La crisi idrica del fiume Po sta subendo un’accelerazione drammatica, con ripercussioni che colpiscono duramente l’area del Delta e minacciano di estendersi rapidamente agli altri principali bacini idrografici del Veneto e del resto d’Italia. Nel giro di pochissimi giorni, i flussi del Grande Fiume si sono letteralmente dimezzati, costringendo i consorzi di bonifica a misure d’emergenza per salvare le colture dall’ingressione salina.
Il quadro delineato dall’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) descrive una trasformazione strutturale della nostra rete idraulica, ormai priva delle storiche tutele naturali. La progressiva scomparsa dei ghiacciai alpini e la drastica carenza di manto nevoso in quota stanno infatti modificando la natura stessa dei fiumi italiani, privati del rilascio graduale e costante dell’acqua durante la stagione estiva.
L’effetto “grondaia” e il crollo della portata
“Con la scomparsa dei ghiacciai, i corsi d’acqua si stanno progressivamente trasformando in grandi grondaie, che fanno defluire rapidamente la pioggia verso il mare”, spiega con una metafora efficace Alex Vantini, Presidente di ANBI Veneto. “Siamo privi di quel rilascio costante garantito storicamente dalle riserve montane. La crisi, che interessa il Po, rischia a breve di estendersi agli altri fiumi del Veneto, a partire da Adige e Brenta”.
I dati idrometrici restituiscono l’esatta percezione della velocità dell’evento. All’inizio del mese di giugno, il flusso del Po registrato al rilevamento di Pontelagoscuro, nel Ferrarese, si manteneva saldo sopra i 1.000 metri cubi al secondo (mc/s). Una dotazione apparentemente rassicurante, figlia delle abbondanti piogge di inizio mese, che tuttavia si è letteralmente dissolta in appena dieci giorni.
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La portata è precipitata prima sotto la soglia critica dei 450 mc/s — il valore limite oltre il quale le barriere antisale poste sui rami del Po di Tolle e di Donzella perdono efficacia — per poi subire un ulteriore crollo nelle scorse ore, attestandosi sotto i 350 metri cubi al secondo. In assenza di un sistema strutturato di invasi in grado di trattenere le precipitazioni sul territorio, l’acqua piovana è defluita rapidamente verso l’Adriatico, lasciando i canali a secco.
Cuneo salino e idrografia nazionale in sofferenza
Nel Delta del Po la situazione è già di piena emergenza: l’acqua marina è risalita per ben 10 chilometri nell’entroterra. Per evitare il disastro agronomico legato alla distribuzione di acqua salata nei campi, il Consorzio di bonifica Delta del Po è stato costretto a disporre la chiusura immediata di alcune derivazioni destinate all’irrigazione agricola.
La sofferenza del Po non è un caso isolato, ma la spia rossa di un malessere che unisce l’intera penisola. Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI nazionale, sottolinea come la velocità del calo della portata sia l’elemento più inedito e preoccupante della crisi attuale. L’emergenza sta già lambendo altre regioni: in Piemonte, il fiume Tanaro registra un deficit del 90% rispetto alla portata usuale del periodo, mentre in Toscana i flussi dell’Arno risultano pressoché dimezzati.
L’appello all’Europa e il Piano Invasi
Di fronte a scenari meteorologici estremi, i vertici di ANBI sollecitano una revisione profonda delle normative comunitarie che regolano la tutela ambientale. “Invitiamo i parlamentari europei, ad iniziare da quelli italiani, a prendere atto della specificità assunta dal nostro regime idrologico a fronte della crisi climatica”, dichiara Francesco Vincenzi, Presidente Nazionale di ANBI. “I fiumi hanno ormai un regime torrentizio che deve essere considerato nel determinare i parametri del Deflusso Ecologico, evitando così di penalizzare l’equilibrio ecosistemico dei territori e della loro economia agricola”.
Secondo Vincenzi, la priorità assoluta per il Paese deve diventare l’avvio concreto del Piano Invasi Multifunzionali unito all’efficientamento della rete idraulica nazionale. Una necessità dettata anche dai costi economici dell’inazione: nello scorso triennio, l’estremizzazione degli eventi atmosferici ha causato una media di 4 miliardi di euro di danni all’anno all’Italia.
Per fare chiarezza sull’impatto economico di questa transizione climatica, lunedì 22 giugno, in una conferenza stampa a Roma, ANBI presenterà insieme all’hub europeo Radarmeteo/Hypermeteo i nuovi scenari predittivi e la loro ricaduta diretta sul Prodotto Interno Lordo (PIL) nazionale: dati fondamentali per spingere la politica verso concrete strategie di prevenzione.
Veneto in massima allerta: fari puntati sul Brenta
Sebbene negli altri grandi fiumi veneti non si registrino ancora fenomeni di ingressione salina, il livello di monitoraggio resta altissimo ovunque. Il Direttore di ANBI Veneto, Silvio Parizzi, evidenzia come il grande caldo in arrivo provocherà un’inevitabile impennata della domanda idrica da parte delle colture, proprio mentre i bacini sono ai minimi storici.
Sotto stretta osservazione c’è il comprensorio del Consorzio di bonifica Brenta, a cavallo tra le province di Padova e Vicenza. La drastica riduzione della portata del torrente Tesina e la forte sofferenza delle risorgive hanno spinto l’ente consortile a rivolgere un appello accorato alla cittadinanza per un uso parsimonioso e rigoroso dell’acqua, al fine di tutelare l’agricoltura che produce cibo. L’ente ha già fatto sapere che, qualora la situazione dovesse ulteriormente aggravarsi, sono già al vaglio piani di razionamento straordinari per gestire la scarsità della risorsa idrica.
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