la porta dei padri nel giorno più lungo dell’anno


Roma, 21 giu – Il solstizio d’estate è una di quelle date che la modernità ha reso quasi innocue. Una festa della luce, una ricorrenza naturale, un’immagine da tramonto, un residuo folklorico da collocare tra falò, erbe, boschi e vaghe spiritualità stagionali. Eppure, se si torna alle grandi tradizioni antiche, il solstizio appare subito come qualcosa di più severo. Non è soltanto il giorno in cui la luce trionfa. È il giorno in cui la luce, giunta al proprio massimo, comincia a ritirarsi. È un culmine che contiene già un’inversione. Una pienezza che annuncia una discesa. Una soglia da attraversare, più che un possesso definitivo.

Il solstizio d’estate: il giorno più lungo dell’anno

La parola stessa lo suggerisce: solstizio, il Sole che sembra fermarsi. Per qualche giorno l’astro pare sospeso nel punto più alto della sua corsa, come se il tempo esitasse prima di mutare direzione. Da tempi immemori, attorno al 21 giugno, Helios celebra il suo trionfo visibile, ma nello stesso istante prepara l’inizio del suo reclinare, fino al solstizio d’inverno, quando la luce, sprofondata nel punto più breve dell’anno, tornerà a rinascere. I due solstizi sono complementari, ma non identici. Entrambi appartengono alla grande scansione ciclica della vita; entrambi sono porte; entrambi mettono l’uomo davanti a una legge più antica della sua volontà. Questa ambiguità del solstizio d’estate era perfettamente chiara alle civiltà tradizionali. Il calendario non era solo una tabella amministrativa, ma una mappa simbolica dell’esistenza. Ogni svolta dell’anno diceva qualcosa sulla posizione dell’uomo nel cosmo, sul rapporto fra visibile e invisibile, nascita e morte, generazione e ritorno. Per questo i fuochi solstiziali non erano un semplice abbellimento notturno. Il rogo acceso nella notte, la fiamma che sale, il calore condiviso dalla comunità, rendevano presente in piccolo ciò che il Sole compiva in grande: la manifestazione del fuoco come potenza che illumina, purifica, ordina e consuma.

Jean Favre ha restituito bene questa intonazione quando descrive l’aria dell’estate come portatrice di un sangue più ricco, intriso di profumo di rose, ronzio d’api e calore che penetra nella terra feconda. Nella sua immagine, dal rogo sale una fiamma che non illumina soltanto la notte, ma riscalda i cuori, accende una stessa volontà, richiama dal profondo “il sangue dei nostri antenati”. Al di là dell’enfasi lirica, il punto è essenziale: la festa solstiziale non riguarda l’individuo isolato davanti alla natura, ma una comunità che riconosce di appartenere a un ordine ricevuto. La fiamma non è privata ma comune, e ad essa non ci lega un vago sentimento ma un vincolo.

La via luminosa e la via oscura della tradizione vedica

Nella tradizione vedica questa architettura del tempo viene formulata con una precisione impressionante. La Bhagavad Gītā, nel canto VIII, distingue due vie: una via luminosa, legata al fuoco, al giorno, alla quindicina chiara della luna e ai sei mesi del corso settentrionale del Sole; e una via oscura, legata al fumo, alla notte, alla quindicina scura e ai sei mesi del corso meridionale. La prima conduce al non-ritorno, alla liberazione dal ciclo delle rinascite. La seconda conduce alla sfera lunare e poi al ritorno nell’esistenza. La Gītā riprende qui un tema già presente nelle Upaniṣad: il Devayāna, il cammino degli dèi, e il Pitṛyāna, il cammino dei padri. Il solstizio d’estate sta precisamente nel passaggio fra questi due ordini. La crescita della luce culmina, ma il culmine apre la via del ritorno. Il cammino degli dèi è la direzione dell’ascesa, della liberazione, dell’uscita dal ciclo. Il cammino dei padri è la direzione della continuità, della generazione, della discendenza, del ritorno nel mondo dei nati e dei morti. La modernità fatica a comprendere questa distinzione perché ragiona quasi sempre in termini di progresso lineare: ciò che cresce è bene, ciò che declina è male; ciò che sale è positivo, ciò che scende è fallimento. Le civiltà tradizionali pensavano in modo più profondo. Ascesa e discesa non erano categorie morali elementari, ma due modi dell’essere: da una parte l’oltrepassamento, dall’altra la fedeltà al ciclo.

