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Roma, 19 giu – Con la firma degli accordi preliminari di questa notte – che non equivalgono ad una pace definitiva – la guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbe volgere al termine. Se tuttavia le condizioni degli accordi che a breve analizzeremo dovessero effettivamente essere approvate, potremmo allora affermare con sicurezza ciò che appena tre mesi fa suggerivamo sottovoce: l’Iran, almeno dal punto di vista strategico, ha vinto questa guerra. È opportuno ribadire che si tratta di un memorandum, ovvero dell’impegno a firmare una vera pace entro un termine stabilito – in questo caso sessanta giorni – ma che offre parecchi spunti per riflettere su quale sia lo stato dell’arte. Ma prima, facciamo un passo indietro.
L’Iran ha vinto questa guerra dal punto di vista strategico
Il 14 giugno scorso, dopo dichiarazioni convulse e spesso contraddittorie, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il raggiungimento di una prima intesa con l’Iran, con quello che è già stato ribattezzato “Memorandum di Islamabad”. La cessazione delle ostilità è stata annunciata anche dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Il punto fondamentale da segnalare è questo: questo memorandum of understanding non è solo, come vedremo, molto favorevole all’Iran e sostanzialmente un disastro per Trump e ancor di più per Israele, ma sancisce la vittoria e un importante rafforzamento (interno ed esterno) della Repubblica Islamica. E ora vediamo nel dettaglio perché.
Il testo firmato dalle due parti si articola in quattordici punti e partiamo da quelli che hanno un effetto diretto e immediato sulle parti in causa. Il primo punto riguarda l’interruzione delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso; nel Paese dei cedri, infatti, continua l’aggressione di Tel Aviv, osteggiata dalle milizie di Hezbollah. Si tratta già di un’importante vittoria per la Repubblica Islamica, che ha sempre subordinato ogni trattativa con gli Stati Uniti alla “clausola libanese”. Dal canto suo, Israele ha già dichiarato che non intende interrompere le operazioni militari in Libano e prevedere come evolverà la situazione nella zona sud del Libano è molto difficile allo stato attuale delle cose. Quel che è certo è che già questa mattina il comando UNIFIL ha segnalato una “intensa attività militare” dell’IDF.
Dalla firma del memorandum, l’Iran ha accettato di riaprire completamente lo Stretto di Hormuz e di contro gli Stati Uniti si sono impegnati a revocare il “contro-blocco navale”, promettendo di ristabilire entro trenta giorni una circolazione navale equivalente a quella che c’era prima della guerra. L’Iran dovrà garantire “un passaggio sicuro e senza pedaggi” attraverso Hormuz, ma “solo per sessanta giorni”. Quest’ultima clausola lascia intendere che dopo i sessanta giorni l’Iran potrà richiedere il pagamento di un pedaggio, che non esisteva prima della guerra, offrendo “servizi di sicurezza, assicurativi e di tutela ambientale” in cooperazione con l’Oman.
Gli accordo a lungo termine
In questa prima fase gli Stati Uniti concederanno deroghe ai divieti di esportazione di idrocarburi iraniani. Questo avverrà in attesa dell’eliminazione delle sanzioni, che verrà discussa in seguito. Nella presente fase di sessanta giorni che precede l’accordo vero e proprio, Stati Uniti e Iran si impegnano a mantenere lo “status quo”, cioè le condizioni attuali: l’Iran non svilupperà il suo programma nucleare (per ora), gli Stati Uniti non metteranno nuove sanzioni e non dispiegheranno altre forze militari nella regione. Poi ci sono i punti “a lungo termine” che verranno definiti meglio nella discussione dell’accordo vero e proprio.
Il testo prevede la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran, che dovrà essere finanziato dagli Stati Uniti e dai suoi partner regionali. Tuttavia, Trump ha già detto che non pagheranno gli Stati Uniti, quindi dovrebbero farlo i paesi del Golfo. Ma sarà tutto da definire nei prossimi mesi: non è da escludere che, seppur a malincuore, le petromonarchie accettino di pagare anche per gli Stati Uniti il prezzo della ricostruzione iraniana, magari con la velata minaccia di un ritiro delle difese statunitensi contro un Iran che ha dimostrato di essere in grado di colpire dove più fa male. Il presidente statunitense ha anche accettato di sbloccare i fondi iraniani congelati all’estero, che potrebbero valere circa 24 miliardi di dollari: era una delle richieste dell’Iran sin dall’inizio delle trattative. Allo stesso modo gli Stati Uniti procederanno a eliminare tutte le sanzioni internazionali, comprese quelle approvate dalle Nazioni Unite, se l’Iran rispetterà il resto degli accordi.
L’Iran non intende sviluppare armi nucleari
Riguardo alla questione nucleare, l’Iran “ribadisce che non intende procurarsi né sviluppare armi nucleari”. La definizione di come il programma nucleare verrà limitato a scopi civili è rinviata all’accordo definitivo. La delicata questione del nucleare iraniano dipenderà anche molto dal comportamento degli Stati Uniti e soprattutto di Israele nei prossimi mesi (o forse anche anni); di fronte ad una politica estera israelo-americana aggressiva nei confronti della Repubblica Islamica, Teheran potrebbe tornare a ragionare sui vantaggi che derivano da una capacità di deterrenza nucleare (non dimentichiamo che Israele è l’unico attore mediorientale dotato di armi atomiche e che ancora oggi rifiuta sia di dichiarare di quante testate dispone sia di acconsentire ai controlli AIEA sulla propria attività nucleare). Anche se è ancora presto per tirare le somme sulla questione, c’è una serie di fattori abbastanza evidenti che mostrano con chiarezza il fallimento dell’alleanza Washington-Tel Aviv e la vittoria della Repubblica Islamica dell’Iran.
Gli Stati Uniti non sono imbattibili
A livello interno, ça va sans dire, il rafforzamento politico e istituzionale della Repubblica è evidente a tutti; non solo non si è verificato il cambio di regime auspicato da Trump e Netanyahu, ma l’opinione pubblica iraniana (anche quella più critica e con tendenze riformatrici) si è compattata attorno alla Guida Suprema e ai vertici politico-religiosi della Repubblica. Come avevamo evidenziato negli scorsi mesi, è un classico caso di effetto rally round the flag; in momenti di forte pressione esterna – soprattutto di carattere militare – anche i dissidenti mettono da parte le divisioni interne e si compattano attorno ai propri governanti. Sul versante esterno, l’Iran ha dimostrato concretamente di essere in grado di resistere alle pressioni da parte di potenze tecnologicamente superiori, confermandosi come attore stabile del teatro mediorientale con una forte capacità di proiezione regionale e in grado di incassare colpi su colpi, fino allo sfinimento dell’avversario. A conferma di quest’ultimo punto è importante sottolineare che la rete di alleati e milizie sparse per tutta la regione (dal Libano all’Iraq, dalla Palestina allo Yemen) è ancora presente e con un potenziale bellico non trascurabile.
Indipendentemente da quello che accadrà in questi sessanta giorni del pre-accordo, il caso dell’Iran ci manda un messaggio forte e chiaro: gli Stati Uniti non sono imbattibili e la loro presenza militare in giro per il mondo non è un dato immutabile acquisito per sempre.
Enrico Colonna
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