Sulla libreria alle sue spalle era ben visibile un pugno rosso. È venuto a mancare Carlo Ginzburg (1939-2026), storico dell’Età Moderna, si occupava prevalentemente di Rinascimento con una prospettiva peculiare di ribaltamento delle narrazioni elitarie e identitarie che spesso aleggiano negli ambienti non contemporanei.
Figlio di Natalia Levi Ginzburg, deputata e scrittrice (1916-1991) e Leone Ginzburg (1909-1944), magnifica mente antifascista laica, non credente, fondatore di Giustizia e Libertà, e che ha contribuito alla diffusione della letteratura russa in Italia e benché nato a Odessa, nell’Ucraina del multietnico Impero russo del 1909 non era in realtà russo-lituano, come il padre legale Fëdor Nikolaevič Ginzburg, perché figlio naturale di Renzo Segre e Vera Levi.
Storico di grande qualità, ha avuto l’intuizione, molto forte negli anni ‘70 negli ambienti culturali universitari vicini ai movimenti studenteschi e ai sistemi socialisti e comunisti e tornata oggi di grande valore, proprio grazie alle ondate culturali sviluppate negli ambienti progressisti delle università statunitensi di decolonizzazione e cancel culture, che rimettono in discussione i vetusti sistemi storici europei, dando voce alle marginalità e a quelle individualità e insiemi collettivi che venivano escluse dalla storia elitaria, funzionale all’autonarrazione e autoconservazione sociale.
“I Benandanti” dei culti agrari e il “formaggio e i vermi” sul mugnaio Domenico Scandella appartenevano a quella tipologia di esclusi, marginalità della Penisola italiana recuperate attraverso un lavoro di tessitura storica, talvolta tentando di colmare i vuoti delle fonti con arte letteraria di metodologia non propriamente ortodossa, ma che ci consentono di apprezzare, nella tragicità delle vicende l’immaginario agrario e la complessità del pensiero di mugnai e contadini. Il suo studio sul Nicodemismo lascia notevoli tracce sui metodi di dissimulazione in rapporto a sistemi confessionali, dove il controllo e il disciplinamento erano in contrasto con il libero pensiero.
È stato senza dubbio uno dei massimi storici italiani del ‘900 benché non tutti i suoi lavori siano stati rigorosamente ancorati alle fonti metodologicamente, che si auspica nelle nuove generazioni di storici, ma non per questo la sua genialità letteraria di intellettuale critico viene meno. E le questioni di metodo vengono affrontate in “Il filo e le tracce”, pubblicato prima da Feltrinelli e recentemente riproposto dalla raffinata Quodlibet di Macerata nel 2023, fondamentale strumento epistemologico nell’approccio alle questioni inquisitoriali che dovrebbe essere testo di formazione di base per i giovani aspiranti storici laureandi e ricercatori.
È ambientato nell’Europa orientale in Età moderna uno dei suoi ultimi libri di particolare importanza: “Il vecchio Thiess” scritto con Bruce Lincoln e pubblicato prima a Chicago, dalla University press of Chicago e successivamente in Italia a Roma dalla casa editrice Officina Libraria nel 2022. Nel Baltico, dove la resistenza culturale al cristianesimo si mischia al folclore etnico. Il contadino Thiess, nel 1691 si identifica di fronte all’inquisizione in lupo mannaro, dio cane, protettore dei raccolti agricoli, ovvero recupera (realmente o per dissimulazione) quello che potrebbe essere il Simargl del folclore slavo, presentando la licantropia come un fenomeno ben lingi dal ruolo malefico bensì con una funzione apotropaica contro i malefici sui raccolti.
Un testo utile contemporaneamente a ribaltare la retorica “West and the rest” di una supponente superiorità culturale sia occidentale che abramitica, al ribaltamento sociale laddove è il contadino ad essere al centro della narrazione e non le ricche élite aristocratiche, e al ribaltamento culturale, dove la cultura agraria dell’Europa orientale moderna trova una forma d’espressione sull’imposizione e la sostituzione culturale chiesastica.
Ed è proprio sul tema dei riti agrari che attraversano, assimilati e criptati, la società cristiana, riemergendo poi nei casi inquisitoriali, che si evince lo sforzo di Ginzburg nei suoi studi storiografici che certo non possono essere pienamente apprezzati senza leggere il classico Ramo d’oro di James G. Frazer, La terra del rimorso di Ernesto de Martino e gli Slavi di Francis Conte, perché le impalcature storiche si costruiscono su fonti documentarie e strutture teoriche solide, più che su interrelazioni e interpretazioni personalistiche che spesso conducono ad elucubrazioni narrative funzionali all’identitarismo italiano-centrico. Spesso vengono messi in ombra dal sovrabbondante interesse per questioni ereticali, alcuni suoi scritti sull’arte rinascimentale che non vanno poi dimenticati e che sono utili a comprendere quanto la storia – quando non si riduce a onanismi ontologici o storico-storiografici autoriflessivi – sia sempre multidisciplinare.
Sebbene fosse lontano dalle analisi socioeconomiche di stampo quantitativo che consentono oggi le nuove tecnologie è stato certamente un esponente di alto rilievo della cultura storica italiana e lascia un enorme quantità di strumenti e percorsi che le prossime generazioni potranno indagare con ancor più ferreo rigore, nonché una serie di approcci di storia culturale e sociale di estrema attualità. È così che la doppia lente del Rinascimento e della contemporaneità filtrano le immagini senza cadere nell’errore della strumentalizzazione identitaria.
Benedetto Ligorio
Post-Doc, Discipline Expertise Early Modern History Sapienza Università di Roma.
Bibliografia:
Carlo Ginzburg – Bruce Lincoln, Il vecchio Thiess. Un lupo mannaro baltico tra caso e comparazione, Officina Libraria, Roma 2022.
Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce, Quodlibet, Macerata 2023.
Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi Torino 1982
Carlo Ginzburg, I benandanti, Einaudi, Torino 2002
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