Fimmine, memoria e giustizia nel romanzo d’esordio di Anna Mallamo


È un gioco di specchi il romanzo d’esordio di Anna Mallamo (la sagace @manginobrioches); fimmine grandi e fimmine piccole, donne che guardano avanti, sperando in un futuro migliore, e sentono tutto il peso del passato, indietro, fino alle deisse, prime donne, madriterre. Si nutrono ognuna dei gesti delle nonne, delle madri, delle sorelle, alla ricerca continua di un pezzettino di loro stesse nei corpi delle altre.

Lucia Carbone ha diciassette anni e vive in un contesto che non le appartiene, nel quale i punti di riferimento sono sfocati, si sgretolano davanti ai suoi occhi. Siamo nella Calabria degli anni Ottanta, soffocata dalla ‘ndrangheta, dall’omertà; scenario nel quale Lucia si sente stretta, patisce il silenzio delle strade, non accetta che un omicidio possa rimanere impunito, perché la gente non chiede nulla, cresce senza farsi domande e non sa nemmeno perché, come fosse la natura a scriverlo dentro al corpo:

«Ci facciamo sempre convincere che non abbiamo visto, che non abbiamo sentito. …Mi pare di vedere sul viso come stracangiamo e ci convinciamo: tutto il processo, come nel laboratorio di chimica. Chimica della scordanza. Chimica del dassari stari».

La vittima è Zia Rosa, la zia più amata, più libera di tutte; libera, come Jolanda, la matta del paese, che tutti allontanano e che affascina Lucia. Rosa viene uccisa in circostanze misteriose, vittima dei malicristiani del posto, che indisturbati dettano legge, di vita o di morte.

Lucia è adolescente, e come tante adolescenti ha fame di giustizia, di rivalsa, di certezze e di punti di riferimento; non può accettare che un omicidio rimanga impunito, e non sopporta di non avere una risposta, una ragione, un colpevole; il perché una persona come Rosa abbia smesso di vivere per mano di un altro. Nessuno della famiglia (né la madre, né la nonna) sa, tutti fingono di non sapere. E allora lei, che viene tenuta lontana dal buio, da tutto il male che si impossessa della città (“Col buio me la vedo io”, le dice la nonna, come se fosse roba da adulti), si getta a capofitto nella parte più buia di una casa disabitata, e della sua anima, rapisce Rosario Cristallo, figlio del boss del paese, e lo chiude in cantina.

«Respiro forte, chiamo un altro corpo che non è quello di fimmina, è un corpo molteplice: s’allineano dietro di me tutte le mamme e le nonne e le zie e le figlie, indietro nel tempo fino all’inizio dei giorni, tutte quante. Respiro e mi sembra di dirglielo a nome di tutte, alla stanza, e con la voce di tutte: Fermati, lasciala stare. Il potere tremendo e inutile delle femmine: fermare il buio, e restarci».

Il corpo per conoscere

Lucia, come tutte le adolescenti, ha un’anima non definita, che si sta formando e un corpo che invece cresce, concretamente, e prende il suo spazio. Che cos’è il corpo se non il nostro modo di presentarci al mondo, e a noi stesse? Le linee che con prepotenza diventano curve, e la sensazione che ci sia un “prima” (corpo di bambina) e un “dopo” (corpo di donna). Ed è proprio con quel corpo di fimmina (Ho detto con la voce delle femmine) che ancora sembra non appartenerle, che lei convince Rosario a seguirla. Una maschera, da indossare con una consapevolezza non comune alla sua età. Prevale il senso di rivalsa, la voglio di fuga dalle catene dell’omertà e dell’accettazione passiva di un sistema che, ancora, tiene sotto scacco alcune realtà del Sud Italia.
In questo romanzo anche i luoghi hanno un corpo. La stanza in cui Lucia rinchiude Rosario (Ho una paura che mi mangia viva, lentissima, con le mani. La stanza, da lontano, la sente, si lecca le labbra), la città, le strade.
Ed è attraverso i corpi che si stabiliscono le relazioni. Lucia vive in una famiglia matriarcale, in cui le donne devono tenere il punto, gestire la famiglia, spesso sostituirsi a figure maschili deboli, accudire e nutrire. Soprattutto al Sud, l’atto del cucinare travalica la necessità di sopravvivenza quotidiana e diventa simbolo, come a possedere, avere il potere di controllo sulla vita di qualcuno, fare in modo che un corpo ben pasciuto non soccomba alle intemperie della vita:

«Vengo da una famiglia di donne per cui l’importante è nutrire. Una famiglia di imbottitrici di panini, di giratrici di sugo, di buttatrici di pasta, di sbucciatrici di patate, scucculiatrici di fave e piselli, sciacquatrici di trippa, sbattitrici di uova, conzatrici di minestre, zuppe, caponate. Arrotolatrici di braciole, mescolatrici di frittole. Di sangunazzu. Tutto con uno scopo superiore: tenerci in vita, tenerci al sicuro, proteggerci dal mondo malvagio e dalla sua manifestazione più cattiva, la fame».

Lucia ribalta questo principio. Accudisce e nutre Rosario, che forse vorrebbe vedere morto per il male che le ha inflitto la sua famiglia. Lo tiene in vita, segregato, per ripicca, perché lo Stato non sa fare giustizia in queste città dimenticate e lontane dal potere centrale, e quindi tocca a lei indagare, scoprire, tormentare, conoscere.

Specchiarsi negli altri per decifrare sé stesse

Attraverso Rosario conosce anche la parte più buia di sé, quella che tiene segreta a tutti, che forse anche lei fa fatica ad accettare; sentimenti neri, il desiderio di vendetta, il voler infliggere privazione e sofferenza a chi, per mano dei suoi familiari, le ha fatto del male. In una situazione simile, un’adolescente avrebbe bisogno di punti di riferimento, esempi da seguire, o semplicemente di essere ascoltata. Lei li trova nelle sue antenate, delle quali ripercorre i gesti per trovare un appiglio, e nelle amiche, così simili a lei, eppure così diverse.

«Mi sono inginocchiata come la nonna, ho sorriso come lei quando toglieva le scarpe e le calze al nonno, lentamente. Il mio corpo gli ha preso le sue mani da ragazza, le ha poggiate sulle ginocchia».

Sente le sue radici, che affondano in un mondo patriarcale, rappresentato tutto in un gesto che noi, bambine di ieri, conosciamo bene, e ci è rimasto nel corpo, nell’anima. Questo istinto verso l’accudimento, il prendersi cura, il considerare il figlio maschio (e i maschi di famiglia) come chi ha bisogno di una donna che gli allacci le scarpe, che gli prepari lo zaino, che gli componga la valigia prima che parta per un viaggio. Un mondo che vuole combattere, e che nella sua famiglia si ribalta, ma non ancora completamente. Che famiglia è, la sua? Padre completamente assente, perso nelle sue attività (realizza piccole sculture con i fiammiferi, all’infinito, come a voler costruire una vita alternativa, in un mondo dove tutto è regolare, perfetto, ordinato) e un fratello, Gedo, bambino  irrequieto.

E la madre, invadente, un corpo gigante che fagocita, in modo diverso, i figli. Lucia ne è respinta e affascinata allo stesso tempo, i loro corpi sembrano non toccarsi mai; si camminano accanto, ma non si abbracciano, realtà e metafora di un rapporto che non comprendono, entrambe, fino in fondo. Mamma che invece sembra mangiare il figlio maschio, figlio difficile, che è nato fragile e per questo deve essere abbracciato, coccolato, controllato. Il rapporto con Gedo è simbolo della iperprotezione che fa male a tanti maschi, li porta a non accettare la sconfitta, a non riuscire mai a camminare da soli, a cercare sempre una figura di donna che guida, prende per mano, non abbandona mai, forse proprio figlia di quelle madri che toglievano le calze ai mariti.

La memoria del corpo

Lucia ha bisogno di confrontarsi con questa figura così presente, imponente nella sua vita eppure donna della quale avverte una grande mancanza. La “cerca”, ancora una volta, per mezzo del corpo. Sono lunghi i silenzi, le parole non dette, e forte è la ricerca di un contatto, di un percorso da seguire. Ogni adolescente desidera che l’adulto gli, le mostri la strada, pur se respinge – per posa spesso – le indicazioni. E Lucia cerca quella strada nei gesti della madre, nei silenzi, negli sguardi accigliati, nella danza con cui tutte noi ragazze abbiamo piegato le lenzuola con le nostre mamme.
(Pazzesco come questo libro evochi ricordi così comuni a tante di noi, come una fotografia di tutte noi bambine di allora; come rivederci da lontano e capire un po’ di più come eravamo, come siamo).

«Ci mettiamo una di fronte all’altra, unite, separate dal telo bianco, di cotone spesso. Prendiamo a occhio la misura, la giusta distanza […] Lo afferro con la destra, tiro forte, lo spalanco. Ci guardiamo zitte, stendiamo e poi chiudiamo le braccia nello stesso momento, identiche, allo specchio, fimmina grande e fimmina piccola.

Mamma ho un ragazzo ferito incatenato nella stanza segreta della nonna e non so che fare, mamma volevo essere l’angelo della giustizia, mamma non so qual è il mio posto, se devo andare avanti o fare un passo indietro, mamma ho il cuore piccolo come una nucidda, mamma.
Alla fine la cesta è piena. Non ci siamo dette una sola parola».

L’adolescenza con tutto il suo carico di incertezza, è in un altro passo altissimo di questo romanzo pieno, e scritto in maniera magistrale:

«Allora scendiamo tra le aiuole spelate, sui vialetti di pietra, e ci sediamo su una panchina, a cavallo, una di fronte all’altra, fimmina piccola che si specchia nella fimmina piccola. Che cosa faticosa non essere grandi ma nemmeno piccole, e avere paura e le mappe tutte sbagliate».

Sono Lucia e Beatrice, le fimmine più piccole del romanzo. La loro è l’amicizia totalitaria della gioventù, le amiche del cuore che non si separano mai e che camminano sempre insieme, che guardano il mondo con quattro occhi che potrebbero essere solo due. Il momento del romanzo costituisce come uno strappo, tra una che sta crescendo, sta correndo un po’ più avanti rispetto all’altra, fa cose da grandi, sta scoprendo l’odio, mentre l’amica è tutta zucchero e miele per un ragazzetto di paese. Prendono le distanze, ma non si perdono mai, camminano insieme fino alla fine, fino a quando Lucia la tira dentro il suo nuovo mondo.

La lingua protagonista del racconto

Anche la lingua in questo romanzo ha un corpo. Solida, piena, nei costrutti, nella sintassi e nella scelta meticolosa di immagini e parole, costituisce quasi un personaggio a sé, o forse il narratore stesso che per mezzo del dialetto (mai, mai ostentato e macchiettistico), dei suoni corposi lascia intuire ai lettori il sottotesto, quell’atmosfera calabrese del tempo delle guerre di ‘ndrangheta, dei morti ammazzati, dell’omertà e dell’Aspromonte che inghiottiva prigionieri. Una lingua che abita le strade, i vicoli bruciati dal sole, le case intaccate dalla salsedine e che è essa stessa il confine fra adulto e ragazzo, una barricata oltre la quale Lucia, e le sue simili, non possono andare e che serve per distinguerle da quel mondo che i calabresi “per bene” vorrebbero lasciarsi alle spalle, chiudere in una cantina con tutti i malicristiani ma che purtroppo viene sempre fuori, come tutti i mali dal vaso di Pandora:

«Ci era vietato parlare in dialetto, i nostri genitori non volevano, che per loro era la lingua dei poveri e dei paesani e noi eravamo nuovi e cittadini, però a noi piaceva, era la lingua dei grandi, gliela spiavamo sulla bocca, ce la pigliavamo di nascosto e la usavamo come i grandi: per colpirci, o per nascondere le cose, come fanno loro».

Sembra che il romanzo non lasci speranza. È un prendere atto di una realtà in cui tanti di noi nati nel Sud del paese dobbiamo fare i conti e che si trascina di epoca in epoca. Rispetto, però, a quegli anni che Anna Mallamo racconta magnificamente, c’è forse più consapevolezza; in tutto quel silenzio che come un corpo nero rimaneva sdraiato sulle città, si levano levano le voci dei ragazzi e delle ragazze, come Lucia nella sua maniera scomposta, delle scrittrici e degli scrittori strettesi; tutte e tutti gridano che un altro mondo è possibile. Cambiano i malicristiani, lasciano le lupare, indossano la cravatta e lanciano strali contro il territorio e la sua gente.

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Autrice: Anna Mallamo
Titolo: “Col buio me la vedo io”
Editore: Einaudi, 2025
Prezzo: 18,50 euro

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 Francesca Giannetto

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