In una lettera inviata il 22 giugno a Ursula von der Leyen, a Kaja Kallas e a Maroš Šefčovič, dodici organizzazioni non governative – tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Oxfam – hanno rimesso sul tavolo la questione del divieto di commercio fra l’Unione europea e gli insediamenti israeliani in Palestina.
Le Ong richiamano con forza il parere espresso dalla Corte Internazionale di Giustizia, secondo cui gli Stati terzi hanno l’obbligo di non prestare assistenza al mantenimento di una situazione considerata illegale dal diritto internazionale.
La Commissione europea, tuttavia, sta ritardando l’elaborazione di una proposta per limitare le importazioni provenienti dalle colonie in Cisgiordania, nonostante almeno quindici Stati membri, fra cui l’Italia, sarebbero disponibili a prenderla in considerazione. Numeri che rappresentano poco più della metà dei ventisette ma che permetterebbero, teoricamente, l’approvazione a maggioranza qualificata, qualora il dossier venisse trattato come una mera questione commerciale. Eppure, sembra che nessuno stia lavorando alle proposte.
Dietro lo stallo non ci sono solo le prudenze di alcuni Stati, con asse rigoroso tra Germania, Repubblica Ceca e l’Ungheria del nuovo corso di Péter Magyar, ma una vera e propria querelle istituzionale fatta di sgambetti tra i commissari e confronti sulle competenze all’interno del Berlaymont.
Il rimpallo si deve a un preciso cavillo tecnico-giuridico. Se la Commissione decidesse di muoversi sulla sospensione globale dell’accordo di associazione UE-Israele, la competenza editoriale del testo spetterebbe al Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) guidato dall’Alta Rappresentante Kallas. Questa strada, caldeggiata in passato da Spagna e Irlanda, è stata però accantonata definitivamente ad aprile a causa dell’impossibilità di raggiungere l’unanimità in Consiglio.
L’altra via, aperta da un documento franco-svedese, punta a restrizioni mirate sui soli beni delle colonie illegali basandosi sull’articolo 207 del TFUE. Trattandosi di politica commerciale pura, la palla passa alla Direzione Generale per il Commercio (DG TRADE) presieduta da Maroš Šefčovič, sul quale Kallas avrebbe di fatto scaricato la responsabilità. Del resto già lo scorso 11 maggio, in conferenza stampa al termine del Consiglio affari esteri, Kallas aveva risposto così a chi gli chiedeva lumi in merito a una proposta da parte di Bruxelles: “Forse non lo sapete, perché è logico che l’Alto Rappresentante si occupi anche di commercio, ma non è di mia competenza”. Kallas ha poi in seguito sottolineato di aver inviato una lista di possibili opzioni commerciali che è attesa per il Consiglio Affari esteri del 13 luglio.
Chi parla con Israele?
A complicare la paralisi di Bruxelles si aggiunge il cortocircuito diplomatico che ha travolto l’Alta Rappresentante, finita nel mirino di Tel Aviv dopo le indiscrezioni pubblicate da Euractiv relative a un suo colloquio riservato in Messico, durante il quale avrebbe paragonato la politica israeliana nei territori occupati all’apartheid sudafricano.
Durissima la reazione del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, che ha definito le affermazioni “una calunnia infamante” e ha annunciato la rottura formale di ogni contatto diplomatico con la capo della diplomazia europea “fino a quando non ritratterà”. Kallas ha cercato di smorzare i toni via social, ricordando l’impegno per il dialogo, ricordando comunque la ferma condanna dell’Unione agli “insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania che rendono sempre più difficile raggiungere quell’obiettivo [soluzione a due Stati]”.
Il risultato politico è il congelamento totale. In questo momento, di fatto, nessuna istituzione europea ha un canale di comunicazione politico aperto con Israele, e non è chiaro chi debba assumersi l’onere di riaprirlo. Kallas è bandita da Sa’ar. Ursula von der Leyen non ha la competenza diretta sui dossier di politica estera pur avendo mostrato in passato la tendenza ad allargare il proprio raggio d’azione oltre i confini dei Trattati, scatenando malumori interni. Il Consiglio Europeo, dal canto suo, resta bloccato dalla mancanza di unanimità interna e dall’impossibilità di trovare un accordo persino sulle sanzioni individuali ai ministri dell’estrema destra israeliana Ben-Gvir e Smotrich.
In questo vuoto si è inserita la missione di oggi della commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, in visita sia in Israele sia nei Territori palestinesi. Šuica ha incontrato il presidente israeliano Isaac Herzog, con cui ha discusso – ha scritto sui social – delle relazioni tra Ue e Israele e delle possibili nuove forme di cooperazione, definendo Israele un partner fondamentale per la stabilità della regione. La commissaria ha inoltre ribadito l’impegno dell’Unione nell’attuazione del piano di pace per Gaza e della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, parlando di un percorso che dovrà condurre a una pace giusta basata sulla soluzione dei due Stati.
Toni concilianti, in linea con la cautela mostrata dalla Commissione sull’intera questione, ma che stridono con la durezza dello scontro Kallas-Saar e con la pressione crescente delle ong, che nella loro lettera chiedono un regolamento che vieti, e non più solo limiti, il commercio con gli insediamenti, richiamando l’obbligo per gli Stati terzi, sancito dalla Corte dell’Aja, di non contribuire al mantenimento della presenza israeliana nei territori occupati.
La Commissione cerca di difendere il suo operato
Interrogati proprio sullo scontro diplomatico tra Commissione europea e Stato di Israele, i portavoce dell’esecutivo hanno evitato di fornire chiarimenti sul merito della vicenda. La portavoce capo dell’esecutivo europeo Paula Pinho ha però precisato, durante il briefing con i giornalisti a Palazzo Berlaymont a Bruxelles, che la missione di Šuica era stata programmata prima degli ultimi sviluppi e che le dichiarazioni di Sa’ar, anziché determinarne la cancellazione, avrebbero invece offerto l’occasione per un confronto “franco, aperto e rispettoso” con le autorità israeliane.
Pressato sulla vicenda, il portavoce per il Mediterraneo e i Partenariati internazionali, Guillaume Mercier, ha insistito sulla natura diplomatica della visita, svolta “in pieno coordinamento” con il Servizio europeo per l’azione esterna. Come indicato dal portavoce UE, nella delegazione che accompagna la commissaria figura infatti anche il rappresentante speciale dell’UE per il processo di pace in Medio Oriente, Christophe Bigot. Un elemento che, a detta della Commissione, ridimensionerebbe, almeno sul piano formale, l’impressione di una completa interruzione dei canali tra Bruxelles e Tel Aviv.
Mercier ha spiegato che, negli incontri con le autorità israeliane, Šuica ha ribadito il sostegno dell’Unione alla sicurezza di Israele ma ha anche espresso “profonda preoccupazione” per il peggioramento della situazione legata agli insediamenti illegali in Cisgiordania. La commissaria avrebbe inoltre richiamato la necessità di garantire la sicurezza dei civili e l’accesso degli aiuti umanitari alla popolazione palestinese su scala più ampia, oltre alle condizioni necessarie per l’avvio della ripresa economica e della ricostruzione.
I portavoce hanno invece mantenuto il massimo riserbo su due questioni centrali. Né Pinho né Mercier hanno confermato se Šuica abbia sollevato direttamente con il ministro Sa’ar la decisione di interrompere i contatti con Kallas. Nessuna risposta neppure sulla possibilità che la commissaria abbia informato Israele delle opzioni commerciali allo studio per limitare gli scambi con gli insediamenti illegali, annunciate in vista del prossimo Consiglio Affari esteri.
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