni di un certo personaggio politico, che in realtà non sono tanto recenti (infatti risalgono al 2024), ma che sono tornate d’attualità perché il personaggio ha deciso di fondare un nuovo partito. Quello di Mignogna è solo uno dei tanti commenti per lo più orientati a riaffermare che le attuali carenze nell’inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità – che pure ci sono – vanno affrontate «investendo, sostenendo e includendo» nella scuola (uso ancora le parole di Mignogna), e non certo dividendo le persone con disabilità dalle altre perché, appunto, la separazione è la base della segregazione.
Mentre leggo il testo di Mignogna sperimento sensazioni ambivalenti. Da un lato leggerezza e gioia, perché mi dico che beh, se qualcuno mette in discussione i fondamenti dell’inclusione scolastica, la nostra società ha sviluppato sufficienti anticorpi per reagire. Da un altro lato però provo tristezza e disappunto, perché la stessa società che si attiva per impedire che i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze con disabilità crescano e si formino in luoghi separati, invece tollera senza quasi battere ciglio che il loro “destino abitativo”, da adulti, possano essere le case famiglia o altre strutture residenziali e semiresidenziali variamente denominate. Allora la domanda è: perché ci disturba che le persone con disabilità studino in luoghi separati, ma ci sembra del tutto normale che vivano il resto della loro vita in luoghi speciali?
Da circa un anno, attraverso il Centro Informare un’h (per cui lavoro), sto rivendicando la fine dell’istituzionalizzazione[2], perché essa si configura come una pratica discriminatoria basata sulla disabilità del tutto incompatibile con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Questa, ci tengo a precisarlo, non è una mia interpretazione, ma quella fornita dall’autorità preposta a dare indicazioni sull’applicazione della Convenzione ONU, il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità[3].
Ho scritto tanti articoli su questo tema, non so bene quanti. Molti soggetti (associazioni, reti, coordinamenti, comitati, ecc.), singole persone, famiglie, operatorie e operatrici, studiosi e studiose si sono ritrovati in questa rivendicazione. Altri e altre no. Faticano maggiormente ad abbandonare la prospettiva istituzionalizzante alcuni genitori – spesso convinti che l’alternativa alla struttura sia l’abbandono[4] –, ed ovviamente chi gestisce e/o lavora in dette strutture. Le loro repliche non affrontano mai aspetti giuridici, il che è comprensibile perché, avendo l’Italia ratificato la Convenzione ONU[5], e non potendo questa essere contraddetta da norme ordinarie, si ritrovano a dover fare i conti con i divieti[6] posti dalla Convenzione stessa su questa materia. Allora tentano di proporre altre argomentazioni (anche se non capisco come si possa sorvolare sui divieti della Convenzione). All’ultimo mio testo sul tema[7], ad esempio, una persona, sui social, ha commentato così: «Ci sono persone che a casa loro non possono vivere. Perché una casa non ce l’hanno. E ci sono strutture o case famiglia che fanno vivere felici le persone con disabilità, collaborando insieme nel percorso di vita, nella loro quotidianità».
Provo a decostruire queste affermazioni. Se una persona con disabilità non può vivere in casa propria perché una casa non ce l’ha, allora lo Stato dovrebbe trovargliene una che sia accessibile e di gradimento della persona – ad esempio una casa popolare –, e fornire a questa persona tutti i supporti necessari per viverci, da sola o in compagnia di persone scelte da lei. Poiché i soldi per vivere in struttura lo Stato li stanzia, e di solito vivere in struttura comporta un costo di centinaia di euro al giorno, quella stessa somma può essere impiegata per far vivere la persona dove, come e con chi preferisce. Vero è che nel sistema di welfare precedente alla riforma introdotta dalla Legge Delega 227/2021 in materia di disabilità, spostare i fondi da un capitolo di spesa ad un altro non era possibile. Ma ora questa rigidità è stata superata dal Decreto Legislativo 62/2024 (attuativo della legge Delega). Infatti esso, oltre a disciplinare il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato[8], quale dispositivo per garantire alla persona disabile il diritto «di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere»[9], ha anche previsto che il Progetto di Vita sia sostenuto dal budget di progetto[10]. Qui la cosa si fa interessante perché, tra le diverse disposizioni del decreto, figura anche questa: «Il budget di progetto è caratterizzato da flessibilità e dinamicità al fine di integrare, ricomporre, ed eventualmente riconvertire, l’utilizzo di risorse pubbliche, private ed europee»[11]. Insomma, se prima il problema era che per far vivere le persone disabili dove volevano loro c’era il vincolo che i fondi destinati all’istituzionalizzazione non potevano essere spostati per attuare un Progetto di Vita in un luogo diverso dagli istituti, case famiglia ecc., ora si tratta di esigere dalle Regioni che, possibilmente entro il 1° gennaio 2027 (data in cui il menzionato decreto entrerà in vigore su tutto il territorio nazionale), emanino delibere che permettano l’integrazione e l’interoperabilità nell’impiego delle risorse e degli interventi pubblici e, se disponibili, degli interventi privati[12], ed eventualmente la loro riconversione, se destinate ad altri capitoli di spesa.