René Guénon, nei suoi studi sul simbolismo tradizionale, ha insistito proprio su questo punto parlando delle due porte solstiziali: la porta degli uomini e la porta degli dèi. Il solstizio d’estate, collegato al segno del Cancro, corrisponde alla porta degli uomini, cioè all’ingresso nella manifestazione, nel mondo della generazione e della forma individuale. Il solstizio d’inverno, collegato al Capricorno, corrisponde invece alla porta degli dèi, cioè all’uscita dalla manifestazione e alla via della liberazione. È una lettura che rovescia l’intuizione corrente: il massimo della luce visibile non coincide con la salvezza, ma con l’apertura del ciclo discendente. L’estate solare non è soltanto splendore. È ingresso più profondo nella vita, e quindi nella sua legge di consumo, trasmissione e morte.

Il solstizio come irruzione di simbolo e mito nel quotidiano

Qui il simbolismo solare mostra il suo carattere più esigente. Il Sole non consola: misura, separa, ordina, rende visibile. Dà vita, ma può bruciare; illumina, ma espone; matura, ma prepara il taglio. Per Ananda Coomaraswamy il simbolo, nelle civiltà tradizionali, non è mai un ornamento poetico né un’allegoria esterna alla realtà. È una forma di conoscenza: un fuoco acceso, una direzione celeste, una porta rituale, un albero sacro, un sacrificio, un’immagine solare non “rappresentano” soltanto qualcosa, mettono l’uomo in rapporto con un ordine. Il solstizio, in questa prospettiva, non è una festa naturalistica ma un atto di comprensione. Lo stesso vale per l’immagine germanica dell’Irminsul, l’albero cosmico che unisce cielo e terra, radici e volta celeste, profondità tellurica e altezza luminosa. Attorno alle grandi querce, nelle comunità germaniche, si conservò a lungo l’immagine di questa congiunzione organica fra il mondo di sotto e il mondo di sopra. Il solstizio era il momento in cui tale unione diventava sensibile: il Sole al culmine, il fuoco acceso dagli uomini, la terra inebriata di fecondità, la comunità raccolta intorno alla fiamma. Il rito non negava la natura, ma la verticalizzava e la inseriva in una cosmologia.

Mircea Eliade aiuta a capire perché tutto questo fosse decisivo per l’uomo tradizionale. In opere come Il sacro e il profano e Il mito dell’eterno ritorno, Eliade ha mostrato che il tempo religioso non coincide con il tempo profano. Per l’uomo moderno il tempo è una successione omogenea: giorni uguali, scanditi da lavoro, consumo, scadenze, vacanze, burocrazia. Per l’uomo tradizionale alcuni momenti rompono questa omogeneità. La festa non è evasione, ma riapertura del tempo originario. Il rito non ricorda semplicemente un evento, lo rende di nuovo operante. Il solstizio è una fenditura nel calendario ordinario, un momento in cui il tempo della comunità viene ricondotto al tempo cosmico.

L’installazione del cristianesimo sul substrato indo-europeo

Da qui si comprende anche il rapporto fra solstizio d’estate e festa di San Giovanni Battista, celebrata il 24 giugno, sei mesi prima della nascita del Cristo. Il cristianesimo non cancellò semplicemente le antiche ricorrenze solari: spesso le riassorbì, le riorientò, le ricollocò dentro il proprio ordine liturgico. Il padre benedettino Dom Henri Leclercq, nel suo dizionario di archeologia cristiana e liturgia, ricordava come nei primi secoli Cristo venisse pensato come vero Dio della luce e creatore del Sole, aprendo così la via alla trasformazione del simbolismo solare dentro la figura cristica. È un passaggio decisivo: la festa pagana non sparisce, ma cambia centro. Il fuoco resta, la data resta, la struttura profonda resta; muta la forma teologica che la interpreta. I fuochi di San Giovanni, le erbe raccolte nella notte, le acque, le veglie, i salti sulla fiamma, non sono allora semplici superstizioni contadine. Sono frammenti di una più antica intelligenza del mondo, ricollocata nel cristianesimo ma mai del tutto svuotata del suo fondo arcaico. La civiltà europea si è costruita anche così: non per cancellazioni nette, ma per stratificazioni. Fondo indoeuropeo, mondo greco-romano, cristianesimo, riti agrari, feste popolari. Pensare il solstizio significa riconoscere questa profondità.

Le funzioni indoeuropee secondo Dumézil e Benveniste

In questo senso, un riferimento a Georges Dumézil consente di allargare il quadro. La sua nota teoria delle tre funzioni indoeuropee – sovranità, forza guerriera, fecondità produttiva – resta preziosa per comprendere come le civiltà indoeuropee abbiano pensato l’ordine come equilibrio di potenze differenti. Il solstizio tocca tutte queste dimensioni. È sovrano perché appartiene alla misura sacra del tempo. È guerriero perché la luce, nella sua massima esposizione, è decisione, chiarezza, separazione, capacità di affrontare. È fecondo perché l’estate è maturazione, raccolto, terra gravida, vita al colmo. Ma proprio per questo il solstizio mostra anche il pericolo dello squilibrio: sovranità senza trasmissione diventa astrazione, forza senza misura diventa violenza cieca, fecondità senza forma diventa pura proliferazione.

