Data center sostenibili? Finanza si confronta con gli impatti


L’espansione della rete infrastrutturale digitale a supporto dei data center ha registrato un’accelerazione senza precedenti, ponendo il settore finanziario e i valutatori di sostenibilità di fronte a sfide sistemiche del tutto inedite. Nel dettagliato rapporto di S&P Global Ratings intitolato Can Data Centers Be Green?, l’agenzia di rating delinea un quadro approfondito di come l’esplosione dell’intelligenza artificiale stia ridisegnando i flussi di capitale e i criteri di misurazione dell’impatto ecologico. L’analisi si concentra sulla complessa architettura delle second party opinions, gli speciali pareri indipendenti utilizzati per valutare i quadri di finanziamento legati a obbligazioni e prestiti sostenibili all’interno del comparto tecnologico.

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Data center, i nodi della corsa infrastrutturale

L’avvento di modelli generativi avanzati ha inaugurato una fase di crescita straordinaria guidata dalla necessità di potenza computazionale. I principali leader tecnologici statunitensi hanno impresso una spinta poderosa agli investimenti in conto capitale, superando la soglia di circa 368 miliardi di euro già nel corso del 2025. Le traiettorie societarie attuali indicano che la spesa in conto capitale a livello globale potrebbe agevolmente superare la quota di 920 miliardi di euro nei prossimi anni. Questa tendenza non è isolata al contesto americano, poiché l’area Asia-Pacifico registra investimenti stimati in oltre 92 miliardi di euro, costringendo i mercati a una profonda revisione dei modelli di finanziamento tradizionali.

L’enorme espansione si scontra tuttavia con la disponibilità fisica di energia elettrica affidabile. Se da un lato i grandi fornitori di servizi cloud su scala globale figurano tra i maggiori acquirenti di energia pulita, dall’altro la carenza di offerta sta spingendo molte aziende a fare sempre più affidamento sul gas naturale. Questa dipendenza si manifesta sia attraverso il prelievo da reti elettriche nazionali non ancora decarbonizzate, sia mediante l’installazione di impianti di generazione a gas direttamente all’interno dei siti, comportando un rischio concreto di incremento netto delle emissioni di gas serra nel breve termine.

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L’analisi delle sfumature di verde e il limite del Pue

Per valutare il reale profilo di sostenibilità di queste infrastrutture, S&P Global Ratings adotta la metodologia denominata shades of green, un approccio che poggia su tre pilastri fondamentali: l’intensità emissiva dell’energia consumata, l’efficienza idrica e l’efficienza energetica complessiva. La decarbonizzazione dell’elettricità rappresenta il fattore più critico per ottenere una valutazione positiva. L’agenzia valuta attentamente se i contratti di fornitura siano strutturati tramite accordi fisici di acquisto di energia rispetto a strumenti virtuali o certificati di attributo energetico, premiando maggiormente le soluzioni che aumentano la capacità di generazione rinnovabile nel luogo esatto in cui sorge l’impianto.

Al contrario, l’utilizzo diretto di combustibili fossili senza sistemi di abbattimento preclude l’ottenimento di qualsiasi certificazione di matrice ecologica. Un aspetto centrale del dibattito tecnico riguarda l’efficacia dell’indicatore di efficienza energetica comunemente noto come Pue, il quale esprime il rapporto tra l’energia totale assorbita dall’impianto e quella destinata ai soli server. Il rapporto di S&P evidenzia chiaramente come il Pue rappresenti una metrica parziale e ristretta se considerata isolatamente.

Il parametro non misura l’efficienza intrinseca dei singoli apparati informatici, né tiene conto dell’impatto assoluto dei consumi o dell’intensità di carbonio della fonte energetica utilizzata. Nonostante la sua diffusione nei mercati finanziari, un Pue favorevole rispetto alle medie regionali deve essere necessariamente integrato da valutazioni rigorose sull’origine delle risorse idriche ed elettriche.