Veniamo ora alla seconda questione: «ci sono strutture o case famiglia che fanno vivere felici le persone con disabilità, collaborando insieme nel percorso di vita, nella loro quotidianità». Per rispondere a tale obiezione torna utile fare un’analogia con l’ambiente scolastico. Se io metto un bambino o una bambina in una classe differenziata, questo bambino o questa bambina saranno infelici? Probabilmente no, faranno amicizia tra di loro, sentiranno di far parte di un gruppo, avranno modo di rispecchiarsi nelle loro similitudini. Infatti noi non abbiamo abolito le classi differenziali[13] perché gli alunni e le alunne disabili non socializzavano tra di loro, le abbiamo abolite perché abbiamo avuto la meravigliosa intuizione di comprendere che lo sviluppo umano è agevolato dal confronto con tutti gli aspetti della realtà. Si pone su questa stessa linea interpretativa anche Luca Grecchi, docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, che intervenendo su «Superando» sul tema delle scuole speciali[14], osservava come «nella vita, si impara principalmente dai problemi, ossia dal risolvere situazioni complesse. La realtà, inoltre, non è quasi mai costituita da ambienti uniformi. Per quale motivo allora, a scuola, si dovrebbe far finta che poi, nel mondo, non vi saranno persone con funzionamento differente, e che la vita sarà tutta una strada pianeggiante? Cosa penseremmo, in merito, di un allenatore di ciclismo che volesse far diventare il proprio allievo un campione nelle corse a tappe, ma ritenesse di farlo allenare solo in pianura, per non creargli problemi? Penseremmo, come minimo, che non se ne intende, perché nelle corse a tappe ci sono salite, discese, sterrati, per cui alle prime difficoltà l’allievo vi si scontrerebbe duramente, impreparato ad affrontarle. La scuola, educando in modo inclusivo, può invece formare per tempo alla vita reale».
Tornando al tema dell’abitare, il problema non è dunque che nelle case famiglia, o nelle piccole strutture, le persone con disabilità non riescano ad adattarsi ed anche essere felici, il problema è che dovremmo smettere tutti e tutte di pensare che le persone con disabilità debbano vivere in luoghi speciali, distinti da quelli del resto della popolazione, esattamente per gli stessi motivi per i quali abbiamo abolito le classi differenziali.
«Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini», è una frase attribuita a Frida Kahlo, la famosa pittrice brasiliana che attraverso l’arte raccontò anche la propria disabilità. Ed alla fine, anche in materia di politiche abitative per le persone con disabilità, il punto è proprio questo: continuiamo a disegnare confini invece di vedere orizzonti. (Simona Lancioni)
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[1] Daniela Mignogna, Classi differenziate? Un ritorno al passato che dovrebbe farci vergognare, «Superando», 10 giugno 2026.
[2] Si veda la campagna di sensibilizzazione denominata Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone, lanciata dal Centro Informare un’h il 20 giugno 2025.
[3] «L’istituzionalizzazione è una pratica discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità, contraria all’articolo 5 della Convenzione», è scritto al punto 6 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza, pubblicate dal Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità il 9 settembre 2022.
[4] Cosa non vera, come documentato anche da diverse pubblicazioni, segnalo, ad esempio: Il soggiorno obbligato. La disabilità fra dispositivi di incapacitazione e strategie di emancipazione, a cura di Ciro Tarantino, Collana: Percorsi, Bologna, il Mulino, 2024 (il testo è liberamente fruibile a questo link); Natascia Curto e Cecilia Maria Marchisio, I diritti delle persone con disabilità. Percorsi di attuazione della Convenzione ONU. Nuova edizione, Collana: Tascabili Faber / 329, Roma, Carocci editore, 2025.
[5] La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità è stata ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009.
[6] La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità vieta l’istituzionalizzazione in modo esplicito laddove impegna gli Stati che l’hanno ratificata ad assicurare che le persone con disabilità «non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione» (articolo 19, primo comma, lettera (a)), nonché a garantire «che l’esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà» (articolo 14, primo comma, lettera (b)).
[7] Simona Lancioni, L’istituzionalizzazione delle persone con disabilità e gli Enrichi del mondo, «Informare un’h», 14 giugno 2026.
[8] Articolo 18 del Decreto Legislativo 62/2024.
[9] Articolo 19, primo comma, lettera (a) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
[10] «L’attuazione del progetto di vita è sostenuta dal budget di progetto che è costituito, in modo integrato, dall’insieme delle risorse umane, professionali, tecnologiche, strumentali ed economiche, pubbliche e private, attivabili anche in seno alla comunità territoriale e al sistema dei supporti informali», è scritto all’articolo 28, primo comma, del Decreto Legislativo 62/2024.
[11] Terzo comma dell’articolo 28 del Decreto Legislativo 62/2024.
[12] Come stabilito dal secondo comma dell’articolo 28 del Decreto Legislativo 62/2024.
[13] L’Italia ha superato il sistema delle classi differenziali con la Legge 517/1977.
[14] Luca Grecchi, Le buone ragioni per non tornare alle scuole e alle classi speciali, «Superando», 17 aprile 2026.
Ultimo aggiornamento il 16 Giugno 2026 da Simona
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