Émile Benveniste, studiando il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, ha mostrato quanto parole come autorità, fede, ospitalità, parentela, sovranità, sacrificio siano radicate in forme concrete di vita sociale e religiosa. Questo è essenziale per comprendere il cammino dei padri. I padri non sono soltanto i defunti biologici. Sono l’intera anteriorità da cui veniamo: lingua, rito, legge, casa, memoria, forma, costume. Il padre, in questo senso, non è una figura sentimentale, ma una funzione dell’ordine: colui che lega la generazione alla continuità, la casa al culto, la memoria alla trasmissione.

Potenza e limite nella tensione solstiziale

Il mondo moderno, al contrario, tende a pensarsi come figlio di nessuno. Vuole autonomia senza origine, libertà senza debito, identità senza eredità. Per questo il Pitṛyāna è quasi incomprensibile all’uomo contemporaneo. Il cammino dei padri ricorda che nessuno si genera da solo, che ogni vita riceve prima di scegliere, che ogni comunità muore quando perde il rapporto con ciò che l’ha resa possibile. Nel momento stesso in cui celebra il massimo splendore, il solstizio d’estate apre la via dei padri. Ricorda che la luce non deve soltanto essere contemplata: deve essere consegnata. La Grecia ha pensato questa tensione con una profondità insuperata. Walter F. Otto e Károly Kerényi hanno insegnato a leggere gli dèi greci non come allegorie primitive, ma come forme reali dell’esperienza del mondo. Apollo non è semplicemente “il Sole”: è la potenza della forma, della distanza, della chiarezza, della misura. Dioniso non è soltanto il dio dell’ebbrezza: è la vita che eccede ogni confine, la forza che dissolve e rigenera, il contatto con ciò che precede la forma individuale. Il solstizio d’estate sta nel punto di massima tensione fra queste due potenze. È apollineo nella luce che ordina e rende visibile. È dionisiaco nel calore che trabocca, nella vita che matura fino all’eccesso, nella pienezza che già contiene la decomposizione.

Nietzsche, nella Nascita della tragedia, aveva intuito che la grandezza greca non nasce dalla vittoria di Apollo su Dioniso, né dall’abbandono dionisiaco alla pura ebbrezza, ma dalla loro tensione tragica. Il solstizio è una figura perfetta di questa tensione. Una civiltà solo apollinea si irrigidisce, diventa museo, forma vuota, luce fredda. Una civiltà solo dionisiaca si disperde, perde confine, si consegna al caos della vita indistinta. Il culmine estivo tiene insieme entrambe le dimensioni: forma ed eccesso, misura e fecondità, chiarezza e rischio.

Il posto dell’uomo nel cosmo

Henry de Montherlant lo colse quando parlò della vittoria della ruota solare non solo come vittoria del Sole, ma come vittoria del principio dell’alternanza. “La ruota gira”, dice la gente. In questa formula popolare c’è una sapienza elementare che la modernità, con tutta la sua pretesa di controllo, non possiede più. Tutto ciò che vive sottostà all’alternanza. Crescita e declino, giovinezza e maturità, luce e ombra, ascesa e ritorno. Chi comprende questo, diceva Montherlant, ha compreso molto. I Greci lo avevano assimilato. La nostra epoca lo rimuove, perché ha trasformato la crescita in dogma e la durata in illusione amministrativa. Qui si inserisce anche il contributo di Roberto Calasso, soprattutto dove ha indagato il rapporto fra sacrificio, caccia, animale e origine della civiltà. L’uomo non nasce fuori dalla natura come creatura già pacificata. Emerge lentamente da un fondo animale, mimetico, predatorio, rituale. La caccia, il sacrificio, il rapporto con la vittima, il sangue e il fuoco non sono episodi marginali, ma passaggi attraverso cui l’uomo impara a dare forma alla propria animalità. Il solstizio, allora, non è estetica solare. È anche rapporto con la parte più antica della vita: il branco, la foresta, la preda, il cacciatore, il rogo, la notte, il ritorno degli antenati.

Per questo gli animali e gli alberi delle tradizioni europee – il lupo, l’orso, il cavallo, il cervo, il cinghiale, l’aquila, il cigno, la quercia, la betulla – non erano elementi decorativi né simboli naturalistici indistinti. Erano figure di un ordine vivente in cui mondo umano, animale e vegetale si richiamavano reciprocamente. Non si trattava di adorare la natura come un idolo sentimentale, ma di riconoscere in essa un insieme di segni, forze, presenze, mediazioni fra sensibile e sovrasensibile.

Giudicare la modernità da un punto di vista più alto

Ernst Jünger permette di portare questa intuizione dentro il Novecento. Nei suoi testi la natura non è mai semplice rifugio romantico. È potenza, dettaglio, disciplina dello sguardo, campo di forze. L’insetto, il bosco, la caccia, la pietra, il fuoco, la guerra, la tecnica: tutto diventa occasione per misurare l’uomo davanti a ciò che lo supera. In un mondo dominato dalla mobilitazione tecnica, il recupero dei ritmi naturali non può ridursi a evasione agreste. Deve diventare esercizio di forma. Il solstizio, letto in questa chiave, non invita a fuggire dalla modernità, ma a giudicarla da un punto più alto: quello di una misura che precede mercato, produzione, comunicazione permanente e riduzione del tempo a prestazione. Anche Heidegger, offre una chiave utile. Il suo pensiero del rapporto fra terra, cielo, mortali e divini ricorda che l’uomo abita davvero solo quando riconosce di non essere il padrone assoluto dell’essere. La modernità tecnica tende invece a ridurre ogni cosa a fondo disponibile: la natura come risorsa, il corpo come materiale, il tempo come agenda, la comunità come somma di individui, il passato come archivio manipolabile. Il solstizio resiste a questa riduzione perché rimanda a un ordine che non dipende dalla volontà umana. Arriva, accade, impone una soglia. L’uomo può dimenticarlo, ma non può abolirlo.

Da qui nasce il tema del mito. Non il mito come favola, né come evasione estetica, ma come forma attraverso cui un popolo ricorda la propria origine e ordina il proprio destino. Fichte aveva intuito che nelle qualità nascoste delle nazioni, spesso ignorate perfino da esse stesse, risiede la garanzia della loro dignità presente e futura. Goethe, con una formula altrettanto netta, invitava a lavorare non per l’istante che crolla, ma per il passato e per il futuro: per ricostruire il merito del primo e innalzare il valore del secondo. Il mito d’origine serve esattamente a questo. Non a imprigionarci nel passato ma a dare profondità al futuro.

La lezione politica del solstizio d’estate

Su questo punto occorre evitare due errori opposti. Il primo è quello progressista, che liquida ogni origine come superstizione, ogni rito come residuo, ogni appartenenza come prigione. Il secondo è quello retorico, che trasforma la tradizione in catalogo di immagini forti, in posa identitaria, in arredamento simbolico. Il solstizio chiede partecipazione a un ordine: non ha senso parlare di fuoco, padri, dèi, radici, comunità, se non si capisce che tutti questi termini hanno senso solo se diventano disciplina, trasmissione, stile, forma di vita, comportamento. In questo senso, quindi, il solstizio d’estate possiede anche una lezione politica. Un popolo non vive solo di economia, confini, leggi, apparati, strategie. Vive anche della capacità di collocarsi nel tempo. Quando perde il rapporto con i propri cicli, perde il senso della trasmissione. Quando non sa più distinguere un culmine da un inizio, una maturazione da una crescita infinita, una festa da un consumo, comincia a dissolvere la propria forma. La decadenza non nasce sempre dalla debolezza immediata. Spesso nasce dall’incapacità di leggere il momento della propria massima esposizione. Una civiltà può essere più fragile proprio quando si crede più illuminata.

Il solstizio d’estate ci dice che ogni splendore ha un prezzo, ogni apice una conseguenza, ogni forza una direzione da scegliere. Apre la via dei padri nel giorno in cui il Sole sembra appartenere solo agli dèi. Ricorda che l’altezza senza memoria diventa astrazione, e che la memoria senza altezza diventa ripetizione cieca. Una civiltà dura solo quando sa tenere insieme entrambe le dimensioni: il fuoco verticale che innalza e la catena profonda che trasmette.

Abitare il tempo originario

Per questo il solstizio parla ancora all’Europa. Parla “a noi figli del sole, adoratori del sole e del cielo”, per usare la formula di Carducci. Parla di potenza e di limite. Ci ricorda che l’uomo non viene dal nulla, non abita un tempo neutro, non possiede la luce che riceve. Accendere i fuochi solstiziali, allora, non significa ripetere un gesto scenografico ma abitare il nostro tempo in tutta la sua profondità storica. Ogni generazione entra in un ordine già iniziato, riceve una lingua, una memoria, un paesaggio, una disciplina del sacro e del vivere comune. Può custodirli, tradirli, disperderli o rinnovarli. Ma non può fingere che non esistano. I popoli che perdono il rapporto con questa profondità finiscono per vivere alla giornata, consegnati alla pura amministrazione della sopravvivenza. I popoli che durano sono invece quelli capaci di abitare il tempo originario: quello del genos, della specificità, della differenza qualitativa. Chi abita soltanto il presente è già esposto alla dissoluzione. Chi abita il tempo utopico, astratto e teleologico è condannato all’insoddisfazione. Chi abita il tempo originario, invece, possiede la condizione fondamentale della lunga durata.

Sergio Filacchioni




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