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La mappa dello stress idrico e i casi di studio globali

Accanto al tema energetico, la gestione dell’acqua è divenuta una priorità strategica equivalente alla gestione dei consumi elettrici. S&P stima che circa il 43% dei data center attualmente operativi sorge in aree geografiche caratterizzate da un elevato stress idrico, sollevando forti perplessità da parte delle autorità preposte al rilascio delle licenze edilizie e ambientali. I sistemi di raffreddamento a base d’acqua sono cresciuti con l’aumentare della densità dei chip, ma l’impiego di acqua potabile municipale per il raffreddamento evaporativo in zone siccitose compromette la sostenibilità dell’opera.

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Le tecnologie a circuito chiuso, i sistemi ad aria o l’impiego di acque meteoriche e reflue industriali vengono quindi giudicati con un favore decisamente superiore. Le differenze nell’applicazione di questi stringenti criteri emergono dall’analisi dei quadri finanziari di diverse istituzioni internazionali. Nel caso di Alinma Bank, operante in Medio Oriente, i finanziamenti destinati ai data center hanno ottenuto una valutazione di light green poiché, pur integrando i tre pilastri energetici e idrici principali, la struttura non presentava requisiti addizionali vincolanti relativi alle emissioni incorporate nei materiali da costruzione o alla tutela della biodiversità locale.

Un profilo intermedio di medium green è stato assegnato alla utility europea Eidsiva Energy, la quale beneficia della connessione alla rete elettrica norvegese a bassissime emissioni e convoglia il calore di scarto direttamente verso le reti di teleriscaldamento cittadine. Il livello massimo di dark green è stato invece assegnato ai titoli della società tecnologica africana Legend Internet, il cui schema impone una soglia massima rigorosa di intensità carbonica pari a 100 grammi di anidride carbonica equivalente per chilovattora, esclude l’uso di acqua potabile per scopi di raffreddamento e aderisce a certificazioni internazionali edilizie avanzate che garantiscono una riduzione del 40% delle emissioni incorporate nei materiali.

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Il mercato del debito e le tensioni con le comunità locali

Per sostenere la formidabile ondata di investimenti, il comparto dei data center sta ricorrendo in misura massiccia al mercato del debito etichettato come sostenibile. Tra il 2021 e la prima metà del 2026, l’emissione complessiva di titoli obbligazionari e finanziamenti green specificamente destinati a queste infrastrutture ha raggiunto un volume cumulativo di circa 13 miliardi di euro, un dato che sale a quasi 16 miliardi di euro se si include l’intero storico a partire dal 2020. Tali valori esprimono una stima prudenziale, poiché escludono i capitali raccolti da istituti bancari o utility energetiche finalizzati indirettamente al potenziamento delle infrastrutture di rete a supporto dei poli digitali. Il mercato è guidato in larga parte dagli emittenti del Nord America, seguiti a distanza dall’area europea e dai mercati emergenti.

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L’accesso a questi canali di finanziamento agevolato espone tuttavia le imprese alla rigorosa vigilanza di nuovi portatori di interesse e alle crescenti resistenze delle comunità locali. Sebbene le dinamiche sociali non incidano direttamente sulla determinazione tecnica delle sfumature ecologiche dell’infrastruttura, S&P Global Ratings include l’impatto comunitario come elemento distinto nel contesto di sostenibilità complessiva.

La proliferazione incontrollata di complessi industriali digitali genera infatti concrete problematiche legate all’inquinamento acustico, luminoso e alla forte pressione sulle reti elettriche civili, determinando un incremento dei costi delle utenze domestiche e spingendo diverse amministrazioni pubbliche a imporre moratorie sullo sviluppo di nuovi impianti. La capacità di mitigare tali esternalità negative e di bilanciare la domanda computazionale con le risorse del territorio si conferma, pertanto, un fattore cruciale per la stessa sostenibilità economica e operativa a lungo termine dell’intero settore.